Renzi inventa lo zen, non sa cosa sia, ma va bene. L’ossessione di Palazzo Chigi, la paura di non tornarci più. Schiaffo a Gentiloni. Poletti disgustoso: i giovani se ne vanno all’estero? Meglio così si levano dai piedi. Inarrestabile boom dei voucher

Renzi inventa lo zen, non sa cosa sia, ma va bene.  L’ossessione di Palazzo Chigi,  la paura di non tornarci più. Schiaffo a Gentiloni. Poletti disgustoso: i giovani se ne vanno all’estero? Meglio così si levano dai piedi. Inarrestabile boom dei voucher

Nuovo corso zen, voglio essere zen, così il Renzi Matteo si è presentato alla assemblea dei mille, da non confondere con i garibaldini di lontana memoria, che mille non erano perché molti sono rimasti a casa. Non è la prima volta che usa questo termine, suggerito da qualche suo spin doctor che cura la comunicazione, forse addirittura Jim Messina, l’americano che ha impostato per lui la campagna referendaria e si è messo in saccoccia una bella paccata di euro, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Forse Renzi voleva presentare alla platea dell’Ergife non il volto arcigno dello spaccone, ma uno pacioso, tranquillo, non l’uomo solo al comando. “La fase due, quella dell’ascolto, la fase zen. D’ora in poi – ha detto – la parola d’ordine del partito è noi”. Ma che c’entra con lo zen? Niente, ma fa sempre effetto. In sanscrito si usa dhayna, in cinese ch’an, in giapponese zen: significa pensare, riflettere, meditare. Un percorso linguistico, storico e culturale, che descrive come lo Zen non sia una religione né una filosofia, bensì una metodologia dello spirito, della coscienza e della mente che può essere adottata da chiunque, in qualunque luogo e tempo. L’abbiamo detta in breve ma per spiegare cosa significhi questa parola sono stati scritti libri.

Altro che zen, siamo ai furbetti del quartierino. In prima fila il ministro del Lavoro

Renzi Matteo non ha niente a che vedere con lo zen, è tutta un’altra storia. Anzi proprio l’opposto. Non l’hanno bevuta neppure gli scriba a lui più vicino, questa volta sono rimasti delusi. Più che di zen vale la pena parlare di furbetti del quartierino. In prima fila quel ministro del Lavoro, Giuliano Poletti che, anche lui lo zen?, a fronte dei giovani che sono costretti a fuggire all’estero per cercare lavoro ha detto: “Se 100mila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti 60 milioni di pistola. Intanto, bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei pistola. Permettetemi di contestare questa tesi”. Non gli bastava ed ha aggiunto: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Poi ha chiesto scusa, ha detto che si era espresso male. Non è la prima volta che lo fa. Le scuse non coprono il vero e proprio disastro che si sta sempre più creando nel mercato del lavoro. Ma Renzi ha ampiamente glissato su questi problemi.

In un paese normale un leader che ha “straperso” si sarebbe dimesso

Ha  confessato con il volto che esprimeva dolore, contrito, che il referendum l’aveva straperso. Ha detto la verità, per una volta. Ma in un paese normale il segretario di un partito, per di più anche premier, il quale riconosce che ha “straperso”, poi corregge, diciamo che “abbiamo straperso”, si dimette un minuto dopo l’esito del referendum. Non solo da premier ma da segretario del partito. Lascia la politica come aveva annunciato? Manco per sogno. Apre un dibattito vero nel partito, un dibattito congressuale? Se ne guarda bene. Si tiene allacciato  alla carica che ricopre, quasi una cintura di sicurezza. A conclusione di un congresso vero, con gli organismi votati dagli iscritti, partendo dai Circoli e poi su su fino agli organismi nazionali, poteva darsi che il candidato premier non fosse lui e non fosse neppure più il segretario. Se la caverà, forse, con una conferenza di organzzazione. Non si nega a nessuno. Non solo. Avverte la ciurma: vi verrò a trovare casa per  casa. Basta con il camper, con tour faticosi. Aveva annunciato che dal 10 gennaio si sarebbe scatenato, un’orgia di comizi, su e giù per l’Italia. Ma che  scherziamo. Tutti al lavoro non per ricostruire un partito disperso, il suo pensiero è il governo. Ha bisogno di rifarsi un volto, sfregiato dal referendum “straperso”.

Rilancia il Mattarellum, non ci vuole un giorno. Pensa ad un’incipriata di Pisapia

Ed ecco rilancia il Mattarellum, che gli consentirebbe di darsi una incipriata di sinistra, e fa il nome di Pisapia che si dà un gran daffare per mettere insieme un gruppetto di “governisti” attualmente facenti parte di Sinistra italiana, provenienti  da Rifondazione che si è sciolta, qualche anima bella di una delle minoranze Pd, qualche sindaco tipo quello  di Cagliari, città in cui il no al referendum costituzionale ha toccato grandi vette. Per quanto riguarda la legge elettorale che con c’è, è presto fatto: si ricicla il Mattarellum, porta anche il nome del presidente della Repubblica che ne fu l’autore. Dice Renzi che ci vuole un giorno per riportarla alla ribalta, una riga soltanto. Bugia grande come una casa. Sa bene che non è così. Che ci vogliono consistenti correzioni, che quando nasce circa 25 anni fa il sistema era bipolare. Oggi  il sistema, a dir poco, è tripolare. Servono aggiustamenti tali da evitare che le due Camere risultino formate da parlamentari nominati dai partiti. Con il sistema dei collegi uninominali, nel Mattarellum, si eleggono il 75 per cento dei deputati e dei senatori. I rimanenti 155 deputati – un quarto – vengono eletti con un sistema proporzionale, e solo tra i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 4 per cento. I candidati eletti con la quota proporzionale sono “bloccati”, cioè scelti dai partiti, e distribuiti in 26 circoscrizioni plurinominali (che cioè eleggono più di un parlamentare) sul territorio nazionale. È  prevista una sorta di compensazione per non sfavorire troppo i piccoli partiti, per i quali è più difficile fare eleggere un deputato in un collegio uninominale (dove presumibilmente, in questo momento, vincerebbero nella stragrande maggioranza dei casi candidati di PD, M5S e centrodestra). Questo complesso sistema di compensazione è noto come “scorporo” e comporta un complicato calcolo. Al Senato, gli  83 seggi rimanenti sono distribuiti su base regionale. E’ previsto uno scorporo, che però a differenza della Camera è “totale”.

Fratoianni (SI). Non è Renzi a dare le carte. Il Parlamento titolare della nuova legge elettorale

Interviene  a far chiarezza e mettere a nudo l’obiettivo di Renzi Nicola Fratoianni di Sinistra italiana: “Vorremmo dire a Matteo Renzi che dopo aver imposto al Parlamento una legge elettorale come l’Italicum con ben 3 voti di fiducia, è arrivato forse il tempo dell’umiltà. Non è lui a dare le carte, è il Parlamento ad essere il titolare della discussione della nuova legge elettorale. Lo vogliamo dire con  grande chiarezza: la discussione non può ripartire da un’idea maggioritaria, costruita su un sistema bipolare che oggi non esiste più. Serve una legge elettorale – conclude Fratoianni – che rimetta al centro la rappresentanza dei cittadini italiani, discutiamo pure dei modelli ma con questo punto fermo, al centro la rappresentanza e la possibilità per gli elettori di scegliere i propri rappresentanti”.

Il premier Gentiloni assiste sconsolato alla sceneggiata renziana

Assiste alla sceneggiata renziana, allo “zen”, quasi sconsolato il neo presidente del Consiglio Gentiloni. L’ex premier non ha neppure il buon gusto di mascherare la fretta che ha di tornare a palazzo Chigi. Dimentica che ha “straperso”, dimentica lo zen, si barrica dietro quel 40% di sì che sono tutta roba sua. Al voto al più presto, macché giugno, prima prima. Avrà qualcosa da dire Mattarella cui spetta l’onore di sciogliere le Camere? Basta un voto si sfiducia dato al governo Gentiloni da quello stesso partito di cui fa parte e che l’ha proposto, oppure più semplici  le dimissioni. Per i cultori dello zen un brivido. Ma ci potrebbe essere un altro ostacolo rappresentato dai tre quesiti referendari proposti dalla Cgil, che riguardano il jobs act e l’abolito articolo 18, i voucher diventati una nuova forma di contratto, sulla pelle in particolare dei giovani, gli appalti dove accade di tutto di più. Renzi Matteo non ne ha parlato, ma tre milioni di firme non sono uno scherzo che vengono dal più grande sindacato italiano, una  forza sociale che guarda a sinistra. Non solo. A giustificare la sconfitta gli esponenti del Pd portano un argomento: la sottovalutazione del disagio sociale. Certo non è tutto addebitabile al governo di Renzi Matteo ma la politica praticata dal governo non ha contribuito a creare posti di lavoro, ad affievolire le disuguaglianze sociali.

Il saldo fra nuovi contratti e cessazione è di 61.640 unità, -89% rispetto al 2015

I dati Inps parlano chiaro. Dopo aver incassato 18 miliardi grazie al Jobs act gli imprenditori hanno stretto la cinghia. Nei primi dieci mesi del 2016 sono stati stipulati 1.370.320 contratti a tempo indeterminato con un rallentamento del 32% sul 2015, mentre le cessazioni sono state 1.308.680: il saldo è solo di 61.640 unità, peggiorato dell’89% rispetto al saldo positivo di 588.039 contratti stabili nello stesso periodo dell’anno scorso e anche di gennaio-ottobre 2014 (+101.255 stabili). Secca smentita dei numneri sui quali gioca il governo. Veniamo al jobs act e ai lavoratori ingiustamente licenziati causa l’abolizione dell’articolo 18. Nei primi dieci mesi del 2016 le cessazioni dei contratti stabili per dimissioni sono state pari a 659.000 (-13,6% rispetto al 2015 grazie – secondo l’Inps – alle nuove dimissioni online), mentre quelle per motivi disciplinari sono salite nettamente da 48 a 60mila (+27%). Infine i voucher, i buoni dal valore nominale di 10 euro, 7,5 netti per il lavoratore. Sono diventati dei veri e propri contratti di lavoro, senza esserlo, lavoro irregolare insomma. Sempre stando ai dati Inps, nei dieci mesi ne sono stati venduti 121,5 milioni, con un incremento del 32,3% rispetto al 2015. Nei primi dieci mesi del 2015, la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era del 67%.

Tutto ciò che ha a che vedere con lo zen? Niente, ma fa notizia. Questa volta però non l’ha bevuta quasi nessuno, o forse coloro che si accingono a dare una mano al Pd che sbatte sugli scogli. Una volta si parlava di ruote di scorta, di stampelle.  Certo non è un  bel vedere. Niente a che fare con la bella politica di cui l’Italia e gli italiani hanno bisogno. In primo luogo quei giovani che Poletti non “soffrirà a non averli più fra i piedi” e che magari  hanno votato no al referendum costituzionale.

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