Caso Moro: una tragedia italiana. Dopo quarant’anni ancora c’è chi trama (e trema)

Caso Moro: una tragedia italiana. Dopo quarant’anni ancora c’è chi trama (e trema)

Quella di Aldo Moro, a ragione, è stata definita “una tragedia italiana”. E’ la  tragedia di uomini che vengono massacrati da dei delinquenti cretini che pensano di fare la rivoluzione con la canna di un fucile mitragliatore e una rivoltella, i brigatisti rossi. Pericolosi, dogmatici, settari, qualcuno con un retroterra di maldigerite nozioni; ma fondamentalmente dei criminali cretini. In parti esatte. E’ la tragedia di verità pervicacemente negate, per indicibili interessi che andavano, e forse ancora oggi, vanno tutelati. Un silenzio, meglio un’omertà che dura da quarant’anni. Da quarant’anni ci si pone gli stessi interrogativi; da quarant’anni si cercano  risposte. Il ricordo non è operazione inutile. Moro in una delle lettere scritte nel cosiddetto “carcere del popolo” dice che la verità è un bene più grande di qualsiasi tornaconto.

La relazione della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda Moro

Votata all’unanimità solleva e fa suoi interrogativi inquietanti che per gli addetti ai lavori non sono novità. Ma diventano significativi per l’ufficialità del documento; mettono in discussione, anzi, contestano pesantemente, quarant’anni di certezze fondate su sentenze della magistratura, testimonianze di protagonisti a vario titolo, memoriali, e quant’altro. Si comincia proprio da via Fani, il luogo del rapimento e dell’eccidio della scorta. Si mette in discussione la dinamica, ci si interroga su presenze anomale e personaggi presenti non si sa a che titolo. Perfino si dubita che tutti i componenti del commando brigatista siano stati individuati. Si prosegue con il covo di via Gradoli: non lo si perquisisce quando si dovrebbe; si accorre nel paese del viterbese quando il nome viene fatto nel corso di una incredibile seduta spiritica alla presenza di tre stimati professori: Romano Prodi, Mario Baldassarri, Alberto Clò. Raccontano vere e proprie fregnaccee: evocano gli spiriti di Alcide De Gasperi e di Giorgio La Pira. Non si capisce che cosa si muove: un piattino, un biccherino, un cucchiaino, forse tutte e tre, vai a sapere; spunta il nome di Gradoli. Già: perché i tre professori in scampagnata con le famiglie, non sanno cosa fare e si danno all’esoterismo, fuori piove e dentro ci si annoia, così… Peccato che il servizio idrogeologico abbia certificato che quel giorno là in quella zona dove sorge il casolare di Zeppolino non sia caduta neppure una goccia…

Fatto è che tutti si precipitano nel paese di Gradoli, e naturalmente non trovano nessuno. C’è forse una via Gradoli a Roma, chiede la moglie di Moro. “No, non c’è”, le rispondono. Lei prende lo stradario: la via c’è. L’hanno anche perquisita, ma proprio davanti alla porta del covo, dopo aver cortesemente bussato e dal momento che non rispondeva nessuno, se ne sono andati. Mario Moretti, il capo delle Brigate Rosse, lo stratega del rapimento, viveva lì. Il covo viene scoperto in seguito a una infiltrazione d’acqua provocata proprio per far scoprire il covo. Polizia e carabinieri arrivano a vele spiegate, sirene e tutto il resto. Moretti guarda da lontano e s’invola. Che il covo era “bruciato” gliel’hanno notificato su un piatto d’argento. Anche sulla “prigione” di Moro si mente. Indicata in un appartamento di via Montalcini, è impossibile che Moro sia potuto restare prigioniero per 55 giorni in uno spazio così angusto. Perizie calligrafiche sulle lettere scritte da Moro dicono senza ombra di dubbio che le ha scritte seduto, appoggiandosi su un tavolino. I brigatisti però dicono che le ha scritte accovacciato su una brandina. Perché raccontano il falso anche su una cosa insignificante come questa?

Anche il ritrovamento del corpo di Moro a via Caetani, così come viene raccontato ufficialmente, non regge. Sono le 12,13 quando Morucci telefona per annunciare la morte di Moro. Ma al ministero dell’Interno la conoscevano due ore prima. Lo riferisce Claudio Signorile, invitato proprio quel giorno da Francesco Cossiga al Viminale, per bere insieme un caffè. Signorile dice di aver avuto l’impressione che Cossiga volesse un testimone, che raccontasse quando e come al ministero dell’Interno giunse la notizia del ritrovamento del corpo di Moro. Insomma: tutta la vicenda è come un giallo, ma rovesciato. All’inizio tutto sembra chiarito; più si procede, più tutto si complica, si fa oscuro, misterioso. Indicibile. Ha scritto Leonardo Sciascia: “Se non si riesce ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti”. La verità, dopo quarant’anni, è ancora lontana.

Quello di Moro è un martirio che rischia di rimanere sepolto fra i misteri inconfessabili della prima Repubblica

Eppure le 273 pagine della relazione finale, approvata all’unanimità, della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, delineano un nitido contesto che attende soltanto di essere illuminato dalla luce della giustizia. In particolare la Commissione d’inchiesta evidenzia come le Brigate Rosse fossero soltanto comprimarie e non le sole protagoniste della strage di via Fani e del sequestro del presidente della Dc. L’inchiesta parlamentare ha accertato come l’appartamento romano del professore Giorgio Dario Conforto, dove il 29 maggio del 1979 vennero arrestati i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, fosse in realtà un crocevia di vari servizi segreti di quegli anni. In particolare del KGB e della CIA, ma anche dello IOR vaticano. Conforto sarebbe stato contemporaneamente un agente del KGB, della CIA e del SISMI italiano. Un personaggio che avrebbe fatto la felicità di John Le Carré e Tom Clancy.

La perizia effettuata dal RIS dei Carabinieri per conto della Commissione smentisce la versione delle BR: Moro non è morto sul colpo, non era steso nel portabagagli della Renault e il numero di colpi non è quello che dicono i brigatisti. Il fatto che a distanza di tanti anni le BR non dicano quale sia stata la vera prigione di Moro significa che probabilmente nascondono una verità relativa al  cosiddetto “primo livello” del rapimento del leader DC, perché indicando la vera prigione rivelerebbero delle corresponsabilità impronunciabili.

I brigatisti eterodirette? Vai a sapere. Essendo dei cretini, oltre che dei delinquenti, nulla esclude che fossero degli incapaci di intendere ma non di volere; e magari ci hanno creduto, in quello che hanno fatto. Però come escludere che alle loro spalle abbiano operato portatori di interessi americani, russi, inglesi, francesi, e via dicendo? Dice nulla “l’incidente” di cui fu vittima il presidente dell’ENI Enrico Mattei? Dice nulla “l’incidente” di cui fu vittima il segretario dell’ONU Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjold? Dice nulla “l’incidente” di cui fu vittima il generale dei carabinieri Enrico Mino? Dice nulla il sospetto rivelato da Emanuele Macaluso di un probabile attentato – per fortuna fallito – subito da Enrico Berlinguer durante un suo soggiorno in Bulgaria?

Oggi, quarant’anni dopo, è possibile tracciare il contesto di questa tragedia italiana?

Le conclusioni della Commissione Moro ribaltano la verità giudiziaria finora accertata. Tutta la documentazione raccolta è ora parte di un fascicolo aperto dalla procura della Repubblica di Roma. Il fantasma di Moro continua ad aleggiare sul paese, nonostante siano trascorsi quarant’anni. Sono tanti i nodi irrisolti. E qualcuno, ancora oggi, ha motivo di tramare (e tremare).

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