Rapporto Svimez 2017. Un Mezzogiorno tra poche luci e ancora tante ombre: scarsi investimenti pubblici, 10 su 100 in povertà assoluta, giovani costretti a migrare. La questione meridionale incombe

Rapporto Svimez 2017. Un Mezzogiorno tra poche luci e ancora tante ombre: scarsi investimenti pubblici, 10 su 100 in povertà assoluta, giovani costretti a migrare. La questione meridionale incombe

Presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, Camera dei deputati, è stato presentato il Rapporto SVIMEZ 2017 sull’economia del Mezzogiorno. Come ogni rapporto è una fotografia impietosa del nostro Sud e dimostra che la questione meridionale, come sosteneva Gramsci, dopo gli anni della catastrofica crisi economica, rimane enorme questione nazionale.

L’economia del Mezzogiorno secondo lo Svimez. Fine della recessione, la ripresa c’è, ma non si vede ancora molto sul piano sociale

Secondo la fotografia dello Svimez, il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e la ripresa si consolida. Il rimbalzo non si è però ancora tradotto in un miglioramento del contesto sociale: un cittadino meridionale su 10 resta in povertà assoluta e tripla è la possibilità di caderci. Il reddito pro-capite resta poco più della metà di quello del Centro-Nord e il 66% di quello nazionale. Il Pil del Sud aumenterà quest’anno dell’1,3%, contro una media nazionale dell’1,5%, mentre nel 2018 la crescita si attesterà all’1,2% contro l’1,4% medio dell’economia italiana. “Le previsioni per il 2017 e il 2018”, si legge nel Rapporto, “confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura ‘Occupazione Sud’. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese”.

Pil per abitante nel 2016 è nel Sud pari al 56,1% del Centronord, ma su 50 miliardi di residui fiscali al Sud, ben 20 tornano al Centronord

Nello specifico delle singole Regioni meridionali, il Pil 2016 più performante è quello della Campania (+2,4%), seguita da Basilicata (+2,1%), Molise (+1,6%), Calabria (+0,9%), Puglia (+0,7%), Sardegna (+0,6%), Sicilia (+0,3%), Abruzzo (-0,2%). Nel 2016 il prodotto per abitante è stato nel Mezzogiorno pari al 56,1% di quello del Centro Nord (66% di quello nazionale). Il Pil per abitante della regione più ricca d’Italia, il Trentino Alto Adige, con i suoi 38.745 euro pro capite, è più che doppio di quello della regione più povera, la Calabria, che è pari a 16.848 euro ad abitante. I consumi delle famiglie meridionali sono aumentati dell’1,2%, contro l’1,3% del Centro Nord: in particolare, la spesa alimentare e quella per abitazioni cresce al Sud meno che nel resto del Paese. Nel 2016 gli investimenti sono cresciuti nel Mezzogiorno del 2,9%, un incremento sostanzialmente in linea con quello del Centro Nord. Nell’industria il prodotto è cresciuto al Sud (+3%) più che al Centro Nord (+1%). Positivo nel Mezzogiorno anche il valore aggiunto delle costruzioni (+0,5%), rispetto al centro Nord (-0,3%). Nel terziario il valore aggiunto del Mezzogiorno con +0,8% ha superato quello del Centro Nord (+0,5%). La domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del Pil del Centro-Nord (nel 2015, un ammontare di circa 177 miliardi di euro). I recenti referendum in Lombardia e Veneto hanno riaperto la discussione sul tema del residuo fiscale. I flussi redistributivi verso le regioni meridionali sono in calo di più del 10%, da oltre 55,5 a circa 50 miliardi. Peraltro le risorse che, sotto diverse forme, affluiscono al Sud, non restano circoscritte al solo Mezzogiorno, ma hanno effetti economici che si propagano all’Italia intera. Secondo la Svimez, su 50 miliardi di residui fiscali di cui beneficia il Mezzogiorno, 20 ritornano direttamente al Centro-Nord, altri contribuiscono a rafforzare un mercato che resta, per l’economia dell’intero Paese, ancora rilevante.

Investimenti pubblici al punto più basso della serie storica. E meno 21.500 dipendenti pubblici. Sfatati due luoghi comuni

Nel 2016 gli investimenti pubblici hanno toccato il punto più basso della serie storica: la spesa in conto capitale è stata il 2,2% del Pil, nel Mezzogiorno appena lo 0,8%. Il crollo della spesa per infrastrutture nell’ultimo cinquantennio è stato del 2% medio annuo a livello nazionale, sintesi di un -0,8% nel Centro-Nord e -4,8% nel Sud. In termini pro capite, gli investimenti in opere pubbliche nel 1970 erano pari a livello nazionale a 529,6 euro, con il Centro-Nord a 450,8 e il Mezzogiorno a 673,2 euro. Nel 2016 si è passati a 231 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 296 e il Mezzogiorno a meno di 107 euro pro capite. Il Sud, si legge nel Rapporto, resta un’area penalizzata nel godimento di alcuni diritti di cittadinanza e nell’offerta dei servizi pubblici. C’è un forte ridimensionamento della P.A., in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici.

Nessun miglioramento delle condizioni sociali: 10 meridionali su 100 in povertà assoluta

Nel 2016 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 cittadini nel Centro Nord. L’incidenza aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese. Nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali. Il rapporto tra impieghi – incluse le sofferenze – e i depositi è strutturalmente più elevato nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno: nel 2016 esso è pari a 1,14 al Sud contro 1,74 nel resto del Paese. Questo divario evidenzia il trasferimento della raccolta dalle regioni meridionali a quelle centro-settentrionali. Nel 2016 nel Mezzogiorno, a fronte di depositi raccolti dalle banche operanti nell’area per 283 miliardi, ci sono solo 278 miliardi di impieghi. Livelli di impieghi inferiori ai depositi si riscontrano in tutte le regioni del Mezzogiorno, a eccezione delle Isole. Il rapporto tra impieghi e depositi risulta particolarmente basso in Molise, Basilicata e Calabria. Al contrario, nelle regioni centro-settentrionali, si osserva un fenomeno opposto: a fronte di 959 miliardi di depositi raccolti, ci sono 1.610 miliardi di impieghi.

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