Renzi Matteo mette l’elmo e va in guerra. Sindacati e minoranze Pd sono avvertiti

Renzi Matteo mette l’elmo e va in guerra. Sindacati e minoranze Pd sono avvertiti

Non mollo, i critici saranno costretti ad arrendersi. Con queste parole Renzi Matteo, uomo di stato, premier e segretario del Pd si rivolge alla minoranza del  suo partito che critica il Jobs Act. Qualche parola in più nei confronti dei sindacati, posto d’onore riservato come al solito alla Cgil. Dice il  premier che “non è il tipo che si lascia impressionare dalle minacce, meno che mai della Cgil che ha manifestato, scioperato, e avversato in ogni modo le nostre riforme. Se ha altri modi per dire no- prosegue con il garbato linguaggio che lo contraddistingue- lo spiegherà di fronte al Paese, ci trova al solito posto, a Palazzo Chigi a provare a cambiare l’Italia”. Per dire la verità, la Cgil al Paese lo ha già spiegato, da sola e insieme alla Uil, con scioperi e manifestazioni che hanno visto la partecipazione di milioni di lavoratori.

Parole non da uomo di Stato ma da gergo militare, di quelle che si rivolgono a nemici

 Ma non è questo il problema che oggi ci interessa, anche alla vigilia dell’incontro di fine anno di Renzi con la stampa.  Arrendetevi, minacce che non impressionano, sono parole da gergo militare che vengono rivolte a nemici. Renzi Matteo, mette l’elmo e va in guerra. Per il premier la difesa dei  diritti dei lavoratori,  usando le forme di lotta che la Costituzione garantisce, sono “minacce”. Non ci pare un linguaggio da uomo di stato, né da segretario di un partito, per giunta che fa parte del Partito del socialismo europeo, all’interno del quale può avere persone che non condividono le sue scelte politiche, ma non nemici cui viene intimato di arrendersi. Non solo, proprio il linguaggio strafottente, oltre a non essere segno di buona educazione come dovrebbe aver imparato da boy scout, è tipico di chi si trova in difficoltà, ricorre alle parole forti, quasi a farsi coraggio. Quel Jobs Act lì, quei due decreti delegati, fanno acqua da tutte le parti, non hanno né padre né madre.

Finte baruffe:  Sacconi- Ichino la fanno da padroni

Il senatore Ichino, che diventa un insigne giuslavorista, così qualche giornale lo definisce, quando se ne va dal Pd verso nuovi lidi e si ritrova con il suo amico Sacconi, fa capire che Renzi era d’accordo per eliminare anche l’articolo 18, e avrebbe accettato anche la proposta di Sacconi appunto, l’opting out, evitando sempre e comunque il reintegro del lavoratore. Ma ha pensato che quanto ottenuto a favore delle imprese era già molto e che poteva concedere qualcosa, anche in vista della elezione del Capo dello Stato alle minoranze “dialoganti” del Pd. Avrebbe fatto contento anche  Poletti, il quale lo avrebbe assicurato che non ci sarà alcuna trattativa e che il Jobs Act non si cambia. Così titolava Repubblica. “I punti fondamentali- affermava  il ministro-sono definiti” e fra questo proprio uno fra i più indigesti per i sindacati, l’estensione  delle nuove norme ai licenziamenti collettivi.  Esalta, addirittura il fattaccio parlando di “una esigenza dell’impianto normativo”. Poi c’è, tutta finta, la disputa fra Poletti, Ncd, Sacconi, Ichino.

Il premier fa capire che le nuove regole saranno applicate anche agli statali

Costoro raccontano che le nuove regole devono essere applicate anche al pubblico impiego. Poletti e Madia dicono di no. Non perché sono contrari ma perché il problema verrà affrontato in sede di riforma, si fa per dire, del pubblico impiego. Renzi dà un segnale preciso a Sacconi, Ichino, all’Ncd, a Forza Italia. Non può non lisciar loro il pelo, vista l’elezione del Capo dello Stato imminente. Dice infatti che sulla “licenziabilità o meno degli statali esiste giurisprudenza nell’uno e nell’altro senso  e  non sarà il governo a decidere. A febbraio, quando il provvedimento sul pubblico impiego firmato da Marianna Madia verrà discusso in parlamento, saranno le Camere a scegliere. Non mancherà il dibattito, certo.” Statali  avvisati. Di fatto, Renzi dice sì al duo Sacconi-Ichino. Ancora Poletti fa capire che il decreto non può  cambiare. Dice che “formalmente lo schema di decreto delegato è modificabile”. Spiega che le Commissioni parlamentari esprimeranno il loro parere e le loro proposte, poi “il governo ha la facoltà di accoglierle o meno. La competenza è del governo”. Chiede il giornalista se saranno accolte eventuali richieste di modifica. “Direi che la sostanza del decreto è quella- replica Poletti- e quella rimarrà”. E all’ala dialogante della minoranza Pd manda a dire che non ci sarà alcuna trattativa.

Il sottosegretario Teresa Bellanova, ex Cgil, parla di obiezioni ideologiche

Più disponibile sembrerebbe il sottosegretario al Lavoro, sempre Pd, Teresa Bellanova. Verrebbe da ridere se la cosa non fosse seria. Dice Bellanova: “ Siamo pronti a cambiare il decreto, se le obiezioni delle Commissioni saranno fondate e non ideologiche”.  “Obiezioni ideologiche ancora non l’avevamo sentito dire. In particolare da una persona che per gran parte della sua storia ha respinto gli attacchi alla Cgil, accusata appunto di lotte ideologiche. Già, perché Bellanova,  giovanissima, è stata responsabile delle donne braccianti della Cgil in provincia di Brindisi, poi dirigente, della Flai-Cgil, della Filtea (tessili)-Cgil, di cui diviene segretaria nazionale.

Scalfari: “La coerenza in Italia è merce rara”

Ci viene a mente un editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica, in cui fra le altre cose parla di “coerenza”. Dice che in Italia è “merce rara”, “noi non siamo un Paese abitato da persone coerenti. Parlo naturalmente di coerenza nei rapporti con la società e quindi con la vita pubblica e le istituzioni che la rappresentano”. Dopo aver fatto una lista delle persone coerenti della nostra vita pubblica, “molto poche”, dice che “gli incoerenti sono una massa, qui da noi è una moltitudine, una popolazione che vuole ignorare la sua storia e vivere il presente ignorando il passato e non riuscendo ad immaginare il futuro”. È proprio vero.

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