Morto Gillo Dorfles, una vita lunga 107 anni. “L’uomo ha perso la consapevolezza del proprio tempo vissuto”

Morto Gillo Dorfles, una vita lunga 107 anni. “L’uomo ha perso la consapevolezza del proprio tempo vissuto”

Un altro pezzetto di Novecento se ne va. Angelo, detto Gillo, Dorfles ci ha lasciati all’età di 107 anni, uno degli ultimi testimoni di un’epoca che mai più si ripeterà, fatta di rarità ed eccezioni, prime e ultime volte. Nella sua casa a Milano era circondato dall’amore dei cari e in particolare del nipote che ne ha dato notizia. Amante della psicologia e della filosofia, pittore, esperto di arte che amava definirsi “un critico d’arte” più che uno storico. Gillo Dorfles è stato tante cose.

Classe 1910, nato in una famiglia borghese di Trieste, ha sempre vissuto pienamente la vita, dividendosi tra Parigi, New York, Chicago, nelle quali amava vivere e carpirne le bellezze. Ha contribuito da sempre attivamente al perpetuarsi delle arti e della cultura nel nostro Paese nei maggiori circoli culturali di Milano, Torino, Roma, anche quando è sopraggiunta la sordità a metterlo alla prova. Un uomo del Novecento che frequentava Italo Svevo e Umberto Saba, molto legato a Bobi Bazlen e a Leon Fini, che ha raccontato molto e del quale si potrebbe dire altrettanto.

Dalle prime opere degli anni Settanta, come “Le oscillazioni del gusto” e “Il divenire della critica”, agli anni Ottanta con “Elogio della disarmonia”, Dorfles ha lasciato un’eredità straordinaria, fatta di riflessioni e di rivelazioni che hanno condotto egli stesso verso delle scelte significative per la propria vita, come l’avvicinamento profondo all’arte che cominciò ancor prima nel ‘40 con Klee e Mirò. Un uomo della propria epoca che poneva allo stesso tempo molta attenzione agli accadimenti e al mutare della storia, registrandone ogni fenomeno in maniera precisa e razionale, osservando come “l’uomo contemporaneo ha perso la consapevolezza del proprio tempo vissuto; si illude di vivere con pienezza questo tempo, quando, in realtà, egli è diventato prigioniero di un eterno presente”, affermava Dorfles. Fino alla maturazione, a inizio anni Novanta, della teoria sulla distinzione tra “fatti” e “fattoidi”.

È stato moderno, per certi versi, anche nel comprendere la necessità di adeguamento ai tempi e ai mezzi di comunicazione, mostrando curiosità verso la televisione, il computer, le nuove grafiche, l’evoluzione della musica e dell’arte, e nel percepire il progresso come fonte di arricchimento, piuttosto che di negazione del passato. Il presente che viveva gli fu da appoggio per ripensare la “categoria del Kitsch”, da applicare alle mode e allo stile, che poi divenne per antonomasia l’aggettivazione per “qualcosa di cattivo gusto”, ma a Gillo Dorfles piaceva pensare che anch’essa fosse parte integrante dell’arte stessa.

Giudice di se stesso e giudicante degli altri, tra le tante dichiarazioni Dorfles ha lasciato scritta per i posteri una grande verità: “L’arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto”, citato in Corriere della sera, 16 gennaio 2009.

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