Lo scandalo LuxLeaks che avvelena la nuova Commissione Juncker

Lo scandalo LuxLeaks che avvelena la nuova Commissione Juncker

Si è scoperto che più di 300 aziende multinazionali hanno approfittato delle regole fiscali dello stato del Lussemburgo per risparmiare, e moltissimo, sulle tasse da pagare in Europa. La Commissione europea, presieduta dall’ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, è in grave imbarazzo, anche se sono già state annunciate eventuali sanzioni. Il Lussemburgo si ritrova oggi al centro di un gravissimo scandalo internazionale per aver organizzato un sistema di evasione fiscale massiccia a beneficio delle principali aziende multinazionali. Le rivelazioni sono contenuti in un documento di 28.000 pagine redatto dal Consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta, e interessano il periodo in cui proprio Juncker era premier del Lussemburgo, dal 1995 al 2013. Si tratta di rivelazioni sulle caratteristiche del paradiso fiscale lussemburghese che indeboliscono l’attuale presidente della Commissione europea. Fu Juncker che nel discorso di investitura al Parlamento europeo nel luglio scorso si spinse a dire che “avrebbe provato a introdurre morale ed etica nel paesaggio fiscale europeo”.

Di che si tratta? I documenti contenuti in LuxLeaks fanno emergere il fatto che tra il 2002 e il 2010 ben 340 aziende multinazionali hanno ottenuto favori fiscali dal Granducato lussemburghese. È un affare colossale che ammonta a 215 miliardi di dollari evasi grazie alle pratiche di “ruling”. Tra le aziende spiccano Amazon, Apple, Ikea, Pepsi, Heinz, Axa. In realtà, la prassi lussemburghese di stipulare accordi di facilitazione fiscale è legale e interessa esclusivamente il Lussemburgo. Consente a un’impresa di chiedere in anticipo come sarà trattata la sua situazione fiscale e di ottenere alcune garanzie giuridiche. Ciò significa trarre beneficio anche per le filiali sparse in Europa, consentendo dunque quella che viene definita “ottimizzazione fiscale”. L’intera inchiesta apre i maggiori quotidiani del mondo, dal New York Times al Guardian, a Le Monde alla Suddeutsche Zeitung fino al giapponese Asahi Shimbun. I quotidiani italiani, in particolare Repubblica e La Stampa, ne danno notizia in fondo, come se si trattasse di notizia di secondo piano. Le Monde accusa: “il Lussemburgo facilita accordi segreti senza alcuna notifica ai partner europei”. Partner che oggi sono stati finalmente “messi al corrente delle strategie di evasione fiscale di centinaia di multinazionali”. L’attuale premier lussemberghese Xavier Bettel ha reagito giovedì con una conferenza stampa, sostenendo che le pratiche fiscali del suo paese “sono conformi al diritto internazionale”.

Con questo affaire, il neoeletto presidente della Commissione europea Juncker si trova dunque sulla graticola. È da molti mesi che la Commissione europea cerca di capire, attraverso un’inchiesta autonoma, in che modo il Lussemburgo favoriva accordi fiscali segreti, mediante la cosiddetta pratica del “ruling”, con Amazon e con la Fiat, con Apple, e con Starbuscks. Ma solo oggi, a pentola scoperchiata da straordinari giornalisti, la Commissione annuncia, per bocca della portavoce di Juncker, l’adozione di sanzioni contro il Granducato. E conferma che Juncker si asterrà quando il dossier, delicatissimo, atterrerà sui tavoli della Comissione, per effetto di un evidentissimo conflitto di interessi.

Tra le aziende italiane coinvolte nel giro lussemburghese, il sito del Consorzio denuncia Banca Marche, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Intesa San Paolo, Ubibanca, Unicredit, Finmeccanica.

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