Milano al voto per il ballottaggio del 19 giugno. Sala cerca voti radicali, grillini e di sinistra. Parisi spera nel voto antirenziano

Milano al voto per il ballottaggio del 19 giugno. Sala cerca voti radicali, grillini e di sinistra. Parisi spera nel voto antirenziano

Spira una certa aria di rivalsa a Milano, alla vigilia del ballottaggio del 19 giugno. La destra, uscita ammaccata dalla sindacatura Moratti, tenuta a bada dall’amministrazione di Pisapia – che, per quanti sforzi propagandistici si possano fare, ha restituito a Milano l’idea del decoro e un profilo europeo -, tramortita dagli scandali del Pirellone (in galera due pezzi grossi: il berlusconiano Mantovani e il leghista Rizzi), si trova improvvisamente nelle condizioni, insperate fino a un paio di mesi fa, di riconquistare Palazzo Marino. E questo non tanto per le virtù del candidato Stefano Parisi, quanto per i soccorsi possibili (forse probabili) dell’elettorato grillino. Un 10 e passa per cento che può risultare determinante. Parisi è un candidato che ha saputo farsi apprezzare, oltre che per i suoi trascorsi manageriali, anche per un tratto sempre più raro nella politica contemporanea: la misura. In questo, si stenta a capire come possa essere il candidato anche di una forza costantemente arrembante e smodata come la Lega. Ma, pur di riconquistare Milano, Salvini avrebbe candidato anche un islamico.

Aria di rivalsa, si diceva. Intendiamoci, la partita è ancora apertissima. E lo è anche dopo l’ultimo faccia a faccia televisivo fra Sala e Parisi. Anche in questo caso, le performances televisive, specie se doverosamente disciplinate e contingentate, risultano inefficaci a spostare voti. La tv è tuttora un mezzo di persuasione penetrante, se la si può utilizzare senza contraddittorio e magari con compiacenti spalle, come avveniva ai tempi di Berlusconi e come sta avvenendo, con modalità differenti, con Matteo Renzi. Diversamente non è in grado di proporre coup de théâtre. Il confronto televisivo su Sky, anche se alcuni commentatori hanno voluto scorgervi scintille, in realtà si è snodato senza particolari sussulti. Certo, è stato divertente vedere Sala e Parisi battibeccare sul tema dei migranti a parti singolarmente invertite: Parisi lamentava la massiccia presenza di migranti e Sala ne attribuiva la responsabilità al ministro degli Interni. Insomma, Alfano è riuscito a farsi contestare dai suoi alleati di Roma perché manda i migranti a Milano e per la stessa ragione anche dai suoi alleati di Milano. Quasi un primato.

Quello dei migranti, certo è un problema, lo è per tutti; ed è comprensibile che, anche se i numeri non sono affatto da invasione, la destra lo cavalchi con vigore. Perché è un tema che si combina con quello della sicurezza e delle periferie. Questo sì è un terreno sul quale il bilancio della giunta Pisapia mostra qualche falla. Nelle periferie, in questi anni, non si sono colti significativi cenni di cambiamento. A Milano, come in tutte le grandi città, le amministrazioni si mostrano meno attente, investono insufficientemente. E in questo modo anche il ruolo dei vigili di quartiere – che Pisapia non ha comunque ridimensionato – appare inadeguato di fronte al perdurare e all’accentuarsi della microcriminalità. La crisi economica poi ha aggravato il fenomeno della chiusura di piccole imprese, di negozi: le luci che si spengono sono la manifestazione visiva del senso di abbandono che si vive in certe periferie. Il voto per il rinnovo dei consigli nei nove municipi è un chiarissimo segnale di questo disagio. La destra è riuscita riconquistarne cinque, anche in territori tradizionalmente di sinistra, come la zona Niguarda.

Questo voto suona come un inquietante campanello d’allarme per Beppe Sala. Al ballottaggio difficilmente il candidato erede di Pisapia riuscirà a riconquistare questi voti. Dovrà, oltre che conservare i suoi, puntare ai radicali di Cappato (una piccola percentuale, ma, almeno per la sensibilità della sinistra sui diritti civili, più facilmente orientati verso Sala) e sperare che la sinistra di Basilio Rizzo (3,56%), con cui nessuna intesa è stata possibile in sede di formazione dei programmi e delle liste, si mostri quanto meno non ostile.

Ma dall’altra parte c’è l’incognita del Movimento Cinque Stelle. Che poi tanto incognita non è.

Saltiamo a pie’ pari, per amor di serietà, tutte le ovvietà del lessico politico: non facciamo accordi con nessuno, non facciamo inciuci, lasciamo liberi (e ci mancherebbe pure) i nostri elettori di votare per chi vogliono, eccetera eccetera. Dopo di che sia il candidato sconfitto Gianluca Corrado (che prese il posto della povera Bedori, “dimissionata” per demeriti di immagine) sia un membro del “direttorio nazionale”, Carlo Sibilia, non lesinano critiche al candidato Sala (e quasi soltanto a lui) e non nascondono il diffuso sentimento nell’elettorato grillino di “dare una lezione a Renzi”. Non occorrono diplomi in politologia per tradurre questo in una opzione a favore di Parisi. Il che è perfettamente legittimo, ma si stenta a capire come un movimento che pone al primo posto le parole “trasparenza” e “legalità” possa preferire una coalizione che, a poche centinaia di metri di distanza, ha governato e governa con i Mantovani e i Rizzi, mentre la giunta Pisapia è uscite giudiziariamente indenne dal suo quinquennio, e non era facile. Va peraltro precisato che il tallone d’Achille di Sala, sul piano personale, rimane quello della opacità del bilancio di Expo.

Tentare di sganciare le sorti del governo locale da quelle del governo nazionale è quanto Sala sta cercando di fare, fino al punto di escludere nelle due settimane che precedono il ballottaggio la presenza di leader nazionali (in questo specularmente condiviso da Parisi). Ma rimuovere il macigno del renzismo non è facile. Peraltro, il Movimento Cinque Stelle è un animale particolare, una creatura tuttora in rapida metamorfosi, in cui convivono il fanatico del web e il qualunquista, l’onorevole Angelina e il reduce dal socialismo reale, l’ambientalista e il luddista, il giovane digiuno di ideologie e il vecchio ormai deideologizzato: un elettorato vasto, ma mobile, diversamente orientato. Se l’orientamento del vertice (che c’è, a dispetto delle professioni di neutralità) dovesse essere recepito dall’elettorato nel suo insieme, non ci sarebbe partita. Ma è difficile che questo avvenga. E questo lascia apertissima la partita di Palazzo Marino.

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