Usa. Michael Moore a Trump nella sua tana: “Hai perso. Fatti da parte”. In 100mila a New York contro Donald e migliaia ancora in marcia ovunque

Usa. Michael Moore a Trump nella sua tana: “Hai perso. Fatti da parte”. In 100mila a New York contro Donald e migliaia ancora in marcia ovunque

Si arricchisce ogni giorno di più il bollettino delle manifestazioni anti Trump, in tante parti degli Stati Uniti. E ovunque, la polizia procede a fermi e arresti. Portland, nell’Oregon, e New York restano le capitali delle manifestazioni.  A Portland, secondo quanto annunciato questa mattina dalla polizia, 19 persone sono state arrestate durante la manifestazione contro Trump. “No all’America razzista”, “Donald Trump se ne deve andare”, hanno urlato i manifestanti per le strade di Chicago, dove i partecipanti al corteo hanno offerto la loro solidarietà alle minoranze attaccate dal presidente eletto. Se a Los Angeles (sud-ovest), i manifestanti sono stati più di 10.000, a New York almeno 100.000 persone hanno sfilato per la Fifth Avenue, fino a raggiungere la Trump Tower. Ed è Michael Moore, il regista, ad aver colto lo spirito di queste manifestazioni. Con l’aria ineffabile, il regista americano si è presentato sabato pomeriggio alla Trump Tower, nel cuore di Manhattan: voleva essere ricevuto dal presidente americano eletto, Donald Trump. Moore, tra i pochi a preconizzare la vittoria del candidato repubblicano, è riuscito ad arrivare al quarto piano del grattacielo prima che gli agenti dei Servizi Segreti, che proteggono sia il presidente in carica che quello eletto, lo bloccassero. Più tardi ha raccontato di aver lasciato agli agenti un biglietto che gli hanno assicurato sarà recapitato a Trump: “Hai perso”, c’era scritto, con chiara allusione al voto popolare perso dal magnate repubblicano. “Fatti da parte”. Moore è arrivato alla Trump Tower con una troupe al seguito e uno smartphone in mano, in cui ha documentato la sua visita su Faceboook Live. Indossava un berretto da baseball e un maglione scuro con una spilletta simbolo della sua vicinanza alle minoranze, ha spiegato più tardi. Il suo arrivo ha creato il trambusto tra i manifestanti, ma soprattutto nelle schiera di giornalisti e fotografi presenti. “Sono contrario a questo uomo che non ha vinto il voto popolare e dobbiamo capire cosa possiamo fare in maniera legale e non violenta per fare in modo che non si insedi”, ha spiegato più tardi.

In 100mila a New York: alcune testimonianze. “Abbiamo vinto e ci dicono che invece Trump è presidente. Il mio voto a New York vale 4 volte meno di un elettore del Minnesota”

A New York, i 100mila manifestanti hanno urlato gli slogan ormai consueti in questa ondata di reazione popolare a Trump: “not my president”, “Adolf Trump”, chiara allusione a quella che è ormai la percezione collettiva del rischio di un presidente molto vicino a posizioni totalitarie. I media progressisti hanno raccolto decine e decine di testimonianze di manifestanti. Kim Peterson, 41 anni, una madre casalinga, spiega al reporter: “Trump può aver vinto le elezioni, ma non accetterò mai ciò che rappresenta né ciò in cui crede, né per me né per i miei figli”. Denise Mustafa, video editor, regge il cartello con la scritta “Adolf Trump” afferma: “voglio che Donald Trump sappia che la democrazia non sarà messa da parte. Voglio che lui sappia che siamo istruiti al punto da sapere come finirà. Questo è solo uno dei modi per trasformare la rabbia in un messaggio lanciato per dire che la gente non ha ancora perso la speranza”. Robin Perl, ambientalista, si è concentrato sulle ambiguità del sistema elettorale americano, che ha visto la Clinton prevalere nel voto popolare, ma perdere nei collegi elettorali. “La Marcia di New York metterà finalmente al centro dell’attenzione ciò che vogliamo. Un voto, una persona. In questo momento, il voto di un elettore del Minnesota vale quattro volte più del mio a New York. È la seconda volta in 16 anni che un candidato democratico abbia vinto nel voto popolare ma ha perso nei collegi elettorali. E infine, vi sono tante di quelle anomalie nel voto d quest’anno che andrebbero tutte investigate”. Margot Borske, infermiera professionale di 61 anni, dice: “possiamo continuare a manifestare sempre e comunque, contro ogni legge, contro ogni nomina, ogni emendamento che tenti di fare arretrare questo paese di 50 anni. Proteggeremo i diritti civili, i diritti delle donne, i diritti degli omosessuali, l’ambiente e la pace nel mondo. E proteggeremo la stabilità della nostra economia che è globale, differenziata e multiculturale”.

Un milione di donne contro Trump il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca

Si sta facendo strada l’idea di una grandissima, enorme, manifestazione di un milione di donne a Washington, il prossimo 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Movimenti democratici e di sinistra hanno già dato iniziato all’organizzazione dell’evento. Patrisse Cullors, fondatrice dei Black Lives Matter (il movimento che oppone la reazione nonviolenta agli omicidi delle persone di colore da parte della polizia) afferma che “stiamo elaborando il nostro lutto e stiamo contenendo la rabbia. Ma vogliamo costruire qualcosa che di più grande e più forte dell’odio che Trump e il suo staff hanno esibito verso le comunità emarginate.

Clinton accusa l’FBI della sconfitta

Intanto, nel corso di una conference call, Hillary Clinton e il capo del suo staff hanno ribadito che secondo una ricerca da loro commissionata, la causa principale della sconfitta andrebbe riportata alle due lettere consegnate al Congresso dal direttore dell’FBI James Comey, sull’uso di un indirizzo elettronico privato da parte di Hillary Clinton mentre era nell’esercizio delle sue funzioni di segretario di stato. Nessun accenno della Clinton sulla vittoria nel voto popolare, che tanto, invece, sta facendo mobilitare e discutere i democratici americani.

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