Roma. Dai giudici del Riesame le conferme delle accuse che inchiodano Raffaele Marra. “Pericolo di recidiva, infedeltà istituzionale e mercimonio”

Roma. Dai giudici del Riesame le conferme delle accuse che inchiodano Raffaele Marra. “Pericolo di recidiva, infedeltà istituzionale e mercimonio”
Mano pesante dei giudici del Tribunale del Riesame sul caso di Raffaele Marra ed in particolare sulla figura e le responsabilità dell’ex dirigente e responsabile dell’ufficio che aveva la responsabilità di verifica, controllo e contenziosi sindacali di migliaia di dipendenti di Roma Capitale, oltre che essere per alcuni mesi uno degli uomini più ascoltati della sindaca di Roma Raggi. Tante le motivazioni che non hanno permesso al Marra di poter riacquistare la libertà: “La vicenda è di rilevante gravità, nella misura in cui mette in luce la spregiudicatezza dei protagonisti, in particolare del Marra, che non ha esitato a mettere a frutto, da anni, la propria posizione pubblica per ottenere vantaggi economici da un imprenditore, come Scarpellini, con significativi interessi in sede locale. Sin dal 2009 – scrivono i giudici nelle motivazioni – Marra si è messo a libro paga dell’immobiliarista e ancora nel 2016 ha dichiarato la propria fedeltà al patto già assunto, il che da un lato conferma la solidità del rapporto corruttivo tra i due, dall’altro è sintomatico della ferma intenzione del dirigente pubblico di proseguire sulla stessa strada che già importanti utilità economiche gli ha procurato”.
 
Attuale il pericolo di recidiva per chi è venuto meno da anni ai doveri di fedeltà, imparzialità e perseguimento esclusivo dell’interesse pubblico
 
“È senz’altro attuale il pericolo di recidiva per chi, come il Marra, è venuto meno da anni ai doveri di fedeltà, di imparzialità e di perseguimento esclusivo dell’interesse pubblico che sullo stesso incombono, e ancora oggi non esita, nel rivolgersi al privato per avere altre utilità, a ribadire con determinazione la propria disponibilità a venire incontro, al bisogno, alle esigenze dell’imprenditore, dimostrando di non avere il benché minimo scrupolo ad impegnarsi permanentemente a compiere od omettere una serie indeterminata di atti ricollegabili alla funzione esercitata”. Gli stessi magistrati, in un altro passaggio dell’ordinanza scrivono: “È superfluo sottolineare la gravità di una simile condotta, per la sua protrazione nel tempo (a partire dal 2009), per la gravità del danno procurato alla pubblica amministrazione (e indirettamente alla fiducia della collettività nella correttezza dell’operato dei pubblici funzionari), per l’intensità del dolo dell’indagato (che ha pervicacemente posto la pubblica funzione al servizio del proprio e dell’altrui privato interesse), per l’entità dell’illecito arricchimento conseguito (oltretutto nonostante le buone entrate assicurategli dall’attività svolta)”.
 
“Mercimonio della funzione che il dirigente pubblico ha accettato di fare in cambio di denaro”
 
“I motivi per cui Marra ha chiesto e Scarpellini ha erogato l’importante somma risiedono nel mercimonio della funzione che il dirigente pubblico ha accettato di fare in cambio di denaro”. È quanto affermato dai giudici del tribunale del riesame di Roma nel documento con il quale motivano il rigetto dell’istanza di scarcerazione avanzata da Raffaele Marra, ex capo del personale del Campidoglio finito agli arresti per corruzione insieme all’immobiliarista Sergio Scarpellini. Gli stessi magistrati, inoltre, sottolineano come i presunti favori economici fatti da Scarpellini a Marra “trovano ragionevole spiegazione in una logica corruttiva stante le funzioni pubbliche svolte all’epoca da Marra in settori connessi agli interessi di Scarpellini”. Riferendosi a quello che il medesimo Marra ha giustificato agli inquirenti come un prestito da 367mila euro ottenuto da Scarpellini, il riesame scrive: “Non è minimamente verosimile che lo Scarpellini possa essersi risolto a prestare 367mila euro non ad un vecchio amico o ad un soggetto di sperimentata fiducia ma ad un soggetto come Marra, conosciuto da qualche anno ma mai frequentato, con cui manteneva un rapporto superficiale ed occasionale, e lo abbia fatto senza pattuire interessi, senza acquisire la benché minima garanzia ma semplicemente sulla parola. Può dunque affermarsi – concludono nel testo i giudici – che quando nel 2013 Marra si è nuovamente rivolto a Scarpellini per avere sostegno economico non lo ha fatto certo per contrarre un normale mutuo fondiario ma piuttosto per ottenere una sorta di regalia o comunque una elargizione senza pattuizione di rimborso”.
 
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