Un Renzi narcisista e superficiale, e indebolito, fa un comizio alla Putin a reti unificate, che solleva reazioni indignate. La sfida è batterlo al referendum

Un Renzi narcisista e superficiale, e indebolito, fa un comizio alla Putin a reti unificate, che solleva reazioni indignate. La sfida è batterlo al referendum

La conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio è una consuetudine dell’Ordine nazionale dei giornalisti, non un capriccio del premier. Nelle intenzioni, si tratta di costringere il premier, come accade ad esempio nel mondo anglosassone, a rispondere alla stampa e al Paese sui grandi temi politici, economici, culturali del presente e del futuro. Dunque, un appuntamento decisivo, che naturalmente merita quella che si usa definire funzione da watchdog, cani da guardia dell’opinione pubblica, dei giornalisti invitati a porre le domande. Tuttavia, da qualche tempo, invece della tradizione anglosassone, sembra che l’Italia abbia scelto la tradizione inaugurata da Putin: la durata media della conferenza stampa è di due ore e mezza, durante le quali il presidente non risponde, soprattutto quando e se le domande sono spinosissime, e si compiace narcisisticamente di se stesso, talvolta volando alto nel cielo dell’ideologia, tanto da predicare valori e virtù, e talvolta volando basso, rendendo trasparente le difficoltà con l’abilità retorica della superficialità. Ecco, la conferenza stampa di Matteo Renzi, almeno a noi, più che vicina a Obama, è sembrata molto simile agli show di Vladimir Putin. A Renzi è stato concesso di dire qualunque cosa, di muovere accuse e di essere offensivo, soprattutto nei confronti di coloro che non sono in sintonia con lui, dalle opposizioni ai sindacati, ai giornalisti scomodi. E non è un caso che il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Jacopino, ne abbia stigmatizzato la superficialità proprio in tema di libertà di informazione in un battibecco che è già un must virale dei social network. Mentre noi qui ed ora stigmatizziamo un atteggiamento da comizio che il premier ha mantenuto per tutto il corso della conferenza stampa, cedendo a insulti gratuiti contro i sindacati, contro la sinistra, contro chiunque non sia in linea con lui e con la sua narrazione di un’Italia che non c’è. Renzi ha rispettato il copione del “piccolo capo”, totalitario, autoritario, narcisista, egocentrico. Di politicamente rilevante, in questa conferenza stampa, vi è stato davvero ben poco, non uno scatto di autentica visione complessiva e strategica, sull’Italia, sull’Europa, sul mondo che ha sofferto l’anno più duro dalla seconda guerra mondiale. Il premier parla molto, senza dire nulla, come se tutto ciò che accade ha senso e significato solo quando ruota attorno al suo asse. Detto ciò, riportiamo in sintesi i passaggi più significativi, e soprattutto le reazioni che le sue parole hanno generato.

La sfida: il referendum trasformato in un duello all’OK Corral

“Se perdo il referendum costituzionale considererò fallita la mia esperienza politica”, ha detto il premier. Già questo enunciato manifesta la correttezza del nostro giudizio: le riforme sono state avocate dal premier, non sono il frutto di corretto confronto parlamentare. Come si fa a dire “se perdo” a proposito di riforme che valgono per tutti? È la dimostrazione del rischio sollevato da tanti costituzionalisti e tanti critici, secondo i quali Renzi punta a trasformare il grande e necessario dibattito pubblico sulle riforme, in un referendum sulla sua persona. Se le riforme costituzionali sono necessarie e ben fatte, che timore dovrebbe avere un premier che è anche leader del partito di maggioranza? Cosa c’entra il destino personale di Renzi dinanzi ad una trasformazione così radicale delle istituzioni e dello Stato? Possibile che nessun parlamentare favorevole alle riforme, soprattutto della minoranza del Pd, abbia sentito la necessità, il dovere politico e morale, di affermare la propria autonomia stigmatizzando questo tentativo di scambiare un referendum decisivo in una sfida all’Ok Corral? È un discorso da leader europeo? Non ci sembra proprio. La trasformazione del referendum di ottobre 2016 sulle riforme costituzionali in una sorta di ordalia è il segnale di una debolezza politica del premier, anche se spavaldamente afferma che vincerà tutte le elezioni presenti e future.

Due insulti, contro Ignazio Marino e la Sinistra, manifestano la sua fragilità politica. Le repliche di Marino e Scotto

E forte segnale di debolezza del premier sono anche gli insulti, contro Ignazio Marino e contro il gruppo di Sinistra italiana. Sull’ex sindaco di Roma, il premier ha detto: “Sono convinto che alle elezioni di Roma il Pd se la giocherà nonostante il fatto che ci siano responsabilità in ciò che è accaduto e sono convinto che il prossimo sindaco farà meglio di quello che c’è stato prima”. Ignazio Marino non si è fatto pregare ed ha risposto con molta signorilità e ironia sulla sua pagina di Facebook: “Il premier dice che il prossimo sindaco farà meglio di me. Sono sicuro che se il sindaco che gli elettori sceglieranno non sarà l’espressione delle lobby, se avrà l’appoggio leale e non l’ostilità mascherata del governo, se il governo stesso non ostacolerà il sindaco eletto nel contrasto ai potentati che impediscono da anni il risanamento, lo sviluppo e la crescita culturale e morale di Roma, quel sindaco farà un ottimo lavoro”. In poche righe, Ignazio Marino rovescia la verità imposta da Renzi in conferenza stampa, e volge a suo vantaggio l’insulto del premier.

Altro segnale di debolezza del premier, abituato a celarla sotto un manto di spavalderia, è stato anche il giudizio sprezzante sulla sinistra, di Sel e di quella ricostruita dai fuoriusciti dal Pd. Ecco cosa ha detto il premier: “Prendiamo atto che Sel e Sinistra Italiana non vogliono più stare con noi, ma il Pd non si preoccupa delle caselline o casacchine, ma sceglie i candidati migliori”. L’insulto è evidente. La replica è stata affidata ad Arturo Scotto, capogruppo Sel alla Camera, e ad Alfredo D’Attorre, ex Pd, confluito nel Gruppo di Sinistra italiana. Scotto: “La conferenza stampa di fine anno di Renzi più che una carrellata di cose fatte dal governo mi è sembrata un one man show. Un appuntamento promosso da chi governa per raccontare le cose fatte trasformato in un ring con i voti per i buoni e i cattivi e con una serie di promesse corredate dalle solite slides. Ormai siamo passati da una Repubblica parlamentare a una Presidenziale”. Arturo Scotto prosegue: “più che riflettere su un anno difficile che ha visto ancora molti italiani in difficoltà, e con la crisi che ancora morde, è sembrato più interessato a dare i voti ad avversari da sfidare che a ragionare sulle scelte necessarie per rilanciare l’economia e il lavoro. Per il Premier va tutto bene. Infatti dalla narrazione renziana manca completamente l’Italia che non ce la fa, quella che non arriva alla fine del mese, l’Italia dei tanti precari e dei disoccupati, di chi un lavoro lo aveva e ora lo ha perso. Ecco questa è l’Italia vera e non quella dei gufi e delle slides”. Alfredo D’Attorre: “La conferenza stampa di Renzi ha dipinto il solito mondo parallelo rispetto alla realtà che milioni di italiani vivono ogni giorno. Su un punto ha ragione: l’appuntamento decisivo sarà il referendum del prossimo autunno. L’unica consolazione della conferenza di fine anno di oggi – spiega D’Attorre – è che sarà l’ultima con Renzi premier, perché a ottobre sarà il pronunciamento democratico dei cittadini italiani a chiudere l’esperienza di un governo che vissuto di propaganda, ha aumentato le disuguaglianze, ha colpito il lavoro e la scuola e non ha saputo difendere gli interessi italiani in Europa”.

Gli insulti al sindacato. Potevano mancare? No

Potevano mancare gli insulti al sindacato e ai sindacalisti? Renzi ha confermato il suo vero e proprio maniacale accanimento contro i sindacati confederali. A proposito di quella insulsa legge 107 di riforma della scuola, che tutta la scuola contesta, Renzi si è spinto fino all’insulto più becero, nei confronti dei sindacalisti: “Qualche organizzazione sindacale ha messo in guardia i professori dicendo loro ‘vi deporteranno’: ora, nessuno è stato deportato, ma quei professori precari, sobillati da qualche genio, adesso non hanno il posto di lavoro a tempo indeterminato perchè non hanno fatto domanda e questa è una cosa che mi fa molto male“. Due insulti da parte di Renzi: uno, evidente e chiaro, contro Cgil, Cisl e Uil, che giustamente avevano avvertito che così come era congegnato, il meccanismo di stabilizzazione avrebbe costretto decine di migliaia di docenti ad accettare cattedre distanti centinaia di chilometri, svuotando soprattutto il Sud di risorse intellettuali. E l’altro nei confronti dell’intelligenza e dell’autonomia dei docenti che hanno preferito non accettare il ricatto del ministero dell’Istruzione. Veemente la reazione dei segretari di Flc Cgil, Pantaleo, della Cisl scuola, Gissi e della Uil scuola, Turi.

Domenico Pantaleo (Flc Cgil): “Renzi afferma cose che non corrispondono alla realtà e alla verità”

La replica di Pantaleo: “Non so a chi si riferisse Renzi, ma certamente non a noi che, pur criticando la legge 107, non abbiamo mai consigliato agli insegnanti di non fare la domanda per le assunzioni. E non è affatto vero, come ha sostenuto il Premier, che tutti i docenti sono rimasti nella propria regione. Tanti insegnanti sono stati invece costretti a trasferirsi e chi non si è trasferito non ha fatto i bagagli soltanto perché – precisa il sindacalista – ha avuto una supplenza annuale”. Renzi sbaglia di nuovo – prosegue Pantaleo – “anche quando dice che è stato eliminato il precariato nella scuola. Non è vero, perché una parte consistente di precari, quelli di seconda fascia, resta. E dunque ha fatto affermazioni che non rispondono alla realtà e alla verità”.

Pino Turi (Uil scuola): “non siamo gufi!”

La replica di Turi, Cisl: “Non ci sentiamo affatto dei gufi. Non abbiamo gufato e ci dispiace che alcuni insegnanti, alcune persone, siano rimaste fuori dal piano di assunzioni. Non è certo colpa del sindacato – spiega – se il governo non è stato credibile. Le scelte delle persone sono individuali e su queste il sindacato non può, e non deve, interferire. Penso che chi ha deciso di non fare la domanda di assunzione abbia valutato bene, con la propria testa, la situazione personale. E comunque – aggiunge il sindacalista – una legge non dovrebbe essere un terno al lotto. In ogni caso, le persone ‘rimaste fuori’ andrebbero recuperate, non penalizzate”.

Lara Gissi (Cisl scuola): “Che Renzi capisca poco di scuola se ne sono accorti tutti”

Sferzante il commento della Cisl scuola. “Il nostro sarà anche un paese di gufi, ma il premier ci ricorda piuttosto i pappagalli per l’ossessività con cui ripropone la storia dell’insegnante ‘fuorviato’ dal cattivo consiglio di un sindacalista. Che Renzi capisca poco di scuola ormai se ne sono accorti proprio tutti”, ma “la sua abissale distanza dalla realtà del precariato scolastico si mostra in questo caso di palmare evidenza. Comodo, per lui, fare le pulci sull’utilizzo improprio di termini (come ‘deportazione’) che sono frutto evidente di un livello di tensione esasperata: ma abbia il coraggio di dire – invita Gissi – che è facile, per una madre o un padre di famiglia, decidere di trasferirsi, non si sa per quanto, a centinaia di chilometri dalla sua residenza. Solo chi, per sua fortuna, non ha mai vissuto la durezza di certe scelte può ritenere un ‘amante del quieto vivere’ chi fatica a separarsi dalla sua famiglia”.

Sul piano delle considerazioni generali del premier, invece, soprattutto quando ha manifestato ottimismo e spavalderia sulle condizioni dell’Italia, durissima la replica di due segretari generali, non certamente sospetti di essere dei bolscevichi rivoluzionari.

La durissima replica di Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil

Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, infatti non solo giudica insoddisfacente la conferenza stampa di Renzi, ma attacca: “Renzi è troppo ossessionato dai gufi: pensi a governare e, semmai, ascolti i pareri di chi vive la realtà del lavoro. Noi facciamo il tifo per il nostro Paese e per questo non siamo contro chi governa, se governa bene: ma purtroppo, al di là della propaganda, non è stato sempre cosi. Ad esempio, è da oltre un anno che consigliamo di guardare più a Obama che alla Merkel. Inoltre, con altre politiche occupazionali si sarebbero potuti ottenere risultati decisamente migliori, spendendo molto meno. E, ancora, puntando sulla flessibilità verso il pensionamento si sarebbe favorita anche la staffetta generazionale. Questo è stato il vero fallimento del Governo: ingenti risorse per incrementi irrisori dell’occupazione giovanile. Anche per il Sud, poi, molte promesse e pochi fatti. Infine, rinnovando i contratti del pubblico impiego e rivalutando tutte le pensioni si sarebbe dato il giusto a milioni di lavoratori e pensionati per riattivare la domanda interna. Sono questi gli obiettivi che bisogna raggiungere, insieme, per vincere una sfida che è la stessa per tutti. Se il Governo ha intenzione di andare in questa direzione e di far cambiare politica economica all’Europa, il sindacato è pronto a dare una mano e a fare la propria parte”.

Le enormi perplessità di Annamaria Furlan, segretario generale Cisl

A sua volta, il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan, esprime forti perplessità su Renzi e sull’operato del suo governo: “è il momento di passare dalle parole ai fatti, affrontando con determinazione il tema di una maggiore crescita economica, favorendo un grande patto sociale sugli investimenti, una nuova politica industriale e di sviluppo su cui anche tutti i soggetti responsabili del paese (istituzioni centrali e locali, parti sociali, banche), possano assumersi le proprie responsabilità di fronte ad obiettivi condivisi. Anche sul tema cruciale delle pensioni non è più il tempo degli annunci o delle proposte fumose. Il Governo Renzi cominci dalla prima riforma più urgente: apra a gennaio un confronto serio con il sindacato e sicuramente noi non ci sottrarremo portando le nostre proposte di modifica della legge Fornero per offrire la necessaria flessibilità in uscita per le lavoratrici ed i lavoratori, rivalutare le pensioni ed offrire anche un prospettiva di lavoro ai giovani – conclude Furlan – ma bisogna aprire anche il confronto per il rinnovo dei contratti pubblici per milioni di lavoratori che attendono dopo la sentenza della Consulta il giusto riconoscimento economico dopo sei anni di blocco contrattuale. Renzi cominci il 2016 affrontando questi nodi con la giusta determinazione e senso di responsabilità”.

Il battibecco con il presidente dell’Ordine dei giornalisti sulla libertà di stampa

Infine, la grande questione della libertà dell’informazione e della schiavitù nelle redazioni. La riposta di Renzi ha fatto scattare il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Jacopino, che ha stigmatizzato come superficiali le parole del premier. Aprendo la conferenza stampa di fine anno del premier, Iacopino ha parlato del problema delle basse retribuzioni di molti giornalisti e della “schiavitù” cui sono sottoposti da alcuni editori. “C’è una schiavitù che non solo è tollerata ma è codificata in contratti: 4.920 euro lordi l’anno, questo è quello che vale il lavoro giornalistico nel civile nordest. 4.920 euro per un lavoro senza limiti né di orario, né di quantità di articoli, tasse, spese, oneri previdenziali, foto e video compresi”. Pronta e dura la replica del presidente del Consiglio: “Non credo che ci sia schiavitù o barbarie in Italia. Lo dico con estremo rispetto ma aggiungo che la mia posizione sull’Ordine dei giornalisti è per l’abolizione”. I due sono tornati poi sull’argomento: per Renzi sono altre le situazioni drammatiche nel mondo per i giornalisti, e ha citato il rapporto 2015 di Reporter senza frontiere, ma Iacopino ha replicato che una barbarie più grande non annulla un’altra barbarie, ribadendo che 4.900 euro all’anno pagati ai precari sono schiavitù.

Abbiamo scelto di riportare solo alcune delle polemiche suscitate dallo show a reti unificate di Matteo Renzi, che manifestano ampiamente la sua attuale fragilità e debolezza politica, proprio in virtù di un tratto caratteriale, il narcisismo, di una scelta comunicativa, la costante superficialità, e infine di un elemento decisivo qual è la sua ostinata chiusura ad ogni forma di dibattito pubblico, che non contempli il fatto che egli abbia sempre ragione. Non ci resta che impegnarci tutti nel tentativo di battere Renzi nel referendum sulle riforme costituzionali, ammesso che la promessa fatta nella conferenza stampa venga poi mantenuta. Il Presidente della Repubblica la rammenti quando verrà il momento.

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