Milano. 50 anni fa la strage di Piazza Fontana. Quando l’Italia democratica e antifascista seppe dire: “non siete passati, non passerete”

Milano. 50 anni fa la strage di Piazza Fontana. Quando l’Italia democratica e antifascista seppe dire: “non siete passati, non passerete”

Paolo Dendena è figlio di Pietro, una delle 17 vittime della strage del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano. Quello che mi racconta è incredibile, ma è accaduto: “Nel 2005 la Corte di Cassazione indica Franco Freda e Giovanni Ventura quali responsabili della strage; in precedenza però erano stati assolti con sentenza definitiva, e la legge italiana dice che una persona non può essere processata per lo stesso reato, una volta che viene assolto definitivamente. Così a noi parti civili venne perfino chiesto di pagare le spese processuali…”. E avete dovuto pagare quanto? “Alla fine niente, perché il Governo si rese conto che non era il caso…”.

Roberto Gargamelli, anarchico, assieme a Pietro Valpreda, Roberto Mander, Emilio Borghese, viene arrestato nelle ore successive alla strage; è accusato di averla organizzata e attuata. Lunghissima carcerazione, infine riconosciuto, come gli altri anarchici, innocente. Gli chiedo: quando finalmente è stato scagionato, qualcuno le ha chiesto scusa? “No, mai. Da cinquant’anni aspetto che qualcuno si scusi…L’unica cosa che ho ricevuto, nel corso degli anni, è il costo del carcere…”. Prego? “Il conto del carcere… Il conto che si paga. La carcerazione preventiva si paga… è a pagamento”. Lei ricorda la cifra? “Certo, 220 mila lire…”. E’ stato tre anni in carcere… La butta sul ridere: “E’ anche u buon prezzo… Al centro di Roma, quei prezzi lì… attualmente si paga di più… Questa è stata la risposta dello Stato, dopo circa vent’anni”.

Antonio Maria Mira è un bravo, meticoloso, attento giornalista di “Avvenire”. Sul suo giornale ricorda di quando va a intervistare il commissario Pasquale Iuliano. Ora cercate di immaginarlo, Iuliano: un poliziotto vecchio stile, bonario e caparbio, molto intuito e suola di scarpe, un Maigret all’italiana. “Certo che voglio parlare. E molto volentieri. Sa, in ventisette anni nessuno è mai venuto a cercarmi. Lei è il primo giornalista che mi chiede un’intervista. Sono stato dimenticato da tutti. In primo luogo dai miei superiori”, dice a Mira. Chi è Juliano? Tocca fare un salto di cinquant’anni. Nel 1969 Juliano è commissario di polizia a Padova. Col suo fiuto degno di un cane da trifola, capisce che Freda, Ventura, gli altri neo-fascisti di Ordine nuovo sono pericolosi, non solo nostalgici che si esibiscono in sgradevoli ma innocui saluti romani. Redige un memoriale, lo invia alla procura. Avverte che sono “imminenti degli attentati”. A Mira racconta: “Avevo raccolto molte prove, trovato depositi d’armi. Mi sarebbero bastati altri venti giorni e avrei chiuso l’indagine incastrando Freda e Ventura e mandandoli in galera. Ma quei venti giorni non li ho avuti”. Mira coglie tutta l’amarezza del vecchio poliziotto. Avrebbe potuto evitare i morti di piazza Fontana? “Non lo so. Magari il progetto l’avrebbe portato avanti qualcun altro. O magari no. Ma mi pare evidente che stavo andando nella direzione giusta. E questo non andava bene”. Juliano viene bloccato. Addirittura è lui a finire sotto inchiesta, sospeso dalla funzione e dallo stipendio, accusato di aver ‘perseguitato’ i neri, di aver costruito prove false contro di loro. Lo trasferiscono a Ruvo di Puglia, in pratica a non fare nulla. Dieci anni di processi e arriva l’assoluzione. Troppo tardi. Nel 1980 si dimette dalla Polizia, torna nella sua città, Matera, apparentemente dimenticato da tutti. Ma non da quelli che nel 1969 stava per bloccare. “Ancora oggi”, racconta a Mira, “ricevo telefonate anonime con minacce e insulti”. Questa è la storia di un poliziotto onesto, capace, che fa il suo dovere; e lo fa bene: “Avevo già intuito che dietro Freda e Ventura ci doveva essere qualcun altro. Lo capii dalle protezioni che scattarono in loro difesa. Anche politiche. Italiane e straniere.  E io non avevo pentiti. Magari li avessi avuti. Avevo solo dei confidenti, ma a questi allora si credeva poco”. Amaramente Mira annota: il 15 aprile 1998, muore ad appena 66 anni. Nessuno gli ha mai detto “Juliano, ci scusi, lei aveva ragione”. Ecco. Si dice che la coda del diavolo si nasconde nel “particolare”. Per quel che riguarda la strage di piazza Fontana, di code diaboliche ne troviamo in quantità; e quelle citate sono, infine, davvero “inezie” (non lo sono, ovviamente), rispetto al castello incredibile e ignobile che si è voluto pervicacemente costruire e difendere. Un castello fatto di falsità, menzogne, depistaggi, fattiva complicità di apparati infedeli dello Stato; un castello che gronda dolore, sangue, morte.

A beneficio di chi ha avuto la fortuna di non vivere quei terribili giorni, quella stagione. Il 12 dicembre 1969 a Milano è una brutta giornata, buia, cupa, fredda. La città è avvolta in quella nebbia che oggi sembra non esserci più. Piazza Fontana è, letteralmente, a due passi da piazza Duomo. C’è già aria di Natale; quel pomeriggio gli uffici della Banca Nazionale dell’Agricoltura sono aperti. In quel brutto palazzone scuro si danno appuntamento, da sempre, agricoltori e mediatori, venditori e compratori di bestiame. Affari e scambi di auguri attorno a un enorme tavolo, sotto il quale un farabutto abbandona una borsa piena di esplosivo. Il timer è programmato per le 16.37: l’ora dell’Apocalisse. L’esplosione si sente a chilometri di distanza. L’aria si riempie di fumo, brucia i polmoni, blocca il respiro. Ovunque grida, lamenti. I soccorritori, quando arrivano, vengono presi da conati di vomito, di fronte alle scene che si presentano ai loro occhi. Il salone è un enorme mattatoio: morti, feriti, sangue ovunque; corpi dilaniati, irriconoscibili; per dar loro un nome, le scarpe regalate qualche settimana prima; i brandelli di un principe di Galles, il vestito della “festa”, indossato per l’occasione. Diciassette, le vittime; un’ottantina, i feriti.

Quel giorno l’Italia prende atto di una realtà amara, tragica: esiste uno Stato nello Stato che lavora contro lo Stato. Le indagini si indirizzano subito sugli anarchici, gli estremisti di sinistra. Invece sono stati i fascisti della cellula di Ordine Nuovo del Triveneto. Mascalzoni legati a Franco Freda e Giovanni Ventura. Ma loro sono un anello intermedio. C’è qualcuno molto più alto, che organizza, gestisce, nasconde, trama. Quel “qualcuno” si trova nelle stanze degli Uffici degli Affari Riservati del Ministero dell’Interno. L’organismo guidato dal potentissimo Umberto Federico D’Amato. Naturalmente c’è “qualcuno” che è sopra di lui. Chiamiamola “entità”. Un qualcosa letteralmente e tecnicamente “irresponsabile”, nel senso che non è sottoposto ad alcun controllo istituzionale democratico; una “entità” che va oltre le leggi, oltre i confini. Una “entità” che opera per stabilizzare destabilizzando. Come ben riassume Leonardo Sciascia: “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”. E’ qui la chiave di tutto. Sempre. Già Tacito, nei suoi “Annali” parla di “arcana imperii”, gli indicibili segreti del potere che governano stati e popoli. Un qualcosa che risale a Yalta, quando i tre potenti del mondo, Churchill, Roosevelt e Stalin, a guerra mondiale in corso, già si spartiscono le zone di influenza: equilibri che non devono essere pregiudicati in alcun modo. L’Italia, paese di confine, fa parte di questo “equilibrio”. Si spiega così, per esempio, perché a un certo punto viene eliminato il capo dell’ENI Enrico Mattei, che con la sua politica spregiudicata di indipendenza energetica, pesta troppi piedi. Si spiega piazza Fontana e le successive stragi: bisogna frenare il fermento e la richiesta di rinnovamento che sale dai luoghi di lavoro e dalle università nel 1968 e nel 1969; e anche dopo: se si guarda con questa ottica si trova una chiave di lettura per tanti successivi episodi: dal caso Moro al misterioso incidente che capita a Enrico Berlinguer in Bulgaria, e l’attentato a piazza San Pietro a Karol Wojtyla…

Non è vocazione dietrologica, e neppure si vuole accreditare una gigantesca Spectre che tutto controlla e condiziona. Le cose sono molto più semplici, anche se complesse. Alla fine, si tratta, come quasi sempre, di “affari”; e di potere: che si vuole conservare. Che altri vogliono conquistare. Per tornare a piazza Fontana, a quel passato che non passa, perché ancora mancano anelli, e non s’è fatta completa chiarezza. Segna l’inizio di una guerra sommersa che si combatte in tempo di pace per bloccare ogni processo riformatore, per cristallizzare equilibri esistenti. Per questo si garantisce l’impunità dei colpevoli di questa e delle successive stragi. Una verità sottratta. Una verità negata. La “logica” stragista si comprende se si tiene presente che c’è un movimento operaio forte, agguerrito; un sindacato determinato; nelle università un movimento studentesco ricco di fermenti. C’è un’Italia a due facce: boom economico, ma anche semi-arcaica; i governi centristi a guida democristiana degli anni Cinquanta cedono il passo a coalizioni di centro-sinistra: il Partito Socialista pur con mille contraddizioni, impone un ciclo riformatore. Per bloccare, frenare questo processo, c’è chi, nel silenzio, nell’ombra, trema, trama. Prima di Piazza Fontana, tra il 15 aprile e il 12 dicembre si contano ben 22 attentati terroristici. Si dà la colpa agli anarchici. Ma non sono loro a mettere le bombe. Sono i neo-fascisti di Ordine Nuovo; soprattutto le cellule concentrate nel Triveneto. Quelle che fanno capo a Franco Freda e a Giovanni Ventura.

Ma quelli sono i “manovali” degli attentati, della strage. Come s’è detto, alle spalle e sopra la cellula ordinovista, un apparato statale organizzato, e un livello “politico” sullo sfondo, sfocato. Un livello che depista, crea colpevoli, protegge i colpevoli, li aiuta a fuggire all’estero: nella Spagna di Franco, nei paesi del Sud America oppressi dai vari regimi dittatoriali… Fin da subito. Ricordate la bomba che a Milano non è esplosa solo per un difetto del cavetto che collegava l’innesco? Se fosse esplosa alla Banca Commerciale di piazza della Scala i morti sarebbero stati centinaia. Gli artificieri vogliono metterla in sicurezza: per esaminarla con comodo, e ricavarne preziosi elementi per l’indagine. Niente da fare: dalla procura della Repubblica arriva l’ordine incredibile: far esplodere la bomba. Così vanno, letteralmente, in fumo le tracce che avrebbero potuto condurre subito ai veri attentatori. Fin da subito si sarebbe potuto trovare il negozio padovano dove Freda ha acquistato le borse dove sono state celate le bombe; fin da subito si sarebbe potuta individuare la provenienza dei timer ricavati da alcune lavatrici, acquistati da Ventura… Fin da subito si sarebbe potuto dar credito a quel commissario vecchio stile, Pasquale Juliano…

Bisogna aspettare un insegnante, Guido Lorenzon, che racconta a due magistrati di Treviso, Giancarlo Stiz e Pietro Calogero, di aver avuto le confidenze di Ventura, suo amico: si è vantato di sapere cose gravi su piazza Fontana… L’Ufficio Affari Riservati invece punta sugli anarchici, ancora una volta; quelli del circolo del Ponte della Ghisolfa a Milano. In particolare, ci si accanisce su un ballerino precario sia di salute che finanziariamente, Pietro Valpreda. Possibile che lui e i suoi non meno maldestri compagni, abbiano saputo congegnare un simile piano? Non ci crede neppure un giornalista che certamente non è sospettabile di simpatie per l’estrema sinistra, Indro Montanelli: interpellato da Sergio Zavoli per un “TV7” che va in onda qualche giorno dopo la strage, lo dice chiaro e tondo che non ci crede alla pista anarchica, non li ritiene capaci di una cosa così “raffinata”. Eppure è quello che si accredita. E per dare forza a questa tesi, si tenta il salto di qualità: Giuseppe Pinelli. E’ un ferroviere anarchico, ha fatto la resistenza, nel movimento è conosciuto e stimato; vive modestamente in un bilocale con la moglie e le figlie. Un idealista che non farebbe male a una mosca. Pensate: si reca in questura con il suo motorino, ignaro del destino che lo aspetta. Del resto lui il commissario Luigi Calabresi che guida la squadra politica milanese, lo conosce bene: a Natale si sono scambiati dei libri in dono, le poesie di “Spoon River” di Edgar Lee Masters. Entra in Questura sulle sue gambe; ne esce tre giorni dopo, “volando” dal quarto piano, dopo interminabili e serrati interrogatori. Cosa sia successo in quelle ore non lo sa bene nessuno. Quando “vola” dalla finestra nella stanza ufficialmente ci sono quattro agenti dell’Ufficio Politico: Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli, Vito Panessa; e un carabiniere: Savino Lograno. Non c’è però Calabresi. Ci sono, però, questo si legge negli ultimi documenti trovati, un numero imprecisato di funzionari dell’ufficio affari riservati venuti da Roma. Nessuno li ha mai interrogati; nessuno di loro ha mai parlato. Un lungo omissis che dura tuttora.

Pinelli: è detenuto illegalmente; il tempo regolarmente del fermo è abbondantemente scaduto. Il magistrato non ha convalidato alcun provvedimento. Nella prima versione invece si dice il contrario. Quando questa versione viene smentita, nessuno viene incriminato per la falsa testimonianza. L’inchiesta sulla morte di Pinelli si conclude con una verità che lascia quantomeno perplessi: precipitato dalla finestra “per malore attivo”. Pinelli era alto circa un metro e sessanta; la balaustra novanta centimetri. Davvero un curioso malore… Inizia un altro tipo di depistaggio. Il reato più grave, la strage alla Banca, si consuma a Milano. Però il processo si attribuisce a Roma. A Roma si conducono le prime indagini, poi ci si rende conto che la cosa non può reggere. Tutto torna a Milano. Ma il procuratore capo (lo stesso che ha ordinato la distruzione della bomba inesplosa), ritiene che Milano sia una “piazza” troppo pericolosa, che possano nascere tensioni, turbative; ecco l’idea: spostare il processo all’altro capo d’Italia, Catanzaro. Nell’Italia di allora, per arrivare da Milano a Catanzaro occorrevano diciotto lunghe ore di treno… Sempre a Catanzaro confluisce il ramo dell’inchiesta veneta contro i neofascisti che i magistrati di Treviso doverosamente hanno riversato a Milano.

A Catanzaro dunque si celebra un processo uno e trino: contro gli anarchici, innocenti; contro i neo-fascisti, che appaiono sempre più inchiodati alle loro responsabilità; e nei confronti di alcuni alti dirigenti dei servizi che li hanno aiutati: i generali Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna. Nonostante le premesse, è un processo condotto in modo esemplare; alla fine gli anarchici sono dichiarati innocenti; i neofascisti e gli ufficiali dei servizi condannati. Scatta l’appello. Per una bizzarria, non ci celebra a Catanzaro, ma a Bari, dove una strana giuria assolve tutti. La Cassazione conferma. Nessun colpevole. Sempre anni dopo la Cassazione nell’ambito di un successivo procedimento, riconosce che i neo-fascisti sono colpevoli, ma in virtù della legge che non consente di essere processati per lo stesso reati se si è stati assolti precedentemente in fase definitiva, non si può far nulla se non prendere atto che storicamente le stragi sono attribuibili all’estrema destra e a settori infedeli dello Stato; ma giudiziariamente non si può far nulla. Nulla fino a quando un giudice milanese ostinato, Guido Salvini, vincendo le resistenze del suo stesso ufficio, non riesce a individuare un altro pezzo di verità.

A questo punto la scena torna a piazza Fontana: quel pomeriggio un gruppo di uomini, silenziosi, anonimi, cammina lentamente dirigendosi verso la banca. Apparentemente si ignorano, in realtà non si perdono di vista un attimo. Davanti la banca da tempo è parcheggiato un furgone, targato Roma. Uno degli uomini allunga il braccio per un momento, ecco: ha in mano una borsa; un altro lo sorveglia attentamente, gli copre le spalle. Gli altri ostentano indifferenza. L’uomo con la borsa entra; chi ha il compito di proteggerlo, lo segue. Gli altri restano fuori, due fumano una sigaretta. Qualche minuto, e i due escono. Alla spicciolata il gruppo si disperde. Anche il furgone ingrana la marcia, si allontana. Infine, l’esplosione. Il quadro ora è definito, anche se nessuno ha materialmente pagato: il responsabile degli Affari Riservati è morto nel suo letto. Il generale Gianadelio Maletti, capo dei servizi che hanno protetto i neo-fascisti, centenario e impunito, vive in Sud Africa. L’altro capo dei servizi, Vito Miceli, dopo essere stato eletto parlamentare del MSI, anche lui è morto. Freda e Ventura, non possono più essere processati. Forse il giudice Salvini è riuscito a individuare chi ha collocato materialmente la bomba, nell’ambiente lo chiamavano “Il paracadutista”. E’ morto anche lui. L’unico che al momento della morte di Pinelli non era presente, il commissario Luigi Calabresi, dopo una feroce campagna di stampa che lo individuava come il “commissario finestra”, è stato ucciso nel 1972, mentre si recava al lavoro. Dopo anni, un ex militante di “Lotta Continua”, Leonardo Marino, si è autoaccusato del delitto, e chiamato in causa Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri. Il primo anche lui avrebbe ucciso; gli altri due, mandanti del delitto. Dopo un lunghissimo, controverso iter giudiziario, sono stati condannati in sede definitiva. Sofri ha sempre respinto le accuse, al punto di scontare la pena, e di rifiutarsi di chiedere, come avrebbe potuto, la grazia: sarebbe stata un’implicita ammissione di colpa. Si tratta, in ogni caso, di un’altra storia, che lambisce piazza Fontana.

Quando si pensa alla strage di piazza Fontana, ecco le immagini di quel grande funerale nella piazza del Duomo. E il silenzio di quel mattino. Ancora non è in vigore l’oscena pratica dell’applauso, l’uso volgare del selfie. Erano almeno trecentomila persone assiepate, volti tesi, preoccupati, composti, qualcuno il viso rigato dalle lacrime. La Milano medaglia d’oro della Resistenza, democratica e civile, capace di reagire in modo esemplare. La presenza di quel popolo dice: “Non siete passati, non passerete neppure ora”. Non sono passati.

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