Poste, quotazione in Borsa. L’ottimismo dei manager e di Renzi. Le critiche di sindacati e associazioni dei consumatori

Poste, quotazione in Borsa. L’ottimismo dei manager e di Renzi. Le critiche di sindacati e associazioni dei consumatori

È la quotazione “più grande dell’anno in Europa” e una “privatizzazione storica” per il Tesoro. È  partito il conto alla rovescia per lo sbarco in Borsa delle Poste italiane, attese sul listino il 27 ottobre. Da oggi al 22 ottobre, quando terminerà l’offerta pubblica di vendita, il Paese sarà – parola dell’amministratore delegato del gruppo, Francesco Caio – “al centro dell’attenzione degli investitori internazionali”. All’ottimismo di Caio ha fatto seguito il classico tweet da Facebook di Matteo Renzi: “Quella che decenni fa era l’azienda conservatrice più corporativa e succube della politica risponderà agli azionisti e al mercato. Anche questo è cambiare verso”. Per le Poste la quotazione è “un passaggio necessario per garantire la sostenibilità di lungo termine a un’azienda che è un pezzo dell’Italia”, ha sintetizzato Caio subito dopo un incontro con analisti e comunità finanziaria. Per portare le Poste in Borsa il Tesoro venderà fino al 38,2% del capitale, per un massimo di 9,7 miliardi di euro; ogni azione sarà offerta a un prezzo compreso tra 6 e 7,5 euro. Il 30% dei 453 milioni di titoli è destinato al pubblico, mentre il restante 70% andrà a investitori istituzionali. Circa 14,9 milioni di azioni saranno riservate ai 143 mila dipendenti.

“La privatizzazione di grandi imprese del Paese per fare cassa è una scelta discutibile”, ha detto il leader della Cgil, Susanna Camusso; il Codacons ha chiesto garanzie sul servizio universale “indipendentemente dalla privatizzazione”. Anche Sel pare in linea con la riflessione di Susanna Camusso: “Usare le privatizzazioni per fare cassa è una scelta miope che non porta nessun valore aggiunto al Paese. La privatizzazione di Poste, un servizio pubblico essenziale, porterà sì qualche soldo nelle casse dello Stato ma a che prezzo? Questa privatizzazione conviene più al governo che all’utenza”. Lo afferma il deputato di Sel della commissione Trasporti di Montecitorio Franco Bordo. “Il rischio di questa operazione – continua l’esponente di Sel – è la penalizzazione dell’utenza: meno sportelli, più finanziarizzazione delle attività, minore attenzione alle piccole realtà e ai piccoli comuni. Oggi dopo lo sbarco in Borsa Poste garantirà ancora il servizio universale oppure gli italiani dovranno pagare per avere una lettera a casa, magari in un piccolo centro montano?”.

Federconsumatori: “il piano di privatizzazione non ci piace affatto”

Durissima la replica di Federconsumatori: “Un piano di privatizzazione che, come abbiamo più volte affermato, non ci piace affatto. Non riteniamo opportuna, infatti, la svendita dei gioielli di famiglia messa in atto in questi mesi. L’unica attenuante che renderebbe minimamente accettabile tale piano è la condizione che tutte e sottolineiamo tutte, le risorse ricavate vengano destinate a concrete operazioni di rilancio occupazionale”, dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef. “Attraverso tali privatizzazioni, infatti, si sottraggono importanti risorse per il futuro e quindi per i giovani. È soprattutto a loro che tali risorse vanno pertanto destinate, avviando un serio piano di investimento teso a rimettere in moto, veramente, il mercato del lavoro. Un piano che preveda: – il rilancio degli investimenti per lo sviluppo e la ricerca; – la realizzazione di opere di modernizzazione e messa in sicurezza di scuole, ospedali e infrastrutture; – l’avvio di un piano dettagliato per la valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico del nostro Paese. Da qui bisogna ripartire per sostenere quei timidi ed incerti segnali positivi registrati dalle ultime rilevazioni economiche. Innescare una reale ripresa significa restituire potere di acquisto alle famiglie (che dal 2008 ad oggi, su tale fronte, hanno subito una contrazione del -13,4%), dando reddito a chi non ce l’ha o l’ha perduto e dando così nuovo impulso alla domanda e quindi alla produzione. Non dimentichiamo che la disoccupazione ha un costo altissimo per le famiglie in generale: queste ultime, con una spesa di circa 400-500 Euro al mese, devono sostenere figli e nipoti senza lavoro, operando così importanti rinunce e modifiche delle proprie abitudini di consumo”.

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