Padoan non ne indovina una: la crescita si irrobustisce. I numeri dicono il contrario. Barbi (Cgil): la manovra non rimette in moto il Paese, non crea lavoro. In Commissione mille emendamenti

Padoan non ne indovina una: la crescita si irrobustisce. I numeri dicono il contrario. Barbi (Cgil): la manovra non rimette in moto il Paese, non crea lavoro. In Commissione mille emendamenti

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non ne indovina una. E a sua difesa occorre dire che è anche sfortunato.  Parla in audizione alle Commissioni Bilancio e Finanze della Camera che hanno in esame decreto fiscale e legge di Bilancio. Mentre annuncia che “la crescita si sta gradualmente irrobustendo” arrivano nuovi dati che dicono l’esatto contrario. Questa volta si tratta della nota mensile sull’andamento della economia italiana diffusa dall’Istat in cui si legge che l’attività economica del nostro Paese “non segnala prospettive di accelerazione negli ultimi mesi dell’anno”. Le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,2 %, la fiducia dei consumatori cala dello 0,1%. Si dirà che siamo agli zero virgola. E’ vero, ma come notano Federconsumatori e Adusbef “la domanda interna dal 2012 al 2015 è calata del 10,2%, il potere d’acquisto delle famiglie eroso dalla necessità di  sostenere i redditi dei figli, nipoti, parenti senza lavoro”. Senza contare i figli che non hanno redditi. Non vale a cambiare questa situazione  segnata dal fatto che i disoccupati  aumentano e, al tempo stesso, aumentano anche gli occupati, giocando sugli inattivi che non sono più inattivi. Così come sarebbe il caso di non nascondere il fatto che la maggior parte dei nuovi occupati sono lavoratori indipendenti. Spesso mascherati, perché si tratta di giovani, da qui anche la leggera diminuzione dei disoccupati sempre sopra il 30, che per due euro a giro trasportano vivande, posta, altri oggetti.

Anche Confindustria parla di una economia che arranca

Ormai anche Confindustria parla di una economia che “arranca”. Ci restano Padoan e il suo capo, Renzi Matteo, a sostenere l’insostenibile. Come quando al ministro in audizione che vantava i risultati della politica del governo è stato chiesto come motivava il ritorno dello spread a quota 160. Se l’è cavata dicendo che era stato anche più alto e ora si era abbassato. Poi ha illustrato la manovra: 21 miliardi per il 2017, 22,3 per il 2018, 24 per il 2019. Per quanto riguarda le previsioni sull’esito dei provvedimenti annunciati vale la risposta che riguarda l’Ape: “Vedremo”, ha detto. Intanto alle Commissioni in seduta congiunta sono già arrivati 1040 emendamenti di cui se ne discuterà l’ammissibilità. Poi i voti. In Aula la manovra dovrebbe arrivare il 10 novembre. Nel frattempo, si sviluppa in parallelo il confronto con la Commissione della Ue che a metà novembre dovrebbe esprimere un parere che non sarà però definitivo. Se ne riparlerà il giorno dopo il referendum quando si riuniranno i ministri finanziari. Se il dibattito alla Camera non verrà strozzato, se non interverranno voti di fiducia, il voto non arriverà prima del referendum.

Dalle audizioni in Commissione non esce una valutazione positiva della manovra

Dalle audizioni fino ad ora, se si dovesse esprimere una valutazione in base a quanto traspare dalle cronache, non esce certamente una valutazione positiva della manovra. In particolare il giudizio della Cgil, espresso al termine della audizione, è molto critico. Si può riassumere in poche parole, quelle pronunciate dal segretario confederale Danilo Barbi, riprendendo quanto affermato nei giorni scorsi dal segretario generale Susanna Camusso. Nel corso della audizione ha detto a chiare lettere che “la legge di bilancio del governo Renzi non corrisponde alle necessità al Paese, non serve a rimetterlo in moto, a creare lavoro giovanile e femminile, soprattutto nel Mezzogiorno, e a ridurre le disuguaglianze aumentate fortemente in questi ultimi anni. Il giudizio generale della Cgil è quindi critico”. Per la Cgil, la programmazione economica del governo, che prevede una crescita dell’1% nel 2017, “è sostanzialmente un’ipotesi di stagnazione, soprattutto in una condizione socio-economica come quella attuale”.

Investimenti pubblici ancora in calo. La “filosofia” dei bonus

L’esecutivo, ha detto Barbi, riporta Rassegna sindacale, “insiste con una politica di tagli alla spesa pubblica e di riduzione dei costi alle imprese anziché prevedere maggiori investimenti pubblici, per i quali si programma ancora una volta una diminuzione. Si continua con la filosofia di assegnazione di bonus, anziché creare diritti e invece di creare direttamente occupazione – incalza il dirigente sindacale – si scommette su decontribuzione e defiscalizzazione del lavoro, oltre che deregolazione”. Barbi prosegue sottolineando che i margini fiscali per una politica espansiva esistono e e vanno recuperati nei grandi patrimoni privati e nell’evasione fiscale, ma sono scelte che il governo non vuole realizzare. Infatti – continua – il Decreto fiscale si mostra come un mero tentativo di fare cassa, proponendo una serie di condoni e di distorsioni del sistema fiscale”. Barbi entra nel merito di alcune proposte contenute nel disegno di legge di Bilancio. Parla di “alcuni elementi positivi” come il piano Industria 4.0, di cui però restano nebulose le risorse a disposizione.

Insufficienti e incerte le risorse per il rinnovo dei contratti pubblici

Per quanto riguarda le pensioni, sottolinea l’aumento del netto, grazie all’iniziativa sindacale, mentre, dice, “sono ancora insufficienti e incerte le risorse dedicate al rinnovo dei contratti pubblici”. Sul versante della contrattazione collettiva dei settori privati, il segretario confederale della Cgil, riferisce Rassegna, mette in luce che “l’unica misura di sostegno è rappresentata dalla detassazione della produttività di secondo livello, mentre non è previsto alcun supporto ai contratti collettivi nazionali di lavoro, che sono l’unica garanzia di aumento generalizzato dei salari e, perciò, della domanda interna”. Altro elemento critico è relativo agli aumenti di IVA e accise a garanzia dei tagli alla spesa pubblica: “non vengono risolte, bensì rinviate ancora di un altro anno e, anzi, ne vengono istituite di nuove (aumento accise e ancora tagli alla spesa) in relazione agli obiettivi di recupero del gettito evaso”. Questa manovra profila il rischio, “abbastanza evidente, di nuovi aggiustamenti del bilancio dello Stato a primavera. Per questo continuiamo a proporre di partire da un Piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile e per i disoccupati di lunga durata”, ha aggiunto Barbi.

Terremoti. C’è un problema di prevenzione che nel fiscal compact non è previsto

Il segretario confederale della Cgil, terminata l’audizione, intervistato da Radio Articolo 1, ha affrontato il tema del terremoto e dei fondi necessari per la ricostruzione: nella lettera inviata a Bruxelles il governo italiano parla di 3,5 miliardi di euro. In realtà, ha spiegato Barbi, “le risorse sono 700 milioni sul primo anno. Il calcolo che il governo invia alla Commissione riguarda anche altri interventi: alcuni già previsti, per esempio di manutenzione e messa in sicurezza. Però – ha osservato – bisogna fare ben altra vertenza con la Commissione europea: le politiche europee prevedono già che le spese di ricostruzioni per calamità naturali siano fuori dal fiscal compact. Nell’epoca del governo Berlusconi con Tremonti l’esecutivo non fece valere in Europa questo fatto evidente: l’Italia, paese di terremoti, ha un problema di ricostruzione ma anche di prevenzione e questo nel fiscal compact non c’è”.

 

Share

Leave a Reply