Bologna. Il sindaco “sfiducia” l’assessore alla cultura e sfratta i giovani di Atlantide. Una vicenda simbolica del naufragio del Pd

Bologna. Il sindaco “sfiducia” l’assessore alla cultura e sfratta i giovani di Atlantide. Una vicenda simbolica del naufragio del Pd

Il sindaco di Bologna, Virginio Merola, ha letteralmente cacciato dalla sua giunta l’assessore alla Cultura, l’indipendente di sinistra (è così che egli stesso si definisce), l’ecologista, Alberto Ronchi, per una strana vicenda legata allo sgombero di Atlantide, un collettivo culturale e politico molto noto nel capoluogo emiliano, ospite da ben 17 anni del Cassero di Porta santo Stefano.

Sembra una vicenda provinciale ma è l’emblema della mutazione del Pd

Sembra una storia provinciale, da relegare nelle cronache politiche locali. Eppure ha una sua forte valenza simbolica e politica, e racconta di una mutazione genetica e antropologica del Partito democratico, nella Regione dove a novembre 2014 ha votato appena il 37% degli elettori. Lo strappo con l’assessore Ronchi è anche la decisione di rompere con Sel, con la sinistra, con quel variegato mondo bolognese costituito da persone di diverso orientamento sessuale, sociale e politico che producono cultura alternativa da mattina a sera, e reclamano diritti, o almeno un elementare diritto di cittadinanza. Bologna “la grassa e l’umana” cantata da Francesco Guccini non abita più nelle stanze del Partito democratico, che la governa in modo burocratico, senza passioni, senza idealità. La vicenda di Atlantide è stata segnata da un fronte intollerante, di destra, capeggiato dal Comitato di quartiere, l’unico a Bologna governato dal centrodestra, il cui unico scopo sembrava essere solo quello di smantellare il luogo di vita di quei ragazzi, quei giovani intellettuali, colpevoli di nutrirsi di sogni e di libertà aderendo ad una comunità. A sostegno del Comitato di quartiere, naturalmente Forza Italia, che ha rivendicato con gioia l’azione di sgombero forzato. Il Partito democratico è colpevole di non aver rinnovato la convenzione con Atlantide ormai da qualche anno, e dunque di aver promosso, sostanzialmente, lo sgombero forzoso, avvenuto all’alba di martedì.

La frattura tra il sindaco Merola e l’assessore Ronchi è culturale, politica, sociale

L’assessore Ronchi si era speso molto per giungere ad una soluzione di mediazione, che tenesse conto delle necessità burocratiche avanzate dal gruppo Pd al Consiglio comunale, di aprire un nuovo bando per l’assegnazione del Cassero, e il diritto di quei giovani ad essere ospitati e tutelati in un edificio pubblico. Poi, la doccia fredda è arrivata quando il sindaco ha giudicato la vicenda di Atlantide come l’effetto della “lobby gay”. La reazione di Ronchi è stata altrettanto dura, paragonando le parole del sindaco a quelle di Giovanardi, sostanzialmente intolleranti e omofobe. La frattura che si è creata ha avuto come origine due impostazioni culturali e politiche: quella, nuova, del Pd, tutta ordine e intolleranza; e quella incarnata dall’assessore alla cultura Ronchi aperta al dialogo e alla ricerca di soluzioni, come nella migliore tradizione della migliore sinistra bolognese. Ecco infatti le parole del sindaco Merola nella breve nota con cui liquida l’assessore: “Se un assessore, che è nominato dal sindaco, dichiara che il suo sindaco è mal consigliato, che non condivide le sue decisioni e le contrasta pubblicamente, viene meno il rapporto di fiducia indispensabile per continuare la collaborazione”. È una dichiarazione apertamente feudale: la nomina dell’assessore è in fondo un atto di vassallaggio, e qualunque fattore critico verrà eliminato con la revoca. Non importa chi sei, cosa hai fatto per la città. Non importa la simpatia che ispiri, soprattutto alle nuove generazioni, al mondo della cultura e dell’università. Hai parlato male del sindaco? Allora, sei espulso. Con l’applauso dei cortigiani di partito.

Il Pd bolognese si accoda. Ma più per timore della popolarità di Ronchi

Il Pd bolognese non aspettava altro: “Con le critiche e le modalità manifestate pubblicamente quest’oggi, è venuta naturalmente meno la fiducia tra il sindaco e Alberto Ronchi. Pertanto, essendo la fiducia un elemento indispensabile, il Pd di Bologna condivide la scelta di Virginio Merola di ritirare le deleghe finora attribuite allo stesso Ronchi”. La verità è che quel partito che oggi governa Bologna in modo così burocratico, da anni mal tollera l’assessore Ronchi, sia per le sue posizioni politiche giudicate dai critici troppo estreme, sia per i suoi approcci spesso anticonformisti sulle politiche culturali. E, non ultimo, perché da mesi, in vista delle elezioni comunali della prossima primavera, si parlava con insistenza di una lista civica in sostegno a Merola, ma che ‘coprisse a sinistra’ il sindaco uscente. Una lista ben poco apprezzata dentro il Pd perché, puntando anche sul consenso personale che Ronchi raccoglie nel vasto mondo culturale bolognese, avrebbe potuto erodere molti voti alla lista Pd.

Il Pd di cultura renziana naufraga. Governa con un codice feudale

Ronchi spaventava il Pd perché portatore di valori che il Pd stesso ha smarrito: la popolarità (contraria al populismo), la fantasia, l’atteggiamento critico, il pensiero libero, mai ricattabile, e soprattutto quella empatia con l’accademia, e con il variegato mondo della cultura intergenerazionale che fa, ancora, di Bologna una città unica, non solo in Italia. La mutazione genetica, politica e antropologica del Partito democratico si avverte ovunque, non è un fenomeno limitato a Bologna. Dalle aule parlamentari, alle Regioni, alle città capoluogo, il Pd ormai governa con un codice feudale e con atti di fedeltà. È un caso che proprio a Bologna si scriva in entrambi i comunicati, del sindaco e del Pd cittadino, che è venuto meno “un rapporto di fiducia”? Fiducia ha la stessa derivazione etimologica di fedeltà, fides, fede. La stessa che il vassallo deve nutrire verso il suo signore. Dalla capitale del suo impero fino alle più remote province, il Pd di cultura renziana governa ormai con questa mentalità diffusa. Ma perde consensi, perde credibilità, perde l’anima, perde la politica. Anche la vicenda bolognese testimonia del lento ma inesorabile e terribile naufragio del Pd feudale renziano.

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