Duello Orfini-Cuperlo: Pd implode. Orfini: Dissenso vietato a “quella gente”. Cuperlo: sono parlamentari!

Duello Orfini-Cuperlo: Pd implode. Orfini: Dissenso vietato a “quella gente”. Cuperlo: sono parlamentari!

Pubblichiamo integralmente il carteggio tra Gianni Cuperlo, ex presidente del PD, e Matteo Orfini, attuale presidente. Le posizioni sembrano politicamente distanti e forse inconciliabili. Di certo, manifestano una realtà che tutti abbiamo constatato a poco meno di un anno di distanza dalla elezione di Renzi alla segreteria: il carattere profondamente divisivo del “renzismo”, con l’indicazione inevitabile del nemico, interno o esterno. E con l’affermazione ideologica del “o con me o te ne vai”.

La lettera di Cuperlo, pubblicata sulla sua pagina di Facebook

Caro Matteo Orfini,
apro stamane il Corriere della Sera e leggo alcune tue dichiarazioni. Sono virgolettate, come usano fare i giornalisti. Può darsi siano parole che tu non hai pronunciato mai e in questo caso leggerò con sollievo una smentita. Comunque dici, o ti fanno dire, che la trentina di deputati che ieri non ha votato il jobs act sarebbero delle “primedonne”.
Poi aggiungi che sarebbero “vittime di protagonismo a fini di posizionamento interno. Ma alla fine si sono auto isolati. E poi quanti sono, 30? Il 10 per cento del gruppo Pd, bel risultato: vi ricordo che contro Renzi all’inizio c’era la maggioranza dei deputati. E poi questa è tutta gente che ha ingoiato senza dar cenni di sofferenza il voto sul pareggio di bilancio in costituzione e la legge Fornero”.
Perché ti scrivo qualche riga che può darsi tu nemmeno legga? Perché sono impressionato dal tono e dal merito di queste frasi. Perché mi faccio qualche domanda sul retroterra che le sostiene. Tu dici “primedonne”. Che ti devo rispondere? Io so che in queste settimane con quelle colleghe e colleghi abbiamo discusso per ore sul merito del provvedimento che ieri non abbiamo votato. So che abbiamo detto pubblicamente, anche davanti a te alla direzione del nostro partito, e poi nel gruppo parlamentare, le ragioni di una distanza dalle scelte che si stavano compiendo in materia di licenziamento, demansionamento e altro. So che ieri nella pausa dei lavori d’Aula queste colleghe e questi colleghi si sono riuniti in una sala della Camera e lì abbiamo avuto un ultimo confronto. Serio, intenso anche per la tensione e l’emozione dei più. Eravamo parecchi, il tempo era poco e ognuno ha trovato in un paio di minuti il filo della motivazione per una scelta che a tanti è costata, e non poco. Diversi hanno ragionato sul tentativo che altre colleghe e colleghi nella commissione lavoro hanno portato avanti per migliorare il testo. E si è riconosciuto che alcuni cambiamenti in positivo vi sono stati. Poi quasi tutti hanno aggiunto che quei nodi sospesi richiedevano un atto, un gesto, che desse al nostro partito e al nostro governo il segno di una volontà di cambiare ancora, e nella direzione giusta. Io quelle deputate e quei deputati li conosco tutti, qualcuno da più tempo. Li ascoltavo, li osservavo, mi pareva di capire e cogliere la quota di dispiacere e difficoltà per ciò che stavamo annunciando. “Primedonne”? No, solo donne e uomini con le loro convinzioni e la loro coerenza.
“Sono vittime di protagonismo a fini di posizionamento interno, ma alla fine si sono autoisolati… E poi quanti sono? Il 10% del gruppo, bel risultato…. E poi è tutta gente che ha ingoiato senza dar cenni di sofferenza il pareggio di bilancio…”. Che peccato, caro Matteo. Sono stato anch’io per qualche settimana presidente della nostra assemblea. Poi ho lasciato quel posto per le ragioni che sai. Qualche mese dopo un capo della tua corrente è venuto a chiedermi di non ostacolare la tua candidatura allo stesso incarico. Avevi, avevate già compiuto una scelta convinta e legittima di pieno sostegno e ingresso nella maggioranza uscita vincente (che dico, stravincente) dal congresso. Non credo che la mia opinione sulla tua elezione a presidente dell’assemblea abbia avuto qualche influenza o peso. Ma non ho avuto dubbi nel dire che mi pareva un’ottima soluzione per la qualità della persona. E ti ho votato, a metà di giugno mi pare. Ti ho votato come presidente del nostro partito. Che dovrebbe essere una figura di garanzia verso tutti. Personalmente non mi sognerei mai di dire che la posizione di altre e altri, tra di noi, quando si esprime sul merito del provvedimento o di una legge risponde ad altre logiche che non siano quelle dichiarate. Mi piacerebbe che nel nostro partito questo principio fosse condiviso da tutti. Ma sarebbe giusto che a condividerlo fosse almeno il nostro presidente.
Vedi, tu sei un uomo colto e sai che la lingua, nel senso proprio delle parole, definisce il senso di ciò che si dice e a volte influisce su quella dimensione non verbale che pesa alquanto. “… Questa è tutta gente che ha ingoiato…”. Tutta gente? Non è “gente”, Matteo. Sono parlamentari del partito che tu presiedi. Ciascuno di loro ha una biografia, risponde alla sua comunità politica e di territorio. Sul pareggio di bilancio e sulla legge Fornero abbiamo detto e scritto non poche cose. Sulla seconda, in particolare, la battaglia per chiudere la pagina vergognosa degli esodati transita di decreto in decreto per estendere la platea dei salvaguardati. Ma non è questo il punto. No, proprio non è questo il punto.

Peccato. Stai bene.

La replica di Matteo Orfini sulla sua pagina di Facebook

Caro Gianni ,
ho letto con attenzione la tua lettera e ti ringrazio per aver trovato il tempo di scriverla e di rivolgermi critiche così dure e puntuali. Ci tengo a darti una prima delusione: quelle parole le ho dette e le ho dette perché le penso.
Vedi caro Gianni, ieri è successa una cosa molto grave. E per me dolorosa. Dopo mesi di discussione, dopo un impegno collettivo nella modifica di un testo importante, dopo un paziente lavoro di sintesi, al momento del voto finale una parte del nostro partito ha deciso di non rispettare le scelte e il lavoro che tutti insieme avevamo fatto.
Tu ricorderai che all’inizio di questa legislatura io più di altri avevo perplessità sulla scelta di far nascere un governo insieme a Berlusconi. Ricordo un colloquio che ebbi con te in parlamento, in cui mi spiegasti che in quelle condizioni e dopo una decisione assunta collegialmente, non si poteva che bere l’amaro calice. Perché proprio nei momenti difficili è doveroso farsi carico collettivamente delle responsabilità, anche se non si condividono quelle scelte.
Ti ascoltai, caro Gianni, perché quelle tue parole venivano da lontano, da una cultura politica antica che in questo paese ha sempre contraddistinto la sinistra italiana. Ieri ho visto tanti nostri parlamentari farsi carico di una scelta difficile. Con grande dignità e con grande passione. Qualcuno si è commosso per la tensione. Ma tutti erano convinti che si doveva difendere il lavoro fatto insieme per migliorare il testo. Anche chi aveva dei dubbi su questo o sul quel passaggio. E –come sai bene- su alcuni aspetti li avevo anche io. Lo hanno fatto perchè il jobs act è cambiato in meglio e oggi è un provvedimento utile grazie al lavoro di tutti.
Quelle centinaia di nostri parlamentari che ieri hanno fatto quella scelta difficile sono la ragione per cui qualcuno ha potuto distinguersi senza che accadesse nulla di irreparabile. Beh, caro Gianni, fattelo dire: oggi credo che siano quelli ad aver interpretato al meglio la mia idea di partito; mi permetto di dire, ricordando quel colloquio sul governo Letta, la nostra idea di partito. Se tutti ci comportassimo come ieri avete fatto voi, questo partito diventerebbe uno spazio politico, e non un soggetto politico (per citare Bersani). E non durerebbe a lungo.
Ma c’è un altro aspetto che mi colpisce della tua lettera. Forse è utile approfondirlo. Io non sono “entrato in maggioranza” per il semplice fatto che per me non esistono più una maggioranza e una minoranza del Pd: esiste il Pd, in cui ci sono donne e uomini liberi che si impegnano, pensano, combattono per migliorare la situazione del nostro malandato paese. Caro Gianni, il congresso è finito l’8 dicembre, quasi un anno fa. Dal giorno dopo ho lavorato per unire il partito, non la minoranza del partito. Questo non mi ha impedito di segnalare al segretario i suoi errori – ne ha fatti tanti e occhio e croce ancora ne farà. Quando arrivò il testo del jobs act fui il primo a criticarlo duramente e a proporre delle modifiche radicali. Che sono arrivate. Perché quando evitiamo di farci le caricature, riusciamo persino ad ascoltarci e a lavorare insieme. Tu hai legittimamente un’idea diversa, credi si debba costruire una forte minoranza che tiene viva la divisione congressuale. A me sembra un modo sbagliato e fragile di battersi per le proprie idee. Un modo subalterno, che rischia di obbligarti ad essere pregiudizialmente contrario e a negare la possibilità di fare sintesi. Perché se quella sintesi si verificasse, verrebbe meno la ragion d’essere di una tale posizione. Ti conosco da anni e so che non è questo che vuoi. Ma ancor più perché ne sono consapevole, non posso condividere nel metodo e nel merito la tua, la vostra scelta di ieri che purtroppo a me è apparsa esattamente come l’ho descritta nelle parole che tanto ti hanno fatto arrabbiare.
Spero vorrai riflettere su queste mie poche righe.
Matteo

Share

Leave a Reply