Un referendum per introdurre nell’ordinamento una norma formalmente costituzionale ma incostituzionale

Un referendum per introdurre nell’ordinamento una norma formalmente costituzionale ma incostituzionale

Alla fine, ci siamo riusciti. Il Parlamento ha licenziato una norma costituzionale, ma incostituzionale. Naturale da parte del quarto Parlamento (2006, 2008, 2013 e 2018) eletto con liste bloccate e multi-candidature e con una legge di sospetta costituzionalità per violazione dell’art. 48 della Costituzione perché il voto non è libero (non si può scegliere disgiuntamente candidato uninominale e lista proporzionale), quindi nemmeno personale e neppure uguale (il voto per le liste coalizzate vale di più che per una lista singola): un privilegio incomprensibile perché le coalizioni non devono più avere un programma comune e un capo politico comune (art. 14 bis dpr n. 361/1957). La fedeltà alla Costituzione non è nel DNA delle forze variamente variegate che ci hanno governato dal 2001 ai giorni nostri, il che è ancora più preoccupante, perché se fosse addebitabile ad una sola parte dello schieramento sarebbe semplice: tenerla lontana dal potere e dalle maggioranze parlamentari e di governo non votandola e non facendola votare.

Invece, tutti d’accordo, destra, sinistra, centro e né di destra-né di sinistra, nell’ approvare leggi, che a differenza del coraggio, che, se uno non ce l’ha, non se lo può dare (come ci ricorda la pusillanime saggezza di Don Abbondio), danno la maggioranza assoluta a chi non ce l’ha. Uno schieramento, che dalle sentenze di annullamento della Consulta di leggi elettorali incostituzionali dal Porcellum (sent. n. 1/2014) all’Italikum (sent. n. 35/2017), ha tratto un solo insegnamento: come aggirarle. Per mantenere il premio di maggioranza inventarono un ballottaggio limitato alle prime due e cedendo su una parzialissima libertà di scelta nelle liste dei candidati con la legge n. 52/2015, mai applicata per le tempestive impugnazioni degli avvocati Antitalikum e per il terrore dei ballottaggi dopo le comunali di Roma e Torino 2016. Per riconfermare liste, graziaddio corte, totalmente bloccate, si è nascosto il premio di maggioranza nella legge n. 165/2017, fallito grazie all’esplosione di consensi nel Meridione e nelle Isole di una lista non coalizzata, quella del M5S, allora non ancora omologato al sistema di potere. Grazie al voto congiunto obbligatorio una sola lista che superi il 30%, purché omogeneamente spalmato sull’intero territorio nazionale, può conquistare la maggioranza assoluta della Camera dei deputati. Al Senato è più complicato grazie alla base regionale, della sua elezione (art. 57.1 Cost.), che sarà presto smantellata da un disegno di legge costituzionale (A.C.2238), anche se per ragioni apprezzabili, se passa il taglio drastico dei parlamentari, per evitare la scomparsa totale di forze politiche da quella Camera e tra queste la sinistra è particolarmente in pericolo: le ultime elezioni regionali del 26 gennaio scorso nell’ex regione rossa per antonomasia l’Emilia-Romagna l’hanno dimostrato, salvata in zona cesarini da Elly Schlein, se si capisse cosa pensa di fare in tema di uso del territorio e di autonomia differenziata.

Per una visione semplificatrice dei problemi e épater le peuple e perché tagliare è più facile, che riformare, la grande riforma istituzionale concepita è stato il taglio drastico dei parlamentari, purtroppo involgarita dal taglio dei costi della politica. Sia chiaro, i 5S non sono stati i primi e gli unici a pensare alla riduzione dei parlamentari, piuttosto che prestare maggiore attenzione alla selezione dei candidati e alle condizioni di svolgimento dei mandati elettivi, questioni più importanti dello stesso sistema elettorale. La qualità e il costo delle scelte legislative sbagliate sono più importanti dell’indennità di funzione. L’ampiezza e la profondità del dibattito dentro e fuori dal Parlamento che precede le decisioni è la maggiore  garanzia di giustezza: nel caso del taglio dei parlamentari improvvisazione e superficialità hanno condizionato l’iter, altrimenti non sarebbe potuto accadere, che si sia creato un’eccezione per il Trentino-Alto Adige/ Südtirol, che viola l’art. 3 della Costituzione e gli artt. 48 e 51 Cost. sull’uguaglianza del voto e delle chances di essere eletti. Il taglio complessivo è matematicamente stabilito nel 36,50% e rispettato alla Camera nel complesso e nelle circoscrizioni regionali ed estere, ma non al Senato, grazie alla furbata di equiparare le Province autonome alle regioni al fine del numero minimo di senatori, ridotto da sette a tre, una riduzione del 42,85%.

Lo scopo è quello di mascherare che la Regione Trentino-Alto Adige (1.029.475 ab.), passa da 7 senatori a 6, con una riduzione  del 14, 28%: un privilegio non giustificato dalla minoranza tedesca della sola provincia di Bolzano, la sola tutelata dagli accordi De Gasperi-Gruber, che rappresenta il 69,41% dei 504.643 abitanti della intera provincia, quindi di circa 350.272 abitanti, inferiore a quello di cittadini parlanti il friulano, lingua tutelata dalla legge n. 482/1999 e dallo Statuto speciale del Friuli-VG (1.218.985 ab.), la cui rappresentanza complessiva in Senato passa da 7 a 4, quindi -42,86%. Altra minoranza linguistica maltrattata è quella sarda, la più numerosa minoranza linguistica tutelata dalla legge n. 482/1999 e da una disposizione di attuazione dello Statuto speciale della Sardegna (1.639.362 ab.) che passa da 8 senatori a 5 (-37,5%), la stessa riduzione di Liguria  e Marche. L’altro tributo pagato al Trentino-Alto Adige è quello della Calabria (1.959.050 ab.) e caratterizzata dalla più forte minoranza albanofona nazionale e da una qualificata minoranza grecanica, che con quella pugliese rappresenta l’eredità culturale e linguistica della civiltà della Magna Grecia, che scende da 10 a 6 senatori (-40%). L’equilibrio costruito a fatica dai Costituenti, per introdurre elementi di rappresentanza territoriale accanto a quella demografica  è stato sconvolto per fare un favore al partito di raccolta della minoranza tedesca sudtirolese (basta con l’ipocrisia alto-atesina!) la SVP e agli alleati leghisti trentini (14 seggi su 35, il 40%). Il M5S doveva anche farsi perdonare di aver introdotto nel Consiglio Provinciale di Bolzano l’ex-grillino Paul KÖLLENSPERGER, con il 15,2% nelle elezioni del 2018 nel monopolio finora incontrastato della SVP: non bastava averlo allontanato, segnalando già nell’anno della grande vittoria del 4 marzo 2018, che nelle elezioni regionali o di provincia autonoma il M5S non compete.

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