La Repubblica rompe gli ormeggi, rischia di andare a sbattere. Scalfari schiera il quotidiano col Pd renziano, indica anche i candidati da votare. Diventa un giornale di partito. Offese gratuite a Bersani. E perde copie

La Repubblica rompe gli ormeggi, rischia di andare a sbattere. Scalfari schiera il quotidiano col Pd renziano, indica anche i candidati da votare. Diventa un giornale di partito. Offese gratuite a Bersani. E perde copie

Fortunatamente i giornali, quelli che si stampano su carta, non sono usciti com’è ormai consuetudine il primo giorno del nuovo anno. Una tregua, anche se troppo breve, concessa ai lettori dagli scriba che ci descrivono gli scenari politici. Ogni  giornale ci racconta un suo “scenario”. Beghe interne, candidature che nascono e muoiono, liste che fanno altrettanto, in particolare quelle che riguardano il  rapporto con il Pd che ha bisogno di “rinforzi” che possono arrivare dalle cosiddette “liste civetta” che non superano la soglia del 3% ma “passano” i loro voti allo stesso Pd. Insomma un meccanismo che non trova applicazione in alcun paese del mondo.  Temevamo, se fossero usciti i quotidiani, di dover assistere ad un nuovo editoriale di Eugenio Scalfari, specialista in lunghissimi commenti domenicali, a volte anche in altri giorni festivi. La mancata pubblicazione dei quotidiani ci ha evitato un tormentone  scalfariano. Quanto scritto nell’ editoriale del giornale, direttore Mario Calabresi, condirettore Tommaso Cerno, dal fondatore di Repubblica, basta e ci avanza, perlomeno fino al  4 marzo. Per inciso, ma anche questo è un segnale della deriva politico-editoriale, proprio Cerno qualche giorno fa aveva accusato il presidente del Senato di non aver convocato i senatori e aver impedito così di discutere  il diritto di cittadinanza. Una falsa notizia perché come risulta dagli atti del Senato Grasso aveva convocato l’assemblea di Palazzo Madama per il 9 gennaio. Perché a dire di Cerno non l’avrebbe convocata? Perché D’Alema, il vero leader di “Liberi e uguali”, non voleva che Renzi Matteo potesse attribuirsi il merito di aver  fatto approvare una legge così importante. Sciocchezze. Fra l’altro il Cerno dovrebbe sapere che l’ordine del giorno delle sedute non viene deciso dal presidente, ma lasciamo perdere.

Non sarebbe più D’Alema a tirare le fila di Liberi e Uguali ma l’ex segretario

Anche perché leggendo il lunghissimo editoriale di Scalfari si viene a sapere che non è il perfido “baffino” a tirare le fila di Liberi e Uguali. Scrive l’Eugenio: “Pietro Grasso con a fianco Laura Boldrini, i due presidenti di questo Parlamento guidati (questa è la verità) da Pier Luigi Bersani”. La cosa è comica, passiamo a questioni più serie. L’editoriale di Repubblica crea una novità nel variegato mondo dell’informazione italiana. Il quotidiano di Largo Fochetti, azionista la famiglia De Benedetti, si è sempre dichiarato un giornale democratico, che dà spazio alle opinioni, progressista se vogliamo dire. Proprio di recente De Benedetti senior, presidente onorario della società che gestisce il quotidiano, aveva criticato proprio Scalfari che di fronte alla domanda rivoltagli in una intervista aveva risposto che fra Berlusconi e Di Maio avrebbe scelto l’ex cavaliere. Non solo, il presidente effettivo Marco De Benedetti aveva precisato in un documento ufficiale consegnato al Comitato di redazione che Repubblica manteneva le caratteristiche che lo avevano contrassegnato fin dalla nascita, un giornale indipendente, nel segno della democrazia dell’informazione.

Il titolo dice tutto: “Da Gentiloni a Minniti, la buona politica”

A leggere l’editoriale di Scalfari non sembra proprio. Già il titolo parla chiaro: “Da Gentiloni a Minniti, la buona politica”. Fa seguito ad altro editoriale in cui Scalfari annunciava il voto per il Pd renziano. Niente di male ovviamente. Basta rispettare le regole delle campagne elettorali, non fare pubblicità gratuita, dichiarare ai propri lettori che il quotidiano non è più indipendente ma legato ad un partito, il Pd. Da segnalare che Scalfari  indica quali esponenti del Pd devono essere votati. In primo luogo Marco Minniti che si occupa di grandi problemi, quelli delle “masse migranti” e che viene da Scalfari abbondantemente elogiato: “Io non so – scrive – fino a che punto l’opinione pubblica sia al corrente di questi problemi, ma è opportuno che lo sia al più presto in vista delle elezioni del 4 marzo”. Bravissimo Gentiloni, è al corrente dei poteri che Minniti sta esercitando ed è “proprio lui – scrive – ad aver autorizzato il suo ministro ad estendere oltremodo le sue attività”. Non si tocca anche perché dovrà essere lui ad assicurare la governabilità in assenza di una maggioranza di governo. Nessun dubbio per la candidatura del ministro  Padoan, altrettanto importante per aver messo a punto la legge di bilancio. Quella – notiamo noi –  fatta di bonus  e di “marchette” per accontentare i “clienti”.

Qualche consiglio anche all’amico Draghi, presidente Bce

Di passaggio Scalfari dà qualche consiglio a Mario Draghi, carissimo amico con il quale si sente spesso al telefono per quanto riguarda il suo  futuro politico quando  gli scadrà il mancato di presidente della Banca centrale europea. Bene, prosegue Scalfari, anche “un centro di cui parlare guidato dalla Lorenzin e composto principalmente dal De Mita e Casini”. Poi passa a Renzi Matteo che avrebbe messo la testa a posto.  Ha mobilitato i principali membri del governo che appartengono al Pd, a partire da Minniti di cui abbiamo già detto e poi da Franceschini, da Fassino, dalla Madia e da molti altri, tutti da candidare in collegi certi. Scrive Scalfari che Renzi “è un leader che piaceva molto a se stesso con l’obiettivo di comandare da solo” ma ora “sembra aver totalmente cambiato il modulo. Non so quanto durerà ma spero sia un cambiamento permanente e che includa tutta la classe dirigente che ha preceduto il suo governo”. E Scalfari cita i nomi di Prodi e Veltroni. Poi arriva il “vade retro satana” per Pier Luigi Bersani. Si sarebbe permesso proprio in una intervista rilasciata a Repubblica che gli fece molte domande, di affrontare una quantità di temi da sottoporre al confronto, dopo le elezioni, con il Pd.

“Accusa ridicola a Bersani: pone una quantità di temi al Pd e pretende risposte”

Scalfari lamenta che Bersani ha posto “una quantità di temi sui quali pretende risposte”. “Incredibile” afferma lo Scalfari. Noi abbiamo letto l’intervista, le domande si riferiscono al programma di governo, non a chiacchiere fra amici, al caminetto, magari. Poi il fondatore di Repubblica ricorda di “essere stato molto amico di Pier Luigi. Ci sentivamo spesso e lui in quell’epoca era molto amato dalla base democratica del paese, salvo che nel suo paese, Bettolla. Caro Pier Luigi se vuoi telefonami e ci vediamo e da bere te lo offrirò”. Parole intrise di curaro, anche quando dice a Bersani che “la tua sinistra arriva ad un massimo del 7%. Non è un granché ma qualora senza troppe domande rientraste nel Pd dove tra le altre cose ritroverete la Bonino e forse Pisapia, il vostro ex partito supererebbe la destra e anche i grillini”. Poi la stoccata finale. Se non lo fate “rischiate di diventare delle  schegge ognuna delle quali, come fino a un paio di mesi fa rappresentava il 2 o il 3 per cento”. Un commento a parole così sgradevoli ? Non serve. Basterà  ricordare  allo Scalfari che se ad appena poco più di un mese dalla nascita di “Liberi e Uguali” i sondaggi segnalano un 7%  non è un risultato disprezzabile. Si tratterebbe di circa tre milioni di voti fra cui, magari, anche lettori di Repubblica, che, forse non lo sarebbero più. Stante i dati resi noti a giugno 2017 da  Ads  agenzia creata da editori e utenti pubblicitari risulta che rispetto ad un anno prima il quotidiano è passato da  223 mila copie vendute a 183 mila. Quando si mollano  gli ormeggi si va a sbattere. E a noi non può che dispiacere. Ma, dice il proverbio “chi dei suoi mal è cagion pianga se stesso”.

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