La Spagna al voto domenica. Le incognite di un Paese che ha scoperto la frammentazione politica e l’effetto Brexit

La Spagna al voto domenica. Le incognite di un Paese che ha scoperto la frammentazione politica e l’effetto Brexit

La Brexit contro Podemos? Molti partiti politici spagnoli, nelle ore finali della campagna elettorale per le elezioni legislative del 26 giugno, non hanno esitato a usare il voto britannico contro Pablo Iglesias e la coalizione con Izquierda Unida. Obiettivo delle critiche di socialisti, popolari, centristi, indipendentisti è proprio Podemos e la politica anti-austerità, criticata come “populista” (termine ormai molto di moda in Europa). Poco dopo l’annuncio dei risultati del referendum sulla Brexit, il capo del governo spagnolo in carica, il popolare Rajoy, ha subito strumentalizzato la vittoria degli antieuropeisti parlando di “necessità di votare per la stabilità”, nella speranza di vincere e ottenere il proseguimento del suo mandato. “La crescita economica e la creazione di occupazione”, ha aggiunto Rajoy, “l’equilibrio dei conti e un sistema finanziario stabile ci consentiranno di affrontare questa decisione con una posizione solida. Ogni altra turbolenza in Europa rischia di farci precipitare verso il fallimento”. È difficile prevedere gli effetti della Brexit sul voto di domenica in Spagna, ma in qualche modo ci saranno, a partire dal risveglio dei movimenti indipendentisti, catalani e baschi, molto forti. Già l’indice della Borsa di Madrid ha fatto segnare il minimo storico, chiudendo venerdì a meno 12,35%, mentre i bond spagnoli hanno ripreso a correre. E ciò naturalmente ha spaventato gli spagnoli, ma si è rivelato un probabile assist per la campagna elettorale di popolari e socialisti.

La partita politica a quattro

Il punto politico sostanziale è che in Spagna le elezioni dello scorso 20 dicembre del 2015 hanno certificato l’esistenza di un Parlamento diviso in quattro: Popolari, socialisti, Podemos e centristi di Ciudadanos. Dopo mesi di trattative, dopo l’attribuzione dell’incarico al leader del Psoe Pedro Sanchez, che però non ha trovato l’appoggio di Podemos, i quattro partiti spagnoli non sono riusciti a trovare la soluzione. E dunque, il re Felipe VI ha indetto nuove elezioni. E se domenica gli elettori spagnoli dovessero votare secondo lo schema emerso il 20 dicembre, è probabile, come ritengono molti commentatori spagnoli, che si torni subito ad un terzo scrutinio. Il 21 dicembre 2015, dopo circa 40 anni di governi di alternanza tra popolari e socialisti, la Spagna si risvegliò con quattro partiti, tre dei quali oltre la soglia del venti per cento, e una governabilità dettata dalla capacità di costruire alleanze e coalizioni parlamentari. Nel caso del confronto tra il leader socialista Sanchez e il leader di Podemos, Iglesias, pesarono moltissimo due fattori: il referendum per l’indipendenza della Catalogna e l’accordo già siglato tra socialisti e centristi di Ciudadanos.

I sondaggi confermano il calo dei popolari e il soprasso di Podemos sui socialisti

Lo scrutinio di domenica 26 giugno potrebbe redistribuire le carte, e forse potrebbe consentire l’emergere di una maggioranza netta. I sondaggi, presi ormai con le pinze ovunque in Europa, dopo il fallimento britannico, darebbero in testa i popolari, sia pure in netta flessione, e come secondo partito, e questa sarebbe una grande novità, proprio la formazione di Podemos. Mentre socialisti e centristi seguirebbero a ruota. L’affermazione di Podemos, ma anche quella a sorpresa di Ciudadanos, ha cambiato non solo i connotati storici della vita politica spagnola, ma anche il lessico politico. La Spagna, governata dalla fine del franchismo da maggioranze assolute in virtù di un radicato bipartitismo, si trova oggi nella condizione di un elettorato che paradossalmente ha più opzioni. Ogni formazione ha rafforzato la sua identità, inevitabilmente. E vive il paradosso di ogni Parlamento frammentato: democratico ma costretto, per poter governare, alla scelta di partner di coalizione.

Le promesse della campagna elettorale: socialisti mai coi popolari, una maggioranza di sinistra

È stata una campagna elettorale durissima, dunque. Intanto, il leader popolare Rajoy ha rifiutato di cedere lo scettro di premier, ricandidandosi come leader dei popolari, nonostante la sconfitta del 2015 e i diversi scandali per corruzione in cui è finito il suo partito. I centristi di Ciudadanos hanno giocato la carta dell’apertura a Podemos, ma hanno fissato i soliti paletti neoliberisti in economia. I socialisti temono il sorpasso del loro alleato più naturale, Podemos e Izquierda Unida, che potrebbe assumere una nuova egemonia a sinistra dello schieramento, con politiche neokeynesiane virtuose e anti-austerità. Saranno i numeri di questi due partiti i primi ad essere analizzati nelle cancellerie di tutto il mondo nella notte tra domenica e lunedì. In campagna elettorale, infatti, Sanchez si è già impegnato a rifiutare una “alleanza alla tedesca”, o grande coalizione coi popolari, e non ha affatto messo da parte l’alleanza con Podemos. L’ultimo sondaggio di Metroscopia certifica queste scelte con la previsione della maggioranza assoluta dell’alleanza tra Podemos e socialisti.

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