Libia. Don Zerai, prete eritreo, indagato dalla procura di Trapani, per aver denunciato, con l’Unhcr e Oxfam, le violenze e le condizioni inumane e degradanti nei lager libici. E sostiene MSF

Libia. Don Zerai, prete eritreo, indagato dalla procura di Trapani, per aver denunciato, con l’Unhcr e Oxfam, le violenze e le condizioni inumane e degradanti nei lager libici. E sostiene MSF

Nella vicenda che sta insanguinando di polemiche la già torrida estate italiana, spunta la storia di padre Mussie Zerai sacerdote eritreo, non per caso candidato al Nobel per la pace nel 2015 per le sue attività a favore delle condizioni di vita più dignitose per i migranti che fuggono da ogni luogo malfamato della Terra, fondatore e presidente dell’agenzia di informazione Habeshia, per la Cooperazione allo Sviluppo. Padre Zerai aveva concesso un’intervista al quotidiano cattolico della Cei Avvenire, nella quale molto apertamente si era schierato contro il Codice di condotta per Ong e aveva denunciato i maltrattamenti, le torture e le pratiche inumane e degradanti dei 34 lager libici che ospitano i migranti in transito verso i porti della Sicilia o della Calabria. Dopo poche ore, qualche anima bella, probabilmente in grado avere notizia perfino riservate dalla Procura di Trapani, divulgava la notizia che padre Zerai era indagato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, gettando sul sacerdote eritreo palate di fango. Come è accaduto con alcune Ong, tipo Medici senza frontiere, sembra che da qualche centrale informativa sia partito l’ordine di linciare mediaticamente chiunque avesse osato sollevare dubbi, critiche e interrogativi sulla reale efficacia umanitaria del Codice di condotta, sottolineando invece il gravissimo rischio presente nei centri di detenzione libici. Ora don Zerai ha deciso che è arrivato il momento non solo di difendersi dalle aggressioni e dalle accuse, ma anche di fare chiarezza sulla sua situazione giudiziaria.

Il sacerdote, candidato al Nobel per la pace, denuncia i limiti del Codice di condotta e annuncia che si difenderà dall’ondata di calunnie sul suo conto

Don Zerai ha confermato infatti di avere ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura trapanese nell’ambito di indagini su attività di salvataggio dei migranti in cui sarebbero coinvolte delle ong. Ma non c’è alcuna sorpresa da parte del sacerdote, noto in tutto il mondo per essere colui al quale i migranti che fanno i viaggi della speranza mandano Sos, telefonandogli, quando le imbarcazioni sono in difficoltà, perché “certe ricostruzioni fanno parte di una macchina del fango e di un clima di criminalizzazione sulla attività delle ong che soccorrono i migranti”. Sul codice di condotta che il governo italiano ha previsto per le organizzazioni non governative impegnate nel Mediterraneo sul fronte dell’immigrazione e che alcune ong, come Medici senza frontiere, non hanno firmato, padre Zerai fa notare che “non si sarebbe arrivati a questo punto se non fosse stata interrotta l’operazione Mare Nostrum, senza la quale si sono creati dei vuoti che hanno reso necessario gli interventi delle ong”. Prosegue, “e anche l’impossibilità di fare trasbordi da una nave di una ong che non ha la capienza per tenere a bordo tutti i migranti in pericolo in un salvataggio a cosa portera? A salvarne alcuni, mentre altri no?”, è l’interrogativo che solleva padre Zerai. Ecco uno degli effetti nefasti del Codice di condotta, che impone il blocco dei trasferimenti dei migranti da una nave piccola a una più capiente. Ma per aver rivelato queste banali, semplici verità note a tutti coloro che si occupano di salvataggio, don Zerai è stato vittima di “vere e proprie calunnie e, per la sistematicità con cui vengono rappresentati e diffusi, potrebbero configurare una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti e di quanti collaborano con me nel programma umanitario in favore di profughi e migranti, che abbiamo costruito nel corso di anni di lavoro”. Perciò, aggiunge il sacerdote eritreo, “mi riservo di controbattere nelle sedi legali opportune a questa serie di calunnie che mi sono state indirizzate – dichiara a quanto riportato dal Sir -. Per il momento posso dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti”.

Ma se non si crede a don Zerai, allora occorre almeno ascoltare le parole di Barbara Molinaro, dell’Alto commisario Onu per i rifugiati 

“I migranti che vengono salvati dalla Guardia costiera libica vengono riportati dalle autorità libiche nei centri di detenzione e non nei centri di accoglienza, che ancora non sono stati realizzati. In questi centri di detenzione le condizioni sono molto complicate, c’è un problema di sovraffollamento, c’è l’assenza di servizi medici, c’è l’assenza di servizi igienico sanitari, ci sono problemi di sicurezza anche per donne e bambini e, di fatto, sono i trafficanti che tengono le persone in detenzione”, dice Barbara Molinario di Unhcr rispondendo alle dichiarazioni del ministro Minniti in merito ai salvataggi dei migranti da parte della Guardia costiera libica e al loro ritorno nel Paese nordafricano. Ieri il ministrodell’Interno, alla festa del Pd di Certaldo, aveva sottolineato: “Dobbiamo occuparci delle condizioni di vita e dei diritti dei migranti nei campi di accoglienza libici, questo è il senso dell’impegno che abbiamo avuto in maniera intransigente nei confronti dell’Oim e di Unhcr, che è andata per la prima volta in Libia”. Secondo Minniti, affidare la gestione dei campi di accoglienza in Libia ad Unhcr e Oim rappresenta “l’unica scelta possibile” e – ha spiegato – “sono impegnato affinché avvenga il più rapidamente possibile”. Ma dall’Unhcr una fredda replica: “il progetto – ribasdisce Molinario – è lavorare alla creazione di centri di accoglienza, ma ancora non sono stati realizzati e i migranti che tornano in Libia finiscono nei centri di detenzione”. Molinario di Unhcr dice che “attualmente la nostra organizzazione ha accesso soltanto a 13 dei 34 centri di detenzione e in questi centri il lavoro che svolgiamo è quello di fornire beni di prima necessità e informare i rifugiati dei loro diritti, oltre che assistere le autorità nel rilascio delle persone vulnerabili”.

E se don Zerai e l’Unhcr non dovessero ancora bastare, ecco le testimonianze di Oxfam, nella speranza che il ministro Minniti legga tutto 

L’Italia e gli altri stati membri dell’Unione europea dovrebbero “smettere di perseguire le politiche che impediscono ai migranti di lasciare la Libia” dove “stupri, torture e schiavitù sono vergognose realtà quotidiane”, ecco cosa emerge da una relazione di Oxfam, confederazione internazionale di organizzazioni non profit, e dei partner italiani Medu e Borderline Sicilia. Oxfam ha raccolto le testimonianze di 158 persone, tra cui 31 donne: tutte, tranne una, hanno subito violenze sessuali. L’84 per cento degli intervistati ha dichiarato di aver subito trattamenti inumani o degradanti, violenze estreme o torture, mentre il 74 per cento ha assistito a omicidi o alla tortura dei compagni di viaggio. “L’Ue dovrebbe offrire percorsi sicuri alle persone che vogliono venire in Europa e garantire accesso a procedimenti equi e trasparenti per richiedere asilo”, ha detto Roberto Barbieri, direttore esecutivo di Oxfam Italia.

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