Consiglio d’Europa: no al controllo a distanza dei dipendenti. Il governo italiano firma la Raccomandazione, ma il Jobs Act la contraddice

Consiglio d’Europa: no al controllo a distanza dei dipendenti. Il governo italiano firma la Raccomandazione, ma il Jobs Act la contraddice

Lo scorso 2 aprile, il Consiglio d’Europa ha varato una Raccomandazione da inviare a tutti i suoi paesi membri sui principi da seguire in materia di dati personali dei dipendenti o dei candidati ad una occupazione, con particolare riferimento ai dati sanitari e ai sistemi di controllo nell’ambiente di lavoro. Va detto, per evitare spiacevoli equivoci (in cui sono caduti alcuni organi di stampa), che il Consiglio d’Europa non coincide con l’Unione Europea. Anzi, esso raccoglie i delegati di 47 paesi europei, praticamente tutti dall’Atlantico agli Urali, e si occupa prevalentemente di fornire ai singoli stati membri indirizzi, non vincolanti sul piano legislativo, sulle principali questioni che riguardano i diritti inalienabili della persona umana, le procedure giudiziarie, i sistemi di gestione delle Istituzioni totali, dalle carceri agli ospedali psichiatrici. Non è un caso che la Corte europea per i diritti umani dipenda proprio dal Consiglio d’Europa. Insomma, si tratta di un’Istituzione sovranazionale europea che si occupa di monitorare, controllare, indirizzare e sanzionare ciò che accade in ogni paese membro sul piano dei diritti dell’uomo e della civiltà giuridica. Ecco perché può permettersi, nelle sue Raccomandazioni, di affermare valori, principi e indirizzi che altre Assemblee parlamentari non hanno il coraggio di affrontare, né di deliberare.

La Raccomandazione aggiorna quella del 1989

La Raccomandazione (2015)5 del 2 aprile 2015 avverte la necessità di dettare alcuni punti chiave nelle normative statali sul controllo e il processo dei dati personali nei rapporti di lavoro. Essa aggiorna la Raccomandazione del 1989 sullo stesso tema, poiché a quei tempi Internet era appena agli inizi e le tecnologie della Informazione erano ancora in fase di sperimentazione. Il testo aggiornato ha lo scopo di affrontare le sfide poste alla privacy dall’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La Raccomandazione si applica sia al settore pubblico che a quello privato e chiede agli stati membri di evitare che nella propria legislazione in materia di lavoro si possano trovare elementi ingiustificati e irragionevoli che consentano interferenze dei datori di lavoro nella vita privata dei dipendenti sui luoghi di lavoro, proprio per effetto delle trasformazioni tecnologiche in atto. La Raccomandazione contiene alcune norme di salvaguardia che tendono a garantire ai dipendenti che i loro dati personali siano protetti adeguatamente, e fornisce una guida su come i datori di lavoro debbano raccogliere, conservare e comunicare i dati personali all’esterno, ad esempio a istituzioni pubbliche.

I punti chiave della nuova Raccomandazione

AI dipendenti deve essere riconosciuto il diritto di accedere ai propri dati personali che il datore di lavoro ha raccolto e conservato, e il diritto ad essere informati sulla loro fonte e sulle finalità della raccolta dei dati. Ad essi va riconosciuto anche il diritto alla rettifica dei dati raccolti se fossero inaccurati e se siano stati raccolti con procedure e modalità contrarie alla legge. Inoltre, il testo della Raccomandazione rivolge agli stati membri alcuni indirizzi specifici a proposito di specifiche forme di raccolta e conservazione de i dati. Tra questi: 1. Quando si controllano le pagine Internet o Intranet visitate dai dipendenti, i datori di lavoro devono dare preferenza a misure preventive, come l’uso dei filtri che consentano di prevenire operazioni particolari; 2. L’accesso da parte dei datori di lavoro alle comunicazioni elettroniche professionali dei loro dipendenti può avvenire solo quando questi ultimi siano stati informati in anticipo di questa possibilità e a fini di sicurezza o per altre ragioni legittime. Le comunicazioni elettroniche private sui luoghi di lavoro non devono essere monitorate in nessun caso; 3. L’uso dei sistemi informativi, tra cui la videosorveglianza, per controllare attività e comportamenti dei dipendenti non è ammessa per principio. Si può ammettere in casi eccezionali, e a condizioni estremamente rigorose; 4. La raccolta e la conservazione dei dati biometrici, come le impronte digitali o gli schemi facciali, vanno consentite solo se è necessario proteggere i legittimi interressi del datore di lavoro, dei dipendenti o di parti terze, e solo se non esistano altri mezzi intrusivi disponibili; 5. Ai dipendenti va garantito il diritto di accesso ai dati di valutazione, ivi compresi quelli relativi alla valutazione delle prestazioni, della produttività o delle capacità; 6. Non si possono processare i dati genetici per determinare le capacità professionali del dipendente o di chi chiede un lavoro. In circostanze eccezionali e nei casi previsti dalla legge, ciò può essere reso possibile; 7. Nessun dato sanitario processato dal datore di lavoro deve essere direttamente collegato alle capacità di un dipendente nell’esercizio dei suoi doveri professionali.

Il governo italiano la firma, ma il Jobs Act la contraddice

Questi sono i punti essenziali della Raccomandazione del Consiglio d’Europa, che aggiorna ed emenda la Raccomandazione del 1989 sulla raccolta e l’uso dei dati personali. Ora spetta a ciascuno stato membro seguire queste indicazioni sul piano legislativo. Per quanto riguarda l’Italia, eravamo già molto indietro sul piano dei diritti dei dipendenti sui luoghi di lavoro. Alcune norme del Jobs Act intervengono con forzature evidenti in materia di controllo a distanza nei luoghi di lavoro, e appaiono decisamente contrarie alle indicazioni del Consiglio d’Europa. Ora, il fatto curioso è che l’approvazione della Raccomandazione è stata varata anche da qualche viceministro italiano (supponiamo Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio). Tenterà di rimediare alla palese contraddizione?

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