Pd. Renzi e i renziani studiano le mosse statutarie per l’assemblea di domenica. Bersani: “Solo dita negli occhi”, ed evoca la scissione. Orlando: “moratoria alle divisioni”

Pd. Renzi e i renziani studiano le mosse statutarie per l’assemblea di domenica. Bersani: “Solo dita negli occhi”, ed evoca la scissione. Orlando: “moratoria alle divisioni”

Dimettersi da segretario, restando però in carica per “gli affari correnti”. Questa è l’ipotesi che si affaccia nell’entourage di Matteo Renzi, in vista dell’assemblea nazionale di domenica prossima. Renzi, che lunedì in direzione non ha mai pronunciato la parola “dimissioni”, domenica però rimetterà il mandato da segretario, per dare il via al congresso anticipato. “Per farlo non ci sono alternative, sono praticamente obbligate, basta guardare lo statuto”, sottolinea un parlamentare molto vicino al leader. Però, è il senso del ragionamento, lo stesso segretario può restare in carica, se non ci sono candidati alternativi. L’articolo 3 dello Statuto Pd recita che “se il segretario cessa dalla carica prima del termine del suo mandato, l’assemblea può eleggere un nuovo segretario per la parte restante del mandato ovvero determinare lo scioglimento anticipato dell’assemblea stessa. Se il segretario si dimette per un dissenso motivato verso deliberazioni approvate dall’assemblea o dalla direzione nazionale, l’assemblea può eleggere un nuovo segretario per la parte restante del mandato con la maggioranza dei due terzi dei componenti”. Ma se tale maggioranza non c’è “si procede a nuove elezioni per il segretario e per l’assemblea”. Non si dice esplicitamente, però, che debba essere nominato un “reggente”. Dunque, è il ragionamento dei renziani, “è possibile che il segretario dia le dimissioni ma resti in carica”. Su questo sono in corso degli approfondimenti sullo statuto Pd, per arrivare a una interpretazione che non possa lasciare margini a contestazioni. Restare in carica, seppur da dimissionario, sarebbe un modo per non rallentare l’iter, che nell’idea di Renzi dovrà essere molto rapido, con le assemblee sul territorio a marzo e le primarie nazionali entro aprile. Ma anche, riflettono i suoi, per evitare “imboscate”. “Renzi il congresso non lo voleva fare ma alla fine si è convinto – racconta un deputato Dem del ‘giglio magico’ -. Però tutti gli stiamo dicendo che non deve lasciare la carica di segretario. E’ difficile ma, teoricamente, potrebbe saldarsi una maggioranza alternativa per eleggere un altro segretario, che potrebbe bloccare o rallentare l’iter congressuale”. Comunque sia, dopo il passaggio in assemblea l’apertura del congresso dovrà essere approvata in direzione, che dovrà nominare la commissione incaricata di scrivere il regolamento (i renziani chiedono che sia ricalcato su quello del congresso precedente) che dovrà poi essere nuovamente approvato in direzione.

La minoranza verso la scissione? Bersani: “Nonostante i nostri sforzi, solo dita negli occhi”

Minoranza Dem sempre più lontana dal Pd e vicina alla scissione, tanto che domenica potrebbe non partecipare all’assemblea nazionale che sarà convocata per dare il via libera al congresso. “Non so se andiamo, non si è deciso niente stiamo aspettando se c’è qualche riflessione”, dice Pier Luigi Bersani. L’ex segretario cammina in Transatlantico alla Camera, l’umore è nero, e ai giornalisti che lo circondano detta quello che appare quasi uno sfogo. “Siamo il Pd o il Pdr, il Partito di Renzi? Io voglio bene al Pd finchè è il Pd, se diventa PdR non gli voglio più bene”. Dopo la direzione di lunedì Bersani vede pochi margini di ricomposizione. “Il collettivo – spiega – non può essere un gregge. Ieri mi aspettavo un esito ben diverso, di fronte a uno sforzo difficile anche mio, nostro, mi sarei aspettato di sentir dire: ok, discutiamo. Non penso si possa andare avanti così, vediamo se qualcuno può prendere in mano la situazione”. Però, ammonisce, “la scissione è già avvenuta, il problema è vedere se e come recuperiamo con un popolo. Ma ieri ho visto solo dita negli occhi”. Il qualcuno che può prendere in mano la situazione, del resto, lo dice chiaramente, non può essere Matteo Renzi. “Siamo a un bivio molto serio. Il calendario è una tecnica. Serve buon senso: da Renzi non me lo aspetto, da quelli vicino a lui sì”. Un messaggio che pare indirizzato ad Andrea Orlando, anche se, precisa, “qui non è questione di una candidatura, ma di agibilità politica. Poi le candidature possono essere tante”. Tanti, in queste ore, chiedono al ministro della Giustizia di farsi avanti, di scendere in campo come candidato al congresso. Ieri Orlando ha avanzato le sue critiche alla linea del congresso subito, ribadite oggi in una intervista “Se uno sbaglia glielo dico. Se rischia il frontale glielo dico. Non sono convinto che andare subito al congresso sia un bene per il Pd”. Però su una sua eventuale candidatura Orlando prende tempo: “È un problema che mi porrò soltanto quando inizieremo a discutere sulla proposta da fare al Paese”. Certo è che una candidatura di Orlando potrebbe nascere se ci fosse una “semplificazione” del quadro che adesso, a sinistra, vede già in lizza, più o meno ufficialmente, Roberto Speranza, Enrico Rossi e Michele Emiliano. Contro le parole di Bersani è durissima la reazione dei renziani. “Sentire Bersani parlare di buon senso mentre minaccia scissioni dalla mattina alla sera è davvero pittoresco”, accusa Roberto Giachetti mentre la senatrice Roberta Puglisi parla di “reazione spropositata” che “sorprende e preoccupa”. “Volevano il congresso – chiosa un deputato renziano di primo piano – e ora che lo facciamo dicono di no. Non credo sia possibile una composizione. Il congresso di fatto è già aperto da mesi, con diversi candidati in campo, si tratta solo di fissare la data del voto. Non possiamo tenerlo aperto per sei mesi mentre il M5s è in balia del caso Roma. Sarebbe come voler giocare a calcio senza le scarpe”.

 Andrea Orlando: “mettere al bando la parola scissione”

“Io sono un militante, un dirigente politico che pensa che il Pd sia la più importante conquista politica degli ultimi vent’anni per la sinistra italiana e che non possiamo permetterci di smarrire la strada. Quindi il modo per farla ripartire è quello di tornare a discutere dei problemi degli italiani”, ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Per l’esponente dem “bisogna mettere al bando la parola scissione. Le istanze della sinistra credo dovrebbero trovare un luogo di confronto sul merito, sui contenuti. Io propongo questo terreno di confronto sul quale se ci si divide è fisiologico mentre dividersi ogni giorno su una contestazione della leadership, sul calendario, rischia di essere patologico e soprattutto non comprensibile da parte degli elettori anche perché le forze sovraniste in tutta Europa parlano una sola voce mentre invece gli europeisti si dividono”. Per Orlando “una moratoria che veda tutti impegnati ad evitare la ridda di dichiarazioni, distinzioni, attacchi quotidiani”

Intanto, Enrico Rossi presenterà assieme all’associazione Democraticisocialisti il manifesto politico “per cambiare l’Italia, la sinistra, il Partito Democratico”. Tra racconti, musica, letture, filmati e numerosi interventi, al Teatro Vittoria si ritroveranno militanti, sostenitori, simpatizzanti che negli ultimi mesi hanno seguito le iniziative di ”Rivoluzione socialista” in giro per l’Italia. La giornata sarà coordinata da Peppino Caldarola, presidente dell’associazione Democraticisocialisti.

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