Putin ed Erdogan stringono a San Pietroburgo l’intesa bilaterale e pragmatica che avrà sviluppi politici e militari enormi. Europa e Usa assistono in silenzio

Putin ed Erdogan stringono a San Pietroburgo l’intesa bilaterale e pragmatica che avrà sviluppi politici e militari enormi. Europa e Usa assistono in silenzio

Dal punto di vista delle relazioni internazionali e del nuovo assetto geopolitico, la visita di Erdogan a San Pietroburgo e l’incontro con il presidente russo Putin, a poco meno di un mese dal tentato e fallito golpe in Turchia, ha qualcosa di storico. Martedì 9 agosto, infatti, il presidente Putin ha sottolineato la volontà di russi e dei turchi di “ristabilire il dialogo e le relazioni bilaterali”, dopo mesi di crisi diplomatica tra i due paesi, dopo l’abbattimento del caccia russo nello spazio aereo turco. Di fatto, è la prima visita all’estero del presidente Erdogan dal 15 luglio scorso, dopo il golpe fallito, e soprattutto dopo le massicce epurazioni, senza precedenti, di giudici, docenti, impiegati dello stato, avvocati, accusati di far parte della cosiddetta rete di Gulen. L’Occidente aveva ovviamente criticato il “contro golpe” e le liste di epurazione, con decine di migliaia di persone licenziate e incarcerate senza alcun motivo apparente. La tensione tra Europa e Turchia, poi, ha fatto il resto, spostando il baricentro diplomatico turco verso l’Est di Putin.

Putin: “ristabilire dialogo e relazioni nell’interesse dei due popoli”

“La sua visita, che interviene nonostante la situazione politica interna molto complessa”, ha detto Putin, rivolgendosi la suo nuovo amico Erdogan, “dimostra che vogliamo ristabilire il dialogo e le relazioni, nell’interesse dei popoli russo e turco”. Naturalmente, a questa calorosa accoglienza verbale, ha poi fatto seguito un’altrettanto calorosa stretta di mano tra i due presidenti, poche ore prima nemici giurati. Da parte sua, Erdogan, dopo aver ammaestrato la stampa turca sostenendo che scopo del viaggio a San Pietroburgo sarebbe stato quello di raggiungere “una nuova tappa, una ripartenza”, ha replicato a Putin che “i rapporti tra Mosca e Ankara entrano in una fase estremamente diversa, nella quale la solidarietà tra i due paesi alleati contribuirà alla soluzione dei problemi della regione”. Ora, di quale regione si tratti, è facile immaginare: una vastissima area compresa tra la Siria, il Medio Oriente, la parte curda dell’Iraq e della stessa Siria, fino all’Ucraina, per effetto della costruzione del nuovo gasdotto turco. Sulla Siria, e in particolare sul destino di Assad, restano ancora forti divergenze, ma l’interesse di Erdogan, in questo momento è quello di isolare i curdi a nord della Turchia e in territorio siriano, perché, secondo la vulgata presidenziale turca, è da quella parte che proviene il grosso del rischio terroristico per Ankara e Istanbul.

Il nuovo equilibrio geostrategico nella regione

Putin è stato il primo presidente estero a condannare il putsch con una telefonata a Erdogan lo scorso 15 luglio, e non ha certo mosso un dito, né ha proferito parola contro le epurazioni e le deportazioni di massa messe in atto da Erdogan contro i suoi presunti avversari interni, al contrario di quanto fatto da quasi tutte le cancellerie europee. È da questo contesto politico e militare che nasce la nuova empatia tra i due presidenti, che sposta l’attenzione del mondo (in attesa delle elezioni americane dell’otto novembre prossimo) verso Oriente. Il sostegno di Putin a Erdogan è stato netto: “la Russia è categoricamente contraria ad ogni tentativo di agire in modo incostituzionale, e spera che la Turchia possa superare questo problema e che l’ordine e la Costituzione vengano ristabiliti”. Ora, però, non è chiaro a quale Costituzione Putin abbia fatto riferimento, poiché il Parlamento turco, su sollecitazione di Erdogan, si appresta ad approvare una nuova Costituzione di carattere spiccatamente presidenzialista.

Le ragioni economiche dell’intesa e la natura pragmatica delle relazioni tra Putin e Erdogan

E in ogni caso, all’origine dell’empatia tra Putin ed Erdogan vi sono anche alcune cifre economiche, fornite dal Cremlino: dal raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Mosca e Ankara, gli scambi commerciali sono crollati del 43% a 6,1 miliardi di dollari (5,5 miliardi di euro), da gennaio a maggio del 2016. Per questa ragione, dopo mesi di invettive tra le due capitali, Mosca ha accettato con rapidità inedita le scuse espresse da Ankara ed ha eliminato le sanzioni nel settore del turismo, cruciale per la Turchia, colpita dalla diserzione massiccia dei turisti russi. È infatti impressionante il calo dei russi in Turchia: in un solo anno, tra il 2015 e il 2016, il calo è stato del 93% di presenze. Inoltre, la crisi diplomatica ha interrotto la costruzione del gasdotto TurkStream, del valore di 31,5 miliardi di metri cubi di gas da dirottare in Turchia attraverso il Mar Nero, e quella della centrale nucleare di Akkuyu. Da questo punto di vista, i media turchi vicini ovviamente a Erdogan parlano esplicitamente di successo economico della missione in Russia, soprattutto per quanto riguarda lo sblocco dei flussi turistici, e soprattutto dei progetti del gasdotto e della centrale nucleare. Uno dei massimi esperti di politica internazionale del Centro Carnegie di Mosca, Alexandre Baounov, giudica che “la relazione tra Mosca e Ankara è decisamente più durevole, e di tipo più pragmatico, non più sostenuta da una relazione personale o ideologica, ma da interessi pratici in comune”. Insomma, “i due paesi hanno bisogno l’uno dell’altro”, specie per la soluzione della crisi siriana, sostiene l’analista Fiodor Loukianov, presidente del Consiglio per la politica estera e la difesa. E sulla Siria, lo stesso Erdogan ha voluto essere ambiguo quanto basta: “scalzare dal potere il presidente Bachar al-Assad è un priorità, ma riconosco che la Russia è un attore chiave, importantissimo per l’instaurazione della pace in Siria”. Cosa vuol dire? Intanto, mettere da parte i protagonismi di Europa e Usa sul destino del potere in Siria, costruendo un nuovo binomio di interessi e di decisioni tra Mosca e Ankara. “Questo problema deve essere regolato”, ha concluso Erdogan, “con misure prese di comune accordo tra Russia e Turchia”. Insomma, Erdogan e Putin mettono le mani nel piatto sull’intera regione mediorientale, nel convincimento comune di poter fare a meno del consesso internazionale. È davvero una questione che l’Europa e gli Stati Uniti possono lasciare a quei due?

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