A far dire a Pisapia qualcosa di sinistra ci prova Vanity Fair, fra misteri dei capezzoli smarriti e abiti da sposa. Invano. Neppure una parola sul dramma dei migranti, il codice Minniti. Solo elogi per Gentiloni

A far dire a Pisapia qualcosa di sinistra ci prova Vanity Fair, fra misteri dei capezzoli  smarriti e abiti da sposa. Invano. Neppure una parola sul dramma dei migranti, il codice Minniti. Solo elogi per Gentiloni

Ci siamo detti: finalmente Giuliano Pisapia ci dice qualcosa di sinistra. La sede giornalistica non ci sembrava la più adatta, ma siccome il mondo è bello perché  è vario e noi siamo fra coloro che chiedono all’ex sindaco di Milano, ora leader di Campo progressista e di una alleanza di centrosinistra, possibile ma non certa, con Articolo1-Mdp, nella quale assumerebbe il ruolo di leader, ci siamo messi a leggere l’intervista a firma Isabella Mazzitelli sul numero di Vanity Fair. Il titolo: “Giuliano Pisapia, facciamo qualcosa di sinistra?”, molto accattivante e ci siamo accinti alla lettura. Chissà, ci siamo detti, magari fra un articolo su “Belèn e il mistero del capezzolo smarrito”, “Tre abiti per tre spose” ed altre amenità, informazione leggera con un target ben preciso, il Pisapia ci dica finalmente qualcosa. Magari di sinistra. L’incipit è quanto mai interessante, la giornalista che ha raccolto l’intervista ci fa sapere che l’ex sindaco di Milano “nel numero di Vanity Fair che esce proprio per Ferragosto” dice la sua sugli avversari politici, rivela un retroscena sul governo Prodi e fa una sorprendente ammissione sulla sua idea di casa comune per la sinistra. In premessa se l’era presa giustamente con Maroni che, dice Pisapia, “ha vinto in Lombardia promettendo che il 75% delle tasse sarebbe rimasto in regione. Chiaramente non ha mantenuto la promessa: era impossibile e anticostituzionale. Adesso  riprova con l’inutile e costoso referendum sull’autonomia, che non avrebbe nessun effetto concreto: è un mero spot elettorale e, quindi, un nuovo inganno”. Bene, bravo, applausi, finalmente qualcuno che al presidente della Regione gliene dice quattro mentre anche alcuni esponenti del Pd, autorevoli, non vedono male questo referendum.

L’intervista parte bene: “Mai identificato il Pd come casa comune della sinistra”. Poi si perde per strada

Andiamo avanti ed apprendiamo con piacere una “confessione”, quella di non aver mai identificato la Casa comune della sinistra, o del centrosinistra, il pallino di Pisapia, con il Pd. Dice: “Ho grande stima per Veltroni ma non ho mai condiviso l’idea che il Pd potesse rappresentare un partito di governo in grado di aggregare sinistra e centrosinistra. Adesso ancora di più. Già allora non mi convinceva perché era una fusione a freddo tra partiti diversi”. Poi passa a Renzi. Ritiene – afferma – “che il Pd sia autosufficiente, ma è evidente che non rappresenta né la sinistra né l’intero centrosinistra. Oggi c’è bisogno di un soggetto politico nuovo che metta insieme forze, esperienze, provenienze diverse, tante realtà che finora sono state spesso unite a livello locale, ma che non incidono a livello nazionale. La loro delusione è enorme, la frustrazione porta a non credere più nell’impegno e conduce all’astensione. Bisogna aggregare queste forze su un programma credibile con paletti precisi”. Tiriamo un respiro di sollievo. Finalmente dirà le cose di sinistra di cui nel titolo dell’intervista. Ancora no, prima dice alla giornalista che le racconterà “una cosa che pochissimi sanno: ho fatto il possibile per evitarla. Era il 2008, ma già nel 2007 Rifondazione era per la rottura, non senza alcune ragioni. Da più parti mi era stato proposto di fare il mediatore, il garante di una nuova unità. E se per il primo anno ce l’ho fatta, il secondo non ho neppure tentato, perché ero consapevole delle divisioni in Rifondazione, che hanno portato all’ennesima scissione”. Ci spiace per la giornalista di Vanity ma la “cosa che pochissimi sanno” è stata scritta più e più volte.

Con Grillo obiettivi comuni su singoli provvedimenti, unioni civili,  biotestamento

Si passa così a una domanda che si avvicina, per vie traverse, alle cose da fare. Gli viene chiesto: “C’è un obiettivo di Grillo che condivide?”. Risposta: “Su singoli provvedimenti sì: le unioni civili, il biotestamento – che purtroppo non sta andando avanti –, la lotta ai privilegi: distinguendo però i privilegi dalle cose utili e necessarie”. Fuochino, fuochino ora ci siamo. Invece no. Si passa a Berlusconi. Gli viene chiesto: “Berlusconi è di nuovo politicamente vivo e vegeto. Se l’aspettava?”. Risposta: “Sì, perché è una forza della natura, e ha dimostrato di essere capace di unire forze diverse”. Ora ci siamo davvero ma mai Pisapia dice una cosa sua, di sinistra come annunciava il titolo della intervista. Gli viene chiesto: “Appoggerebbe una candidatura di Paolo Gentiloni?”. E lui risponde: “Gli riconosco la capacità di ascolto e di dialogo, oltre alla sensibilità umana e politica. Suo compito sarebbe ora portare avanti alcuni provvedimenti indispensabili come il cosiddetto ius soli e il biotestamento, e soprattutto fare delle scelte nella legge di stabilità per diminuire le diseguaglianze e investire per generare rapidamente nuova occupazione”. Sono titoli, non proposte. Diminuire le disuguaglianze, generare nuova occupazione lo dicono tutti. A nessuno verrebbe in mente di aumentare le disuguaglianze. Lo prenderebbero per matto, idem per quanto riguarda l’occupazione.

Al Pisapia qualche stimolo potrebbero darlo quelli di Articolo1

Diciamo la verità: ci aspettavamo dal Pisapia una parola di sinistra sui migranti, sul codice Minniti, sui campi di concentramento in Libia, sulle Ong che sospendono l’attività che ha salvato tante vite umane ed ora sono sotto tiro, una campagna vergognosa contro queste organizzazioni. Magari una parola di centrosinistra. No, niente, come se il problema non esistesse. Forse avrà ritenuto che non era il caso di parlarne in un numero di Vanity Fair in cui argomenti di fondo erano  capezzoli e abiti per le spose. Speriamo che sia così e ne parli quando presenterà la sua “Officina”, o più precisamente le trecento officine che fanno parte del laboratorio di Campo progressista. Ci crediamo poco ma la speranza è l’ultima a morire. Magari un qualche stimolo potrebbero darglielo quelli di Articolo1-Mdp. Potrebbero battere un colpo. Chissà.

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