Informazione e referendum. Una pagina fra le più nere nella storia del giornalismo italiano. A rischio la partecipazione democratica

Informazione e referendum. Una pagina fra le più nere nella storia del giornalismo italiano. A rischio la partecipazione democratica

La lettera inviata al Presidente della Repubblica da Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelsky,  rispettivamente presidente e presidente onorario del Comitato per il No nel referendum costituzionale  prende spunto da un problema contingente, il fatto di“essere discriminati su radio e tv”. La quasi totalità del tempo è stata dedicata ai sostenitori del sì, il governo in primo luogo. A Mattarella si chiede di intervenire, di“far valere la sua autorità super partes per garantire parità fra le posizioni”. L’iniziativa dei due giuristi è stata nettamente sottovalutata dai media, come era largamente prevedibile e collegata in particolare alla vicenda delle annunciate nomine  dei direttori dei tg Rai. Certo che un collegamento esiste, ma l’iniziativa di Pace e Zagrebelski pone un problema più generale che, partendo dal referendum, riguarda il ruolo della comunicazione nella società democratica.

Una cartina di tornasole dello stato di crisi dei media che producono sempre meno conoscenza

Non a caso nella lettera a Mattarella sottolineano a  proposito della discriminazione a danno del Comitato per il No che“questo è accaduto proprio quando si avverte e si proclama la necessità di diffondere la partecipazione democratica e di operare per sanare la frattura aperta tra governanti e governati, tra istituzioni e cittadini, frattura che tutti a parole deprecano”. Questa è la sostanza del problema. Il referendum è una cartina di tornasole dello stato generale di crisi dei media, di una informazione che sempre  meno produce conoscenza, non è un caso che Reporter senza frontiere in quanto a libertà di espressione classifica il nostro paese al 70°posto. Una caduta vertiginosa  della qualità dell’informazione avvenuta in questi ultimi anni. Pagine fra le più nere nella storia del giornalismo italiano quelle che leggiamo ogni giorno. Il referendum, già quello sulle trivelle aveva segnato un esempio clamoroso di cosa significhi la“disinformatia”. Nel tempo del berlusconismo imperante, ma già prima, negli anni  dell’autunno caldo, delle lotte contro il terrorismo il giornalismo italiano aveva dato prova di una grande tenuta democratica e poi tangentopoli, le battaglie contro la P2, leggi Corriere della sera,  l’autunno caldo, i diritti conquistati nelle redazioni,  il rinnovamento della Federazione della Stampa,  uno slogan che diventa realtà, non solo il diritto dei giornalisti ad informare, l’ affermazione della libertà di stampa, ma, insieme, quello dei cittadini ad essere informati, sembrano lontani ricordi di una stagione felice. Perché va detto a chiare lettere la disinformatia non nasce per caso. Sono gli operatori della comunicazione, gli editori, i direttori, i giornalisti, che scrivono articoli in fotocopia, con un occhio sempre attento alle“veline”, nuovo formato che sforna Palazzo Chigi. Un dibattito, anche aspro, pensiamo vada aperto a tutto campo.

De Bortoli: il rischio di stravolgere storie e identità editoriali e culturali

La “rottamazione” renziana entra in modo strisciante nelle redazioni, la crisi dell’editoria, della televisione generalista, le fusioni fra gruppi editoriali, che di editoriale hanno ben poco, i loro interessi spaziano dal campo industriale a quello della finanza. Dice in una bella intervista su Articolo21 Ferruccio  De Bortoli: “La crisi dell’editoria, e anche della televisione generalista, la paura che le fusioni inevitabili portino alla falcidia delle redazioni, il passaggio alla multimedialità, generano apprensioni e paure. Mi ha colpito il silenzio di molte redazioni di fronte ad aggregazioni che muteranno, forse fino a stravolgerle, storie e identità editoriali e culturali. Discussioni poche, timori tanti. Giusto dire che c’è una rassegnazione collettiva. Ma se ci arrendiamo al pessimismo saremo ancora più esposti e marginali e meno protagonisti di un passaggio alla multimedialità che deve vederci protagonisti consapevoli, innovativi, aperti all’innovazione e ai rischi che questa comporta. Un esempio di storie e identità editoriali e che rischiano, forse già qualcosa di più, viene  da Repubblica, la fusione con il gruppo de La Stampa è solo il corollario di una svolta renziana sempre più netta, una divisione di spazi, di compiti, di pubblicità, di un mercato sempre più ristretto. Salire sul carro dei vincitore diventa un obbligo”.

Interviste a Renzi telecomandate. Repubblica fa scuola. Non va disturbato il manovratore

Capita così che perfino le interviste sono telecomandate, domande scritte e risposte scritte per evitare scherzi. Un esempio: nel giornale di domenica grande intervista a Renzi Matteo che già aveva occupato la scena di televisioni e radio sullo stress test e Monte dei Paschi di  Siena. Titolone in apertura del giornale:“ Mps, non pagano i cittadini”. Una bugia. Intanto il denaro pubblico, dei cittadini appunto, c’è  e si vede, riguarda la Cassa depositi e prestiti, tanto che la Corte dei conti ha espresso serie perplessità sul suo ingresso in Atlante. Non solo. In altra pagina del quotidiano di Largo Fochetti si legge un articolo in cui si scrive che“Atlante, il fondo salvabanche che ha sottoscritto gli aumenti di capitale di Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca non basta per finanziare l’acquisto  dei crediti da Monte dei Paschi”. Per questo si sta parlando di creare un Atlante 2 ricorrendo alle più spericolate forme di  ingegneria finanziaria con il coinvolgimento di nuovi soggetti come le Casse e di Previdenza di Enti, fra cui quella dei giornalisti, dei commercialisti e via dicendo. Soldi quindi dei cittadini. Non si poteva farlo presente a Renzi che del problema  è ovviamente informato?  No, altrimenti tv e radio non avrebbero rilanciato l’intervista  bugiarda.

I problemi di fondo del sistema della comunicazione sottovalutati dalla sinistra

Si pone, in questo quadro, un problema di fondo che riguarda l’intero sistema della comunicazione che la sinistra ha nettamente sottovalutato. Il web ha dato l’illusione che ognuno può costruirsi la comunicazione che vuole. Sono milioni le notizie che circolano. È vero, ma questa pluralità non significa produzione di conoscenza, lo scopo di fondo della comunicazione. Venti anni di deregulation sul web hanno prodotto danni notevoli. La realtà è che l’intermediazione professionale è essenziale, il ruolo del giornalista, la sua formazione, la sua libertà, sono oggi umiliati ed offesi. Richiamiamo ancora De Bortoli quando afferma che“le fusioni editoriali sono negative quando la preoccupazione è quella di omologare le testate, realizzare maggiori compromessi pubblicitari per non perdere investimenti, ridurre i costi redazionali al solo scopo di avere giornalisti fungibili, adatti a qualsiasi mansione multimediale, e facilmente controllabili. L’esperienza ci dirà in quale direzione stiamo andando.  Il vero editore riduce i costi ma investe in qualità dell’informazione, nella digitalizzazione, innova, rischia; il falso editore – che ha interessi maggiori altrove – trasforma le redazioni in scantinati con produzioni a cottimo, piantagioni di sotto impiego giornalistico, confidando negli users generated contents e vendendo i suoi marchi agli investitori pubblicitari”.

Nomine Rai e la vergogna degli stipendi da nababbi. Flebili reazioni del mondo giornalistico

Non ci meravigliamo se per esempio per quanto riguarda la vicenda Rai, gli stipendi super da una parte, e le annunciate nomine dall’altra, le reazioni nel mondo giornalistico sono, a dir poco flebili. Non diciamo manifestazioni di piazza, ma qualcosina in più di una dichiarazione non guasterebbe. Anche i consiglieri che vengono dalla professione giornalistica, già dirigenti sindacali, altri esponenti certo di cultura non renziana parola sbagliata visto di che si tratta ma non ne abbiamo trovato una migliore, alla fine si piegheranno al decisionismo del’amministratore delegato Campo dall’Orto  meglio noto come il“dittatore”, secondo quanto circola in Rai. Pensate che bello per esempio se i direttori e  gli altri dirigenti si fossero autoridotti gli stipendi, a partire dallo stesso   a.d. che li ha decisi. E che bello se coloro senza incarico da anni, cui non è stata negata una stanza in cui soggiornare, chissà magari anche l’auto di servizio, si ribellassero chiedendo di lavorare. Altri tempi, altre illusioni. Ci chiediamo: fin quando la sinistra, quella che c’è, quella che verrà, la minoranza del Pd, non porranno il problema della libertà della comunicazione, della sua struttura, insieme alla libertà della cultura, nelle sue varie forme? Il referendum è vicino, una occasione per aprire un nuovo fronte di lotta, guardando al presente e al futuro. Perché  su questo versante si gioca la democrazia, la partecipazione dei cittadini, il ritorno alla grande politica.

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