Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza: i pupazzetti di Andersson si travestono da uomini

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza: i pupazzetti di Andersson si travestono da uomini

Dopo Second Floor (2000) e You, The Living (2007), il regista Roy Andersson conclude la sua trilogia “sull’essere un essere umano”, e lo fa portando sul grande schermo un lavoro molto particolare, premiato con il Leone d’Oro alla scorsa Mostra del cinema di Venezia.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è un po’ la definitiva quadratura del cerchio, il punto che chiude in maniera definitiva un lavoro di ricerca sull’introspezione umana, iniziata con i due lungometraggi precedenti. Che poi questo punto sia un confortevole esclamativo pieno di certezze, od un interrogativo che turba ancor più le coscienze, sta allo spettatore deciderlo.
La cosa certa è che, per i suoi personaggi, Andersson effettua una vera e propria dicotomia che sfiora il paradossale. Egli vuole indubbiamente indagare affondo sull’agire umano, sulle ipocrisie che muovono l’uomo, sul suo rapporto con la morte. Ma lo fa in una maniera apparentemente bislacca e, piuttosto che delineare delle personalità ben definite, cariche di nevrosi e paranoie,  propone una serie di tipi, personaggi cartooneschi, statici come la sua  macchina da presa. Tale dicotomia è palpabile sia a livello stilistico, ma anche a livello narrativo. E così, se da un lato i pupazzetti di Andersson ci faranno sorridere per i loro modi astrusi e sui generis, questa continua lotta tra il surreale (talvolta nonsense) ed il reale, vedrà nello humor non solo l’anello di congiunzione tra le parti, ma anche lo strumento più efficace di analisi della realtà. Una realtà cinica e finta come un “sono contento di sentire che state bene” pronunciato apaticamente al telefono, una realtà che guarda troppo il contenitore, senza preoccuparsi gran che del contenuto. In questo mondo parallelo (che poi tanto parallelo non è), creato ad hoc dal cineasta svedese, il piccione seduto sul ramo è proprio lo spettatore, appollaiato sulla propria poltrona, che riflette su ciò che vede dall’alto verso il basso. Un esperimento ben riuscito che pone nella prolissità dei continui piani-sequenza l’effettiva chiave di lettura del film, evidenziando in maniera quasi tautologica una quotidianità nel relazionarsi che spesso sfocia nel banalismo dell’iterazione.

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