Gaza. Ancora un venerdì di sangue alla frontiera con Israele. Almeno 528 i palestinesi feriti, durante la Marcia del ritorno

Gaza. Ancora un venerdì di sangue alla frontiera con Israele. Almeno 528 i palestinesi feriti, durante la Marcia del ritorno

Sale a 528 il numero dei palestinesi rimasti feriti oggi nel terzo venerdì di protesta lungo la linea di demarcazione tra la Striscia di Gaza ed Israele. Lo ha reso noto il ministero della Sanità palestinese, controllato dal gruppo islamista Hamas, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano “Jerusalem Post”. Tra i feriti vi sarebbero anche numerosi intossicati dai gas lacrimogeni e 16 persone tra paramedici e giornalisti. Secondo la Mezzaluna rossa palestinese, invece, il bilancio sarebbe di 153 feriti, tra cui 63 colpiti da proiettili, 59 intossicati da gas lacrimogeni, 24 colpiti direttamente dai candelotti lacrimogeni e sette da schegge. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane hanno denunciato il lancio di bombe incendiarie e ordigni esplosivi contro la recinzione con lo Stato ebraico, nonché tentativi di ingresso illegale nello Stato ebraico. Migliaia di palestinesi hanno preso parte a manifestazioni di protesta in cinque diversi punti della Striscia di Gaza.

I palestinesi hanno cercato di allontanare il filo spinato sistemato dalle forze israeliane per tenerli lontani dalla recinzione, ha detto un giornalista della France Presse. Per l’esercito d’Israele, i soldati rispondono “con mezzi di dispersione antisommossa e stanno sparando in conformità con le regole di ingaggio”. Dozzine di bandiere israeliane sono state bruciate a Jabalia nel nord della Striscia mentre centinaia di bandiere palestinesi sono state sventolate. Vicino a Khan Yunis, nel sud, i manifestanti hanno bruciato le immagini del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che considerano amico di Israele. La data ufficiale della fine delle proteste è stata fissata per 15 maggio, che per i palestinesi corrisponde al giorno della “Nakba”, (“catastrofe”) per commemorare gli oltre 700.000 fuggiti o espulsi durante la guerra del 1948 che ha sancito la creazione dello Stato ebraico.

Circa 30 palestinesi sono stati uccisi dai cecchini israeliani da quando sono scoppiate le proteste venerdì 30 marzo, in concomitanza con la “Giornata della terra”, data in cui i palestinesi commemorano l’espropriazione di territori arabi in Galilea da parte del governo di Gerusalemme avvenuta il 30 marzo 1976, in cui morirono sei arabi. Nel primo venerdì di protesta il leader dell’ufficio politico del movimento palestinese che amministra Gaza, Hamas, Ismail Haniyeh, aveva affermato: “Questo è l’inizio del ritorno per tutti i palestinesi”. Le proteste lungo la linea di separazione tra Gaza e Stato ebraico andranno avanti per circa sei settimane, fino alla Giornata dell’indipendenza di Israele che cade in 14 maggio ed è considerata per i palestinesi la “Nakba”, la catastrofe. Per le Forze di difesa israeliane le proteste lungo la linea di demarcazione israelo-palestinese fanno parte di un piano di Hamas: incitare i manifestanti; danneggiare la recinzione e fare ingresso in Israele; condurre attacchi terroristici contro civili israeliani. Ma è ormai evidente che questa giustificazione non regge più dinanzi alla comunità internazionale, ed è diventata un alibi per forzare la storia, portare la capitale dello stato ebraico a Gerusalemme, isolare Gaza, in modo da estendere i piani di nuova colonizzazione dei Territori occupati. La sicurezza di Israele sembra andare di pari passo con lo sterminio pianificato dei palestinesi. Se non ci pensa la fame, ci pensano ormai i cecchini israeliani.

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