Caso Regeni. Vertice tra la delegazione egiziana e la Procura romana. Massimo riserbo. Permangono dubbi sui documenti

Caso Regeni. Vertice tra la delegazione egiziana e la Procura romana. Massimo riserbo. Permangono dubbi sui documenti

È durato circa cinque ore il primo vertice fra la delegazione italiana, guidata dal procuratore generale Pignatone, e la delegazione egiziana, venuta a Roma per fornire il materiale probatorio del caso Regeni. L’incontro riprenderà e si concluderà domani. Oggi pomeriggio e stasera, gli inquirenti italiani lo dedicheranno a una attenta riflessione degli elementi raccolti durante questo confronto.

Il massimo riserbo è naturalmente osservato in queste ore. Nessuna dichiarazione ufficiale è stata rilasciata. E non trapelano neppure valutazioni ufficiose, anche se si ha la sensazione che sin qui l’atteggiamento della delegazione egiziana – nella quale sembrano avere più ruolo i militari (i generali Gaffar e  Megid e il maggiore Meabed) che non i magistrati (i procuratori Soliman ed El Sayed, mentre è rimasto al Cairo il procuratore generale Nabil Ahmed Sadek) – non sia del tutto soddisfacente.

Il materiale prodotto è voluminoso: un dossier di 3000 pagine, mentre ne erano state preannunciate 2000. Ci sarebbero inoltre circa 200 verbali di interrogatorio. Ma è rimasta finora insoddisfatta la richiesta italiana di disporre dei filmati delle telecamere di sorveglianza e i dati relativi al traffico telefonico. Si tratta di materiale di importanza decisiva, perché permetterebbe di verificare se e per quanto tempo Giulio Regeni sarebbe stato oggetto di insistito controllo da parte dei servizi.

Fin da ieri dal Palazzo di Giustizia è stato comunicato che nessuna rilevanza giudiziaria può avere il documento – di fonte egiziana – pervenuto a Repubblica. E questo è pacifico, trattandosi di un documento anonimo. Ma una rilevanza politica ce l’ha. Intanto perché chiunque l’abbia compilato dimostra una conoscenza di particolari che può essere maturata solo all’interno del gruppo di persone che ha condotto l’operazione. Ma soprattutto perché indica apertamente nel generale Khaled Shalaby uno dei principali, se non il principale, responsabile del sequestro di Regeni.

Shalaby, capo della polizia criminale e del servizio investigativo di Giza (il distretto in cui viveva Regeni), non è presente a Roma, mentre fa parte della delegazione il suo vice Alaa Azmi. Tutto insomma farebbe pensare che Shalaby, avversato da Al Sisi, sarebbe il capro espiatorio (e non si tratterebbe di un pesce piccolo) da consegnare agli inquirenti italiani. Ma la realtà è probabilmente più complessa.

Si potrebbe aggiungere che tutto il mondo politico (con l’eccezione della Lega, che sta affilando le scimitarre e registrando le balestre per la decima crociata: la precedente si concluse ingloriosamente nel 1272) reclama ogni due-tre minuti la piena verità, la celerità e il “non faremo nessuno sconto all’Egitto”. Lo si potrebbe aggiungere, se non fosse tremendamente scontato (ma inevitabile).

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