Manovra. Governo e Fico calpestano Costituzione e Parlamento. Temono il fallimento politico. Ma così è la democrazia che finisce nella spazzatura

Manovra. Governo e Fico calpestano Costituzione e Parlamento. Temono il fallimento politico. Ma così è la democrazia che finisce nella spazzatura

A seguito della questione di fiducia posta dal governo sulla Manovra, la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha stabilito che la votazione per appello nominale avrà inizio sabato 29 dicembre a partire dalle 18.30, dopo le dichiarazioni di voto che cominceranno alle 17. L’esame del provvedimento proseguirà fino alle ore 24 e domenica a partire dalle 9. Questo l’esito finale di una giornata incandescente nell’Aula di Montecitorio, durante la quale è accaduto di tutto e di più, in parte per responsabilità dello stesso presidente della Camera Fico, che ha guidato i lavori con un occhio di estremo riguardo nei confronti della maggioranza di governo, alla quale appartiene, perfino quando era palese l’inesistenza di precedenti storici di una legge di Bilancio che arriva in Aula direttamente dal Senato senza che i deputati abbiano mai avuto tempo e modo di leggerla ed emendarla, come prescrive l’articolo 72 della Costituzione. Alle rimostranze del deputato Pd Emanuele Fiano, che appunto smentiva l’esistenza di precedenti, il presidente Fico ha sommessamente replicato che si trattava banalmente di evitare l’esercizio provvisorio. Una evidente ferita alle prerogative costituzionali dei parlamentari, e dunque alla democrazia rappresentativa. In virtù di questa inedita situazione, nella quale i diritti e le prerogative delle opposizioni sono state calpestate, dal governo, dalla maggioranza e, spiace dirlo, anche dal presidente della Camera, si è dipanato un surreale dibattito alla Camera. Roba da commedia dell’assurdo, scritta da Ionesco, nella quale davvero non si capisce di cosa davvero i protagonisti parlino. O meglio: da parte delle opposizioni si capiva. Dalla parte della maggioranza, meno, molto meno, con una sorta di litania recitata a memoria da tutti gli intervenuti, secondo la quale la manovra per il 2019 sarebbe un sorta di rivoluzione per “il popolo”.

Le opposizioni protestano perché la versione finale della manovra “non è stata esaminata né votata” dalle due Camere: “Si mortifica il Parlamento”, denuncia il Pd che ha fatto ricorso alla Consulta e il 9 gennaio avrà una prima risposta. È stato infatti depositato venerdì mattina, presso la cancelleria della Corte costituzionale, il ricorso del capogruppo del Partito democratico al Senato Andrea Marcucci e di altri 36 senatori del Pd con il quale viene sollevato conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato con riferimento all’iter di approvazione del Disegno di legge di bilancio per il 2019.Nel pomeriggio, il presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi ha disposto, con decreto, che l’ammissibilità del conflitto sia trattata nella camera di consiglio del 9 gennaio 2019 e ha nominato come relatrice della causa la vicepresidente della Corte, professoressa Marta Cartabia.

Il governo, però sempre a testa bassa, punta al risultato: incassare il voto finale sulla manovra entro domenica 30. “Non volevamo deliberatamente comprimere i tempi ma si è creata una situazione non ideale: confidiamo che non si ripeta più”, promette Giuseppe Conte. Ma mentre il premier tiene la conferenza stampa di fine anno, nell’Aula di Montecitorio lo scontro tra maggioranza e opposizioni trascende. Si fa fisico. Il presidente della Camera Roberto Fico diventa per ore bersaglio degli attacchi. E il sottosegretario Massimo Garavaglia viene colpito alla testa da un faldone della manovra lanciato da Emanuele Fiano, deputato Pd e uomo “simbolo” della giornata per la foto che lo ritrae placcato dai commessi mentre con Luigi Marattin ed Enrico Borghi litiga con i leghisti. Nel pomeriggio, all’ennesimo litigio condito da insulti e parolacce, Fico sbotta: “Evitiamo di dare questo spettacolo”. La rissa scatta quando il leghista Nicola Molteni fa segno ai Dem di tacere: Marattin scatta. Volano fogli. Fatuzzo srotola una bandiera del partito dei pensionati: gliela portano via e lui ne estrae un’altra. Il ministro Riccardo Fraccaro pone la fiducia e le opposizioni fischiano e urlano. Fico, che presidia tutto il giorno l’Aula, fatica a tenere la calma. La minoranza denuncia la “mortificazione del Parlamento”, la “violazione della Costituzione”. I Dem domani saranno in piazza. Non era mai successo che una manovra venisse approvata a scatola chiusa, denuncia Ettore Rosato, che rimarca l’imbarazzo di Fico.

E il presidente non nega imbarazzo e difficoltà: “Non è mio compito parlare del governo ma rispetto al lavoro del Parlamento, per me non è un modo giusto di procedere, non c’è dubbio”, dichiara. E manifesta così un disappunto che è del presidente del Senato Elisabetta Casellati ma che anche il presidente Mattarella potrebbe esprimere nel suo discorso di fine anno o, appunto, in una lettera rivolta al governo al momento della firma della manovra. Ora però, spiega Fico, c’è da evitare l’esercizio provvisorio perché il 31 dicembre incombe. A sera, il governo – presente in Aula Giovanni Tria, assenti i vicepremier – pone la fiducia sul testo. Sarà dunque votata sabato sera ma poi ci sono altri 250 voti su ordini del giorno: non si finirà prima di domenica. La minoranza non fa sconti. In Aula ci saranno i sindacati, che annunciano mobilitazioni.

E non finisce qui. Leu, con Federico Fornaro e Loredana De Petris, si appella a Mattarella. Emma Bonino, con +Europa, annuncia “varie iniziative a gennaio” contro questa “deriva senza precedenti”. I ritardi sono dovuti alla trattativa con l’Europa, non si poteva fare altrimenti: ripetono il premier e i suoi ministri. La legge di bilancio, assicura Conte, non è stata scritta a Bruxelles: al centro, ci sono reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni. Ma è proprio sulle misure di bandiera che si aprirà a gennaio un secondo tempo già carico di tensioni per il governo. Luigi Di Maio e Matteo Salvini vorrebbero varare un unico decreto, alla metà di gennaio. Ma i decreti alla fine potrebbero essere due. Il reddito di cittadinanza resta il nodo: ci sono bozze, ma ancora tanti aspetti da definire su tempi e modalità. E così ci prova Conte a tranquillizzare: annuncia i primi assegni “ad aprile” e difende la misura e Di Maio, che “è stato crocifisso”. Magari con indosso un giubbetto della Protezione civile…

Share