La Palestina riscrive il testo di Risoluzione all’ONU

La Palestina riscrive il testo di Risoluzione all’ONU

L’obiettivo è quello di non lasciarsi stritolare da un lato dalla disastrosa campagna elettorale in corso in Israele e dalla mancanza di prospettive politiche chiare, e dall’altra, dalle rivendicazioni sempre più estremiste dell’ala dura di Hamas. L’Autorità palestinese, e il suo governo, hanno deciso di riscrivere in parte il testo di Risoluzione presentato dalla Giordania al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il testo, che reclama al Consiglio di Sicurezza la fine dell’occupazione israeliana e il ritiro delle truppe nei confini pre1967, non rivendica più Gerusalemme Est come capitale di un futuro Stato palestinese.

Il capo dei negoziati palestinesi, Saeb Erakat, ha annunciato che i palestinesi hanno apportato modifiche sostanziali al loro progetto di Risoluzione. Le modifiche riguardano soprattutto il destino di Gerusalemme Est, occupata e annessa da Israele, che in una prima bozza veniva designata come capitale del nuovo Stato di Palestina. I palestinesi avevano inoltre aggiunto che questa occupazione e questa annessione “sono nulle, inefficaci e illegali”, come ha spiegato il negoziatore nel corso di una conferenza stampa a Ramallah in Cisgiordania. L’accordo di pace al quale i palestinesi intendono dare corso, e suggerito al Consiglio di Sicurezza ONU, resta dunque l’impegno di Israele per il ritiro entro un anno dai Territori occupati, e comunque non oltre il 2017. I palestinesi hanno ottenuto il sostegno della Lega Araba sul testo ora emendato, e presentato formalmente dalla Giordania, perché la Palestina manca ancora del riconoscimento formale in sede ONU.

Così emendato, il testo può essere sottoposto al voto dei 15 paesi membri del Consiglio di Sicurezza, e potrebbe superare il veto eventuale degli Stati Uniti, sui quali è stata fortissima la pressione del premier israeliano Netanyahu. Il negoziatore ONU per la Palestina, Erakat, ha assicurato che il voto è previsto prima della fine dell’anno, cosa che è giudicata molto improbabile da alcuni diplomatici e osservatori ONU. Lo stesso presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha però avvertito che in caso di rigetto del testo della Risoluzione, i negoziati con Israele saranno considerati chiusi, e la responsabilità di tale definitiva e sciagurata decisione penderà sugli Stati Uniti, sul segretario di Stato John Kerry e sull’Amministrazione Obama, oltre che su Israele, come forza di occupazione.

A questo punto, in effetti, non si capisce davvero cos’altro debba fare il governo palestinese per scuotere la comunità occidentale. In estate, la Palestina ha subito un’ondata di attacchi israeliani, che ha causato centinaia di morti e migliaia di feriti e sfollati, e la distruzione di alcune zone di Gaza. L’ala moderata di al-Fatah ha ritrovato punti di mediazione con l’ala oltranzista di Hamas, ricucendo i rapporti e giungendo ad un governo unitario. Ha cercato fondi per la ricostruzione della Striscia di Gaza e della West Bank, come segnale preciso di un governo che vuole la pace. E infine, ha messo alle strette l’ONU, chiedendo agli stati membri di decidere, finalmente, sul destino dello Stato palestinese. La Risoluzione è stata ampiamente modificata per cercare il voto favorevole degli USA. Ricordiamo, infine, che alcuni stati europei e lo stesso Parlamento Europeo (ma non l’Italia) hanno proceduto al riconoscimento dello Stato palestinese. Atti formali, certo, ma non privi di valore politico. Forse è giunto il momento che Federica Mogherini, Alto Rappresentante della politica estera della UE, faccia sentire il peso dell’Europa per favorire processi e colloqui di pace, in sede ONU e ovunque, proprio perché Israele vive la fase di più alta tensione e di instabilità politica mai registrata in questi anni. E sarebbe anche opportuno che i presidenti delle Camere, o qualche gruppo parlamentare della sinistra italiana, assumano l’iniziativa perché anche il Parlamento italiano, come quelli di Spagna, Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Svezia, Portogallo, Lussemburgo, voti per il riconoscimento dello Stato di Palestina, senza più alcun indugio.

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