Il viaggio del papa a Napoli all’insegna della Teologia della liberazione. Una grande lezione per tutti

Il viaggio del papa a Napoli all’insegna della Teologia della liberazione. Una grande lezione per tutti

Non c’è che dire: papa Francesco riesce ancora una volta a stupire, nel senso vero del termine. La sua visita a Napoli, in questo sabato di marzo, si è davvero trasformata in un evento tanto informale e inatteso da suscitare quella meraviglia del ciò che non ti aspetti e che invece sei indotto a vivere. È stato un evento nel quale la tradizionale liturgia religiosa si è trasformata in un lungo, incredibile, abbraccio a Napoli e ai napoletani, che via via è diventato uno straripante abbraccio ad ogni persona umana, e al suo vissuto. Si può non essere cattolici, si può essere critici con il papa, con qualunque papa, si può considerare la religione ancora come “oppio dei popoli”, ma le parole e gli atti concreti di questo particolare papa sono davvero in sintonia con decenni di lotte e di sconfitte di tanti artefici della cosiddetta “Teologia della liberazione”, in America latina e non solo. È stato proprio Leonardo Boff, uno dei leader della Teologia della liberazione, a indicare “la meraviglia” suscitata da questo papa, quando lo scorso 28 dicembre contestò giustamente un ambiguo articolo di Vittorio Messori sul Corriere della Sera. Le cose che scrisse allora Leonardo Boff, sembrano così profetiche da aver trovato nel viaggio a Napoli, e prima ancora a Lampedusa, una piena conferma. “Adesso appare un papa francescano, che ama i poveri, e non veste Prada”, scrisse Boff, “che fa una dura critica al sistema che produce miseria nella gran parte del mondo, che apre la Chiesa non solo ai cattolici ma a tutti quelli che portano il nome di uomini e donne, senza giudicarli, ma accogliendoli nello spirito della rivoluzione della tenerezza”. Insomma, per padre Leonardo Boff, quella di Francesco non è più la Chiesa “istituzione pesante, noiosa e senza creatività”, che più niente ha da dire al mondo, se non dottrine su dottrine, “senza suscitare speranze e gioia di vivere”. Infatti, conclude Boff, “questo papa Francesco ha portato speranza e gioia a tanti cattolici e a tanti cristiani”.

E infatti, nella primissima parte del discorso di papa Francesco a Scampìa, ricorrono tutte queste analisi di Leonardo Boff (il quale, ricordiamolo, non è mai stato amato dagli alti prelati del Vaticano): “la vita a Napoli”, ha detto il papa, “non è mai stata facile, però non è mai stata triste. È questa la vostra risorsa: la gioia, l’allegria. Il cammino quotidiano in questa città, con le sue difficoltà e i suoi disagi e talvolta le sue dure prove produce una cultuta di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta”. La gioia del “napoletano” produce speranza, e diventa paradigma della stessa umanità, di quella umanità che è necessariamente “migrante” su questa Terra, perché ciascuno di noi morirà. Sembra una contraddizione in termini, soprattutto per il pensiero non religioso: come si può parlare di gioia e di speranza e subito dopo evocare la morte? Ma proprio questa è la missione di un papa, ricordarci la transitorietà, la precarietà, l’essere “migranti” tra la nascita e la morte. Qui si cela il senso religioso che papa Francesco tenta disperatamente di divulgare soprattutto in quella Europa e in quell’Occidente secolarizzati, “globalizzati nella indifferenza”. E se questo è il senso religioso, allora l’affondo di papa Francesco sul lavoro come dignità appare ancora più duro (e discendente da quella Teologia della liberazione). Anche a Scampìa papa Francesco ha ribadito che quand’anche vi fossero organizzazioni che preparano il cibo per gli affamati, ciò non elimina la grandissima questione della dignità umana nel lavoro. E la responsabilità è di “un sistema economico che scarta la gente”, parole che vorremmo sentir ripetere sempre da chiunque ami l’uomo. Francesco punta l’indice contro lo sfruttamento nelle moderne società occidentali, narrando la vicenda di una precaria a 600 euro al mese, e con orario di lavoro quotidiano di circa 11 ore. Le parole sono pietre potenti per Francesco: questo è sfruttamento, schiavitù, e bisogna lottare contro di esso, perchè “non è umano, non è cristiano”. E soprattutto, tutto questo è “corruzione”, dice Francesco, e la corruzione è una cosa sporca che “puzza come un animale morto. La corruzione puzza! La società corrotta puzza! Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano, puzza”. La “puzza” di corruzione non è solo una metafora azzeccata, è anche la critica severa alla modernità, la cui società diseguale, verticale, piramidale, individualista, “puzza” come una carcassa di animale.

Il discorso integrale di papa Francesco a Scampìa

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Ho voluto incominciare da qui, da questa periferia, la mia visita a Napoli. Saluto tutti voi e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza! Davvero si vede che i napoletani non sono freddi! Ringrazio il vostro Arcivescovo per avermi invitato – anche minacciato se non fossi venuto a Napoli – per le sue parole di benvenuto; e grazie a coloro che hanno dato voce alle realtà dei migranti, dei lavoratori e dei magistrati. Voi appartenete a un popolo dalla lunga storia, attraversata da vicende complesse e drammatiche. La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria. Il cammino quotidiano in questa città, con le sue difficoltà e i suoi disagi e talvolta le sue dure prove, produce una cultura di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta, e a fare in modo che il male non abbia mai l’ultima parola. Questa è una sfida bella: non lasciare mai che il male abbia l’ultima parola. È la speranza, lo sapete bene, questo grande patrimonio, questa “leva dell’anima”, tanto preziosa, ma anche esposta ad assalti e ruberie. Lo sappiamo, chi prende volontariamente la via del male ruba un pezzo di speranza, guadagna qualcosina ma ruba speranza a sé stesso, agli altri, alla società. La via del male è una via che ruba sempre speranza, la ruba anche alla gente onesta e laboriosa, e anche alla buona fama della città, alla sua economia. Vorrei rispondere alla sorella che ha parlato a nome degli immigrati e dei senza fissa dimora. Lei ha chiesto una parola che assicuri che i migranti sono figli di Dio e che sono cittadini. Ma è necessario arrivare a questo? I migranti sono esseri umani di seconda classe? Dobbiamo far sentire ai nostri fratelli e sorelle migranti che sono cittadini, che sono come noi, figli di Dio, che sono migranti come noi, perché tutti noi siamo migranti verso un’altra patria, e magari arriveremo tutti. E nessuno si perda per il cammino! Tutti siamo migranti, figli di Dio che ci ha messo tutti in cammino. Non si può dire: “Ma i migranti sono così…Noi siamo…”. No! Tutti siamo migranti, tutti siamo in cammino. E questa parola che tutti siamo migranti non è scritta su un libro, è scritta nella nostra carne, nel nostro cammino di vita, che ci assicura che in Gesù tutti siamo figli di Dio, figli amati, figli voluti, figli salvati. Pensiamo a questo: tutti siamo migranti nel cammino della vita, nessuno di noi ha dimora fissa in questa terra, tutti ce ne dobbiamo andare. E tutti dobbiamo andare a trovare Dio: uno prima, l’altro dopo, o come diceva quell’anziano, quel vecchietto furbo: “Sì, sì, tutti! Andate voi, io vado per ultimo!”. Tutti dobbiamo andarci. Poi c’è stato l’intervento del lavoratore. E ringrazio anche lui, perché naturalmente volevo toccare questo punto, che è un segno negativo del nostro tempo. In modo speciale lo è la mancanza di lavoro per i giovani. Ma voi pensate: più del 40 per cento dei giovani dai 25 anni in giù non ha lavoro! Questo è grave! Cosa fa un giovane senza lavoro? Che futuro ha? Che strada di vita sceglie? Questa è una responsabilità non solo della città, non solo del Paese, ma del mondo! Perché? Perché c’è un sistema economico che scarta la gente e adesso è il turno dei giovani a essere scartati, cioè senza lavoro. Questo è grave! “Ma ci sono le opere di carità, ci sono i volontariati, c’è la Caritas, c’è quel centro, c’è quel club che dà da mangiare…”. Ma il problema non è mangiare, il problema più grave è non avere la possibilità di portare il pane a casa, di guadagnarlo! E quando non si guadagna il pane, si perde la dignità! Questa mancanza di lavoro ci ruba la dignità. Dobbiamo lottare per questo, dobbiamo difendere la nostra dignità di cittadini, di uomini, di donne, di giovani. Questo è il dramma del nostro tempo. Non dobbiamo rimanere zitti. Penso anche al lavoro a metà. Cosa voglio dire con questo? Lo sfruttamento delle persone nel lavoro. Alcune settimane fa, una ragazza che aveva bisogno di lavoro, ne ha trovato uno in una ditta turistica e le condizioni erano queste: 11 ore di lavoro, 600 euro al mese senza nessun contributo per la pensione. “Ma è poco per 11 ore!”. “Se non ti piace, guarda la coda di gente che sta aspettando il lavoro!”. Questo si chiama schiavitù, questo si chiama sfruttamento, questo non è umano, questo non è cristiano. E se quello che fa così si dice cristiano è un bugiardo, non dice il vero, non è cristiano. Anche lo sfruttamento del lavoro in nero – tu lavori senza contratto e ti pago quello che voglio – è sfruttamento delle persone. “Senza i contributi per la pensione e per la salute?”. “A me non interessa”. Io ti capisco bene, fratello, e ti ringrazio per quello che hai detto. Dobbiamo riprendere la lotta per la nostra dignità che è la lotta per cercare, per trovare, per ritrovare la possibilità di portare il pane a casa! Questa è la nostra lotta! E qui penso all’intervento del Presidente della Corte di Appello. Lui ha usato una bella espressione “percorso di speranza” e ricordava un motto di san Giovanni Bosco: “buoni cristiani e onesti cittadini”, rivolto ai bambini e ai ragazzi. Il percorso di speranza per i bambini – questi che sono qui e per tutti – è prima di tutto e l’educazione, ma una vera educazione, il percorso di educare per un futuro: questo previene e aiuta ad andare avanti. Il giudice ha detto una parola che io vorrei riprendere, una parola che si usa molto oggi, il giudice ha detto “corruzione”. Ma, ditemi, se noi chiudiamo la porta ai migranti, se noi togliamo il lavoro e la dignità alla gente, come si chiama questo? Si chiama corruzione e tutti noi abbiamo la possibilità di essere corrotti, nessuno di noi può dire: “io non sarò mai corrotto”. No! E’ una tentazione, è uno scivolare verso gli affari facili, verso la delinquenza, verso i reati, verso lo sfruttamento delle persone. Quanta corruzione c’è nel mondo! E’ una parola brutta, se ci pensiamo un po’. Perché una cosa corrotta è una cosa sporca! Se noi troviamo un animale morto che si sta corrompendo, che è “corrotto”, è brutto e puzza anche. La corruzione puzza! La società corrotta puzza! Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano, puzza! Cari amici, la mia presenza vuole essere un impulso a un cammino di speranza, di rinascita e di risanamento già in corso. Conosco l’impegno, generoso e fattivo, della Chiesa, presente con le sue comunità e i suoi servizi nel vivo della realtà di Scampia; come pure la continua mobilitazione di gruppi di volontari, che non fanno mancare il loro aiuto. Incoraggio anche la presenza e l’attivo impegno delle Istituzioni cittadine, perché una comunità non può progredire senza il loro sostegno, tanto più in momenti di crisi e in presenza di situazioni sociali difficili e talvolta estreme. La “buona politica” è un servizio alle persone, che si esercita in primo luogo a livello locale, dove il peso delle inadempienze, dei ritardi, delle vere e proprie omissioni è più diretto e fa più male. La buona politica è una delle espressioni più alte della carità, del servizio e dell’amore. Fate una buona politica, ma fra di voi: la politica si fa tutti insieme! Fra tutti si fa una buona politica! Napoli è sempre pronta a risorgere, facendo leva su una speranza forgiata da mille prove, e perciò risorsa autentica e concreta sulla quale contare in ogni momento. La sua radice risiede nell’animo stesso dei Napoletani, soprattutto nella loro gioia, nella loro religiosità, nella loro pietà! Vi auguro che abbiate il coraggio di andare avanti con questa gioia, con questa radice, il coraggio di portare avanti la speranza, di non rubare mai la speranza a nessuno, di andare avanti per la strada del bene, non per la strada del male, di andare avanti nell’accoglienza di tutti quelli che vengono a Napoli da qualunque Paese: siano tutti napoletani, imparino il napoletano che è tanto dolce e tanto bello! Vi auguro di andare avanti nel cercare fonti di lavoro, perché tutti abbiano la dignità di portare il pane a casa, e di andare avanti nella pulizia della propria anima, nella pulizia della città, nella pulizia della società perché non ci sia quella puzza della corruzione! Vi auguro il meglio, andate avanti e San Gennaro, vostro Patrono, vi assista e interceda per voi. Benedico di cuore tutti voi, benedico le vostre famiglie e questo vostro quartiere, benedico i bambini che sono qui attorno a noi. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. ‘A Maronna v’accumpagne!

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