La Corte dei Conti striglia le istituzioni e il governo sulla finanza locale e sull’aumento progressivo della pressione fiscale comunale

La Corte dei Conti striglia le istituzioni e il governo sulla finanza locale e sull’aumento progressivo della pressione fiscale comunale

Si tratta di 8 miliardi di tagli ai comuni in quattro anni, decisi dai quattro governi che si sono succeduti dal 2010 al 2014, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. La Corte dei Conti ha sollevato il velo sulle conseguenze dei tagli ai trasferimenti agli Enti locali, ed ha denunciato un inevitabile innalzamento della pressione fiscale su tutti i cittadini, su tutte le famiglie e sul sistema produttivo. Il taglio, dice in sostanza la Corte dei Conti, è stato compensato da “aumenti molto accentuati” delle tasse locali, “per conservare l’equilibrio di bilancio in risposta alle severe misure correttive del governo”. Secondo la Corte dei Conti, sono le città con popolazione superiore ai 250 mila abitanti a soffrire maggiormente, con una pressione fiscale locale che si aggira attorno ai 900 euro pro capite.

Dopo la doccia fredda del Rapporto Svimez sul sottosviluppo permanente del Mezzogiorno e degli ultimi dati Istat sull’aumento del tasso di disoccupazione, generale e giovanile in particolare, è ora la volta della Corte dei Conti a gelare gli ottimismi mediatici del premier Renzi e della sua compagine governativa. Ora non si può più dire “va tutto bene, madama la marchesa”, perché le condizioni di vita e di salario degli italiani sono notevolmente peggiorate nel corso dell’ultimo quinquennio, e nulla hanno potuto l’elargizione degli 80 euro e l’insieme delle politiche economiche di questo governo. La Corte dei Conte giudica in modo durissimo la scelta del governo di “pesanti e ripetuti tagli alle risorse statali” e ai trasferimenti, con inevitabile aumento della fiscalità locale, passata dai 505 euro pro capite di media nel 2011 ai 618 del 2014, un incremento superiore al 20% delle tasse locali. Tuttavia, dice la Corte dei Conti, nonostante questo notevole incremento non si osservano “benefici effetti, né sui servizi, né sui consumi” e neppure sull’occupazione locale. Attenzione, la Corte dei Conti fa poi un’affermazione di grande interesse sulle politiche economiche da adottare, una sorta di consiglio neokeynesiano: serve in sostanza “una adeguata azione di stimolo derivante dagli investimenti pubblici”. Non più tagli, dice la Corte contabile, ma investimenti. Sarebbe questa la vera Rivoluzione copernicana, che neppure il governo Renzi pare mettere in atto, preferendo scelte ancora segnate da austerità e tagli, come dimostra la recentissima vicenda della riduzione della spesa sanitaria, che mina anche il diritto universale alla salute.

E infine, dalla Corte dei Conti giunge anche la triste verità sul Mezzogiorno. Dove si pagano più tributi locali? Nelle isole e nel Mezzogiorno, dove si registrano livelli quasi raddoppiati tra il 2011 e il 2014. E perché? Semplicemente perché, sostiene la Corte, nelle isole e nel Mezzogiorno più forte è stato il ridimensionamento dei trasferimenti di risorse verso i comuni. Le isole e il Mezzogiorno hanno perso in tre anni rispettivamente il 49,5% e il 34,6%. Dunque, di cosa ci si meraviglia se poi lo Svimez fotografa quella realtà da sottosviluppo? Vi è stata, in questi anni, la volontà politica di mettere in ginocchio il Mezzogiorno, riducendo notevolmente i trasferimenti, con la conseguenza di bloccare gli investimenti pubblici e di aumentare, di parecchio, i tributi locali. Al Sud non si mangia, ma si pagano più tasse locali. Cosa replicano coloro che hanno responsabilità di governo? Per ora nulla. Si baloccano su altre vicende, da Azzollini alla conquista della Rai.

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