Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Nella politica italiana prevale il dicere sul facere”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Nella politica italiana prevale il dicere sul facere”

Pare che l’incertezza di Corbyn rispetto alla Brexit sia stata la causa principale della sconfitta dei laburisti alle elezioni del 12 dicembre scorso. Viceversa, sull’uscita dalla UE, i conservatori hanno invece avuto una posizione molto netta e hanno vinto. È d’accordo con questa lettura?

Sostanzialmente sì. L’esito delle elezioni in Gran Bretagna rappresenta la lunga coda della contestazione all’Europa. D’altra parte, l’Europa così com’è richiede un’opera di manutenzione. Lo hanno capito Macron, la Merkel e anche la nuova presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Si tratta quindi di rimboccarsi le maniche. A mio parere un’occasione importante è costituita dalla proposta di istituire una conferenza sul futuro dell’Europa. Conferenza della durata di due anni, aperta anche alla società civile e tramite la quale ridisegnare il processo di interazione politico-economica della UE intervenendo su vari fronti. Ad esempio, riportando il Vecchio continente sulla strada dello sviluppo, revisionando le politiche sociali, mettere mano alla parte relativa alla concorrenza fiscale e dando grande spazio al Green New Deal. Mi sembra che finalmente a Bruxelles e a Strasburgo si stia iniziando a capire che la gestione attuata fino a oggi ha provocato rancore, disimpegno e critica sia da parte di importanti forze politiche che di nazioni. L’Inghilterra, per esempio, non ha mai visto di buon occhio l’allargamento dell’Unione ai Paesi del Mediterraneo e dell’Est europeo. Non aveva tutti i torti, dobbiamo riconoscerlo. Fino a ieri si è preferito lavorare sulla quantità piuttosto che sulla qualità. E questo alla fine produce reazioni come la Brexit.

Nel Regno Unito il decisionismo di Boris Johnson ha battuto l’atteggiamento dialogante di Jeremy Corbyn. In Italia l’ultimo Rapporto Censis rileva che una parte consistente di cittadini sperano nell’avvento dell’uomo forte al comando. Quali sono le cause di questa involuzione politica? 

L’involuzione politica è data dal fatto che la destra, più della sinistra, ha capito il mutamento del sistema della comunicazione. Mi spiego. Mentre fino a qualche anno fa c’era un forte senso di appartenenza tra gli elettori dei diversi schieramenti, esistevano robusti corpi intermedi e i partiti di massa erano capillarmente presenti sul territorio oggi non è più così. Oggi funziona il rapporto individuale. La capacità di Johnson come di Salvini è quella di parlare alle singole persone dando risposte alle loro preoccupazioni del momento. Gli operai inglesi sono stati sfavoriti dalla UE ed ecco che senza tanti giri di parole il leader conservatore cavalca l’uscita dall’Europa. In Italia i leghisti adottano all’incirca la stessa strategia e Salvini si candida come l’uomo forte che non si perde in troppe discussioni. Questo processo suggerisce che le proposte di tipo collettivo, secondo i vecchi modelli della sinistra, non sono più competitive. A quello che teoricamente doveva essere il suo elettorato di riferimento, Corbyn ha presentato un programma fortemente orientato a sinistra e l’idea di un secondo referendum sulla Brexit. Non si è reso conto che gli operai inglesi temono più l’Europa del partito conservatore. In poche parole, in questo momento vincono i governi forti. Ciò non toglie che non portino a cocenti delusioni.

Cosa dovrebbe fare la sinistra italiana per arginare la richiesta dell’uomo forte?

La mia convinzione è che tale richiesta non sia una fatalità. È anche il risultato di un indebolimento progressivo del ruolo dello Stato. Basti pensare alle partecipazioni statali. Un immenso patrimonio è stato svenduto con risultati disastrosi sul piano economico, occupazionale e sociale. Ora bisogna reagire, anzi, agire. Innanzitutto smettendola con la politica del piccolo cabotaggio che viene praticata oggi. Guardi la legge di stabilità: non è risolutiva, si basa su molti rinvii e addirittura sono state reintrodotte le clausole di salvaguardia. Le quali, come è noto, graveranno sull‘IVA e sulle accise. Siccome i conti non quadrano è tutto rimandato a giugno e a ottobre. Ma rimandare significa accumulare problemi. Insomma siamo dinanzi a una delle leggi più transitorie che siano mai state fatte, sembra concepita da un governo balneare.

La soluzione a questa mancanza di strategia non è certo quella del leader solo al comando e ovviamente bisogna opporsi a questa deriva. Come? Innanzitutto ricostituendo una rete che permetta maggiori forme di rappresentanza. L’Europa mi sembra si stia incamminando su questa strada per affrontare la sfida del cambiamento, della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia. Mentre da noi siamo in una situazione in cui prevale il dicere sul facere. La sinistra e le forze intermedie sembrano aver dimenticato l’importanza di avanzare proposte chiare. Ci troviamo in una fase nella quale chi governa ha liste di clientes. I quali, come nell’epoca romana, chiedono per sé e basta. Dobbiamo passare a una politica che abbia la capacità, la fantasia, la volontà di progettare un modello sociale. Perciò occorre avviare una fase nella quale ci si confronta e si propongono piani finalizzati a rafforzare le forze intermedie intese come corpi collettivi. La via d’uscita è questa.

 

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