La manifestazione romana Mai più fascismi, mai più razzismi. Considerazioni sulla necessità della cultura antifascista e della sua diffusione

La manifestazione romana Mai più fascismi, mai più razzismi. Considerazioni sulla necessità della cultura antifascista e della sua diffusione

In un discorso al Teatro Lirico di Milano, nel 1954, Piero Calamandrei disse: “Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione morale”. Bastano queste parole, che risuonano così attuali più di 60 anni dopo, accanto a quelle di tanti altri intellettuali che hanno preso parte alla Resistenza e poi all’Assemblea costituente, per capire quale senso profondo abbia avuto la manifestazione dei centomila di sabato a Roma, dal titolo “Mai più fascismi, mai più razzismi”. Sottovalutare la portata del Ventennio fascista, accettare le tesi dei revisionisti storici, fare spallucce dinanzi a coloro che affermano in modo indecente la vulgata per la quale “in fondo, il fascismo qualcosa di buono l’ha pure fatto”, come spesso accade nei programmi televisivi di informazione, è sbagliato e colpevole, perché non si abbassa la guardia, né si può farlo ora, in pieno XXI secolo, dinanzi al rischio di un ritorno dei fascisti e del fascismo. Quegli “sciagurati immemori” di cui ha paura Calamandrei sono sempre di più, in Italia come in Francia, in Germania come in Ungheria, come negli Stati Uniti. Non è un fenomeno solo nostro, e non si può chiamarlo semplicemente “destra”. I fascismi, di cui non vorremmo mai più farne esperienza, sono drammaticamente tra noi, e noi non possiamo più esserne indifferenti. Questo è il messaggio dei centomila di Roma.

Cacciare i “barbari”: non è forse fascismo? Uccidere l’altro da sé, non è forse fascismo?

Non va dimenticato, inoltre, che la manifestazione di sabato a Roma è diretta conseguenza di un evento tragico accaduto a Macerata, quando Luca Traini, giovane imbevuto appunto di quella ideologia condannata da Calamandrei, prese una pistola e cercò di uccidere persone di colore, migranti, innocenti. La radice del gesto va ritrovata in quella sbornia di “illegalismo” e “corrosione quotidiana” di cui sono piene le cronache di queste settimane, mesi e anni. Una sbornia che si alimenta “quotidianamente” dell’odio verso l’altro, soprattutto se è di colore, se è stato respinto dalla comunità, se viene definito e percepito, come avrebbe detto Todorov, come un “barbaro”. Cacciare i “barbari”: non è forse fascismo? Uccidere l’altro da sé, non è forse fascismo? Io credo di sì, e solo certo fariseismo mediatico può sembrare così indulgente da non stigmatizzare con forza chi fa queste affermazioni. Troppe volte abbiamo assistito a trasmissioni accondiscendenti dinanzi ad affermazioni evidentemente intolleranti, senza reazioni vere da parte dei conduttori. Gli “sciagurati immemori” hanno abbassato la guardia, e hanno provocato un abbassamento collettivo della guardia antifascista. Ecco perché è importante tornare sulla manifestazione di sabato e ripercorrerne il senso. La dialettica fascismo-antifascismo non garba a qualche leader politico? Vuol dire che non ha capito o che non vuole capire, o peggio fa finta di non capire, che stiamo correndo il rischio di una nuova deriva totalitaria, che certo assume diversi aspetti, ma che ha i tratti tipici del fascismo. Allora vale la pena riportare al centro del dibattito pubblico uno dei pochi antidoti al rischio totalitario: la Costituzione del 1948, i valori democratici e repubblicani della tolleranza, della solidarietà, della persona umana, dell’accoglienza, della comunità che considera l’altro prezioso, non un “barbaro”. Questo è l’antifascismo, in nome del quale in tanti sono morti.

L’antifascismo è sempre un atto d’amore verso la Costituzione del 1948

Ci voleva una dichiarazione collettiva di amore verso la Costituzione. E questo è avvenuto sabato a Roma. Ecco perché si è riunita tutta la sinistra democratica, insieme alle tante forze e ai soggetti dell’antifascismo, a partire dall’Anpi e dalle organizzazioni sindacali confederali, per finire alle comunità ebraiche e ad alcune asociazioni degli studenti. Perciò pare aver ragione Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali, quando il giorno dopo è costretto a spiegare ai giornalisti che  “sul fronte dell’antifascismo non c’è nessuna divisione, siamo tutti uniti perché sono i valori fondanti della nostra Costituzione, della nostra democrazia e dobbiamo declinarli e interpretarli senza che ci siano tensioni sociali”. Al contrario di quanto invece hanno affermato altri personaggi della politica, a partire da Silvio Berlusconi – colui che nel 1993 sdoganò Gianfranco Fini sostenendone la candidatura a sindaco di Roma, e Umberto Bossi, alleandosi con lui due mesi dopo, alle elezioni del marzo del 1994 – che non si accorge di quanto sia temeraria e dal profumo fascista un’affermazione banale, ma pericolosa se diventa senso comune, secondo la quale “temo molto di più gli antifascisti che i fascisti”. Ed è francamente stupefacente la dichiarazione di uno dei personaggi di spicco del Movimento 5Stelle come Vito Crimi per il quale “in questo momento si stanno tutti accapigliando attorno a dei riverberi di ideologismi e ci si sta distraendo dai programmi, dalla realtà e di ciò che potremo fare per il futuro di questo Paese”. Ecco, quando si abbatte la soglia dell’antifascismo a “riverbero di ideologismo” si possono perfino vincere le elezioni, ma l’ambiguità, l’ombra, la macchia su quale sia la considerazione che il Movimento 5Stelle ha della democrazia costituzionale restano intatte. I 5Stelle non hanno partecipato alla manifestazione antifascista di sabato proprio in virtù di questa ambiguità culturale e ideale, di questa posizione che appare contradditoria, priva di senso storico e della politica. Davvero i 5stelle credono di poter governare il paese senza aver maturato un orizzonte antifascista e democratico?

Per concludere: nel dna della sinistra vecchia e nuova c’è l’antifascismo, e c’è la difesa della Costituzione. Questo va detto sempre e con forza, e va rilanciato su tutti i media, insieme alle parole di Piero Calamandrei sul giudizio da dare a quel tragico Ventennio.

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