Sul Corriere, Varoufakis illustra la posizione greca. Su Repubblica, i maestrini bacchettano Tsipras. Sullo Spiegel, l’informazione corretta

Sul Corriere, Varoufakis illustra la posizione greca. Su Repubblica, i maestrini bacchettano Tsipras. Sullo Spiegel, l’informazione corretta

Alla vigilia della riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles di lunedì 9 marzo, il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis alza il tono della sfida politica ai falchi d’Europa. Egli ha evocato la possibilità di nuove elezioni, ovvero di un referendum sull’accordo relativo al debito greco. Se i ministri della zona euro non accettassero il piano presentato dalla Grecia che contiene le sette grandi riforme strutturali del paese e volto ad ottenere la prossima rata dell’aiuto finanziario di cui ha bisogno, “potrebbero esserci dei problemi”, ha avvertito il ministro delle Finanze nell’intervista che ha concesso domenica al Corriere della Sera. Ed ha aggiunto: “come mi ha detto il mio primo ministro, non siamo ancora incollati alle poltrone. Possiamo tornare alle elezioni. Convocare un referendum sull’euro”. In realtà, la Grecia aveva già minacciato un referendum sul piano di salvataggio nel novembre del 2011, da parte dell’allora premier Georges Papandreu. L’iniziativa aveva provocato il panico sui mercati finanziari e la collera dei partner europei. Ora, Syriza e Tsipras brandiscono la stessa minaccia.

Nell’intervista al quotidiano milanese, Varoufakis dice di non attendersi un nuovo prestito, perchè, come sottolinea, “non è necessario”, dal momento che la Grecia ha rifiutato “un meccanismo di prestito in cambio di un programma da rispettare. L’idea che proponiamo ai partner europei è quella di un progetto che ridia alla Grecia la possibilità di crescere e fermare la crisi umanitaria”. Nell’intervista, rilasciata al Corriere della sera a margine di un convegno a Venezia, Varoufakis accusa esplicitamente la UE di non apprezzare lo sforzo della Grecia per liberarsi dalla recessione, con la minaccia continua, che spaventa soprattutto gli investitori, di una Grexit, di un’uscita della Grecia dall’Euro.

“La Grecia non è tornata in recessione”, afferma Varoufakis a Danilo Taino, il giornalista del Corriere, “per il semplice fatto che non ne era mai uscita. È falso sostenere il contrario”. E prosegue con una provocazione che di certo farà discutere i suoi colleghi ministri delle Finanze dell’eurogruppo: “Crescere quest’anno sarebbe possibile. Se ci sarà un accordo nell’eurozona. Ma c’è una situazione di prezzi dei beni in caduta che è ingegnerizzata politicamente”. Cosa vuol dire Varoufakis con questa espressione? “Chi viene a investire in Grecia”, si chiede, “se si parla continuamente di Grexit, della nostra uscita dall’euro? Parlare di Grexit è velenoso”. Tutto ciò a causa, appunto, delle caratteristiche che ha assunto l’Europa tecnocratica: “l’Europa va avanti per inerzia. È come una grande nave che impiega tempo per cambiare rotta. In più, se il cambiamento viene da un governo della sinistra radicale, prevale il timore che dietro ci sia qualcosa di losco”. Eccolo il punto politico avanzato con forza da Varoufakis: il timore che il governo della sinistra possa mostrarsi talmente autonomo da scegliere la propria via verso il risanamento senza bisogno di maestri e maestrini con la penna rossa e blu.

I maestrini con la penna rossa e blu

A proposito di maestri con la penna rossa e blu, quegli straordinari editorialisti che tutto sanno e non lesinano consigli su come stare al mondo, a destra e a manca, ne citiamo uno su tutti, Federico Fubini, che su Repubblica di sabato ha scritto appunto un editoriale al veleno contro Varoufakis, e contro il governo greco. Ha usato, come accade spesso in questi editoriali, il metodo della carota e del bastone. Prima, Fubini ha sostenuto che finalmente la lotta del governo Tsipras contro le oligarchie greche è benvenuta, attraverso una serie di provvedimenti di mera giustizia fiscale. Poi, ha attaccato Varoufakis, scrivendo cose assai contestabili. Insomma, dice Fubini, cosa vuole dall’Europa questo tale, che si mette a fare la voce grossa (si badi, la fonte è interna alla UE) con tutti, tanto che tutti lo scansano? Come pensa di risolvere la recessione, il debito, la fine della liquidità se non “riparte dalla realtà”? E quale sarebbe la realtà della Grecia descritta dal maestro, questa volta con la bacchetta? “Fino a tre mesi fa”, scrive Fubini, e non a caso cita il dato temporale precedente alle elezioni in Grecia, “il paese era tornato a crescere e si stava riaffacciando sul mercato, ma questo caos politico gli sta facendo fare un enorme, tragico passo indietro”. Seguiamo questa linea interpretativa, e ci ritroviamo dritti nell’analisi che Varoufakis propone al Corriere: il demerito dei Greci è di aver votato un governo di sinistra, buono a nulla e parolaio. Ma se la Grecia prima delle elezioni stava bene, perché non ha continuato a dare il voto a Nuova Democrazia e al Pasok? Fubini non lo dice. E invece di porsi questa domanda cruciale, ecco che bacchetta Tsipras: “la responsabilità di Tsipras”, conclude l’editorialista di Repubblica, “è rispondere a quella richiesta: non fare il tribuno in Europa a spese del suo stesso popolo, e di tutti gli altri”. Non male come maestro. Insomma, se non abbiamo capito male, Repubblica boccia Tsipras perché di sinistra e perché ha un forte senso dell’autonomia da Bruxelles e dalla sua tecnocrazia, che impone “i compiti a casa”. Invece, par di capire, chi “i compiti” li fa è unto dal quotidiano come una sorta di santo. Mancava solo che Fubini scrivesse: “consigliamo di fare come Renzi”, per chiudere il cerchio.

La risposta indiretta di Tsipras

Forse Fubini non ha fatto in tempo a leggersi l’intervista che lo stesso Tsipras ha rilasciato al settimanale tedesco Der Spiegel, nel cui testo si trova la risposta adeguata ai suoi critici, all’interno e all’estero, e ai maestrini con la bacchetta e la matita rossa e blu. Cosa svela infatti Tsipras ai tedeschi e agli europei, compresi gli ineffabili editorialisti italici? “Al vertice ho usato il linguaggio della realtà”, dice Tsipras, “Ho detto: prima del programma di risanamento, la Grecia aveva un debito sovrano che era al 129% del suo PIL. Ora, è al 176%. Al di là di come lo si guarda, non è possibile farsi carico di quel debito. Ma ci sono modi diversi per risolvere questo problema: attraverso un taglio del debito, oppure la ristrutturazione del debito, o attraverso i bond, la cui restituzione è legata alla crescita. La cosa più importante, però, è risolvere il vero problema: l’austerità che ha portato in alto il debito”. Capito maestro Fubini? Se non si capisce questo passaggio sulle politiche di austerità – che non è stato certo Tsipras a volere in Europa – non si capisce quale strada stiano tracciando il premier greco e il suo ministro delle Finanze. Dire questa verità, significa essere tribuno? Assolutamente no. Anzi. È lo stesso Tsipras, nella stessa intervista allo Spiegel, che rivendica invece il merito della Grecia di aver imposto qualcosa di veramente importante in Europa: “l’Europa è diventata più democratica a causa di questi cambiamenti… prima, la situazione era tale che la troika inviava una mail in cui diceva alla Grecia cosa avrebbe dovuto fare. Le nostre riforme pianificate sono necessarie, ma noi stessi decidiamo quali. Non vi è più alcuna costrizione su di noi da parte di nessuno. Vogliamo metter fine all’evasione fiscale su larga scala e alla frode fiscale più di ogni altro. Prima pagavano solo i redditi bassi e non i ricchi. Vogliamo anche trasformare lo stato in uno più efficiente”. È chiaro anche per gli editorialisti?

L’intervista a Tsipras è molto lunga per riassumerla qui. Una sua versione inglese si può leggere sul seguente sito https://www.spiegel.de/international/europe/spiegel-interview-with-greek-prime-minister-tsipras-a-1022156.html. Auguriamo buona lettura ai nostri amici di Jobsnews, ma soprattutto agli editorialisti dotati di bacchetta e matita rossa e blu.

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