Il papa riceve e bacchetta gli imprenditori di Confindustria: lavoro e dignità al centro, non l’impresa

Il papa riceve e bacchetta gli imprenditori di Confindustria: lavoro e dignità al centro, non l’impresa

Non è una novità per il papa ricevere in udienza il variegato mondo delle imprese. Sabato, nell’Aula Paolo VI, ha accolto circa settemila delegati delle imprese associate a Confindustria, ai quali ha voluto consegnare un messaggio particolarmente impegnativo, che tuttavia non sembra essere stato colto dai padroni italiani. L’impressione che ha dato l’incontro tra papa Francesco e gli imprenditori di Confindustria è che si fossero incontrate due realtà aliene l’una dall’altra, con linguaggi diversi e soprattutto priorità diverse. Questa strana incomunicabilità tra il capo della Chiesa cattolica e le ragioni del capitale risale addirittura a Giovanni XXIII, passando per il Concilio Vaticano Secondo, fino alle denunce di Giovanni Paolo II contenute nell’enciclica Laborem Exercens. Le parole che il papa Francesco ha rivolto sabato agli imprenditori vengono perciò da lontano e sono durissime, anche se abbiamo visto tanti imprenditori più interessati ai selfie e alle risatine che alla esortazione di Francesco.

Il papa cambia paradgima: centrale è il lavoro

Il papa ha osservato, dinanzi a questi padroni, un po’ distratti, un po’ provinciali, un po’ disinteressati: “E che dire di tutti quei potenziali lavoratori, specialmente dei giovani, che, prigionieri della precarietà o di lunghi periodi di disoccupazione, non vengono interpellati da una richiesta di lavoro che dia loro, oltre a un onesto salario, anche quella dignità di cui a volte si sentono privati?”. Precarietà, disoccupazione e dignità: tre termini che investono responsabilità precise delle imprese nazionali. Gran parte dei profitti derivano proprio dall’esercito di riserva caratterizzato da centinaia di migliaia di precari e disoccupati. E la coniugazione di salario e dignità umana? Quanti erano gli imprenditori, tra quelle migliaia accorse in Aula Paolo VI, a non osservare questa semplice, banale, verità per cui il lavoro è un diritto ed è un diritto perfino costituzionale percepire un salario che garantisca un’esistenza dignitosa? Mentre, dunque, da più parti, e anche nel governo Renzi, si afferma ideologicamente un vecchio arnese come la centralità del’impresa, ecco che papa Francesco richiama costoro alla centralità del lavoro, della dignità della persona concreta, della responsabilità sociale e del bene comune. Infatti, ha detto Francesco: “questa attenzione alla persona concreta comporta una serie di scelte importanti: significa fare in modo che il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza crei altra speranza, soprattutto per le giovani generazioni, che oggi ne hanno più che mai bisogno”.

E se centrale è il lavoro, le imprese agiscono per il lavoro e il bene comune

Ed ha proseguito citando l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 2013: “l’impresa che voi rappresentate sia sempre aperta a quel ‘significato più ampio della vita’, che le permetterà di ‘servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo’. Proprio il bene comune – ha insistito il Santo Padre – sia la bussola che orienta l’attività produttiva, perché cresca un’economia di tutti e per tutti, che non sia ‘insensibile allo sguardo dei bisognosi’. Essa è davvero possibile, a patto che la semplice proclamazione della libertà eco­nomica non prevalga sulla concreta libertà dell’uomo e sui suoi diritti, che il mercato non sia un assoluto, ma onori le esigenze della giustizia e, in ultima analisi, della dignità della persona”. Sono botte da orbi che dovrebbero avere effetti notevoli sulla mentalità degli imprenditori, un vero e proprio cambio di paradigma. Altro che centralità dell’impresa: il richiamo di papa Francesco ha una sua intensità e densità politica, e dovrebbe interpellare anche il nostro primo ministro, cattolico, il suo governo, e le forze di sinistra. Sinistra? Assolutamente sì. Ecco come conclude papa Francesco il suo discorso ai padroni: “Perché non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza il rispetto della dignità di ciascuno”. Rileviamo una palese e straordinaria sintonia tra quest’ultima considerazione e certi passaggi teorici di Cosmopolitica, l’assemblea della sinistra che ha avuto luogo lo scorso week end a Roma. “La libertà economica non prevalga sulla libertà dell’uomo” significa davvero far emergere la necessità di trasfigurare, trasformare i valori del mercatismo, fondati appunto sulla centralità del capitale. Quello che il papa ha compiuto nell’Aula Paolo VI è parte del conflitto sociale tra capitale e lavoro, con una scelta precisa, quella del lavoro.

Le parole di Squinzi? Di circostanza

Ora, come hanno reagito i padroni dinanzi a queste straordinarie pro-vocazioni? Con l’ipocrisia del discorso scritto il giorno prima, retorico, “istituzionale”, privo di qualunque relazione con le parole del papa. Ecco cosa ha detto il presidente Giorgio Squinzi: “con senso di umiltà e consapevolezza dei nostri limiti, sappiamo di disporre di un bene prezioso, l’impegno nostro e delle nostre imprese. È dote importante, su cui costruire. Le tante storie, vicissitudini e successi su cui sono state costruite le nostre imprese hanno le loro radici più profonde nel duro lavoro e il giusto profitto, senza il quale solidarietà è una parola vuota di senso. Santità, ci ha fortemente sollecitati nell’Evangelii Gaudium ricordandoci che la crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica, la negazione del primato dell’essere umano. La fede, in una società incerta, è un elemento di straordinaria importanza e vitalità e – ha concluso Squinzi – punto di riferimento anche per chi non crede, come l’impresa e la libera iniziativa sono componenti centrali di una società capace di solidarietà di sostanza, a cui tutti dovrebbero appellarsi. Grazie di cuore da tutti noi per averci ascoltato”. Ogni commento, a questo punto, è del tutto superfluo.

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