Alfonso Gianni. Il declino industriale, la necessità dello Stato imprenditore e della risposta sindacale

Alfonso Gianni. Il declino industriale, la necessità dello Stato imprenditore e della risposta sindacale

Due settimane fa, su queste colonne, avevo descritto per sommi capi le fasi e le modalità attraverso cui è passato il lungo declino industriale italiano da oltre trent’anni a questa parte. Qualcuno ha obiettato che si era inclini ad un eccessivo pessimismo. Che zone di resilienza permanevano nel nostro sistema industriale, come  i “muretti a secco” di cui ci ha parlato l’ultimo rapporto Censis.  Purtroppo i dati Istat, aggiornati ad ottobre, non fanno che confermare quella lunga tendenza ed anzi a evidenziarne una pericolosa accelerazione. Riassuntivamente gli indici si fermano a -0,3% sul mese di settembre e a un -2,4% sul 2018. Complessivamente se partiamo dall’inizio della grande crisi, si registra un -22% rispetto all’agosto del 2007. Tra un quinto e un quarto di produzione industriale si è liquefatta, malgrado che un’ingannevole piccola ripresa avesse fatto sperare gli ottimisti. Ma dal dicembre 2017 si scende sempre più in basso e più velocemente: -5.3%. L’occupazione ovviamente ne soffre. Quando sale lo fa solo grazie al part-time involontario e al dilagare del precariato, con il loro corredo di lavoretti e di salari da fame. E’ ovvio quindi che la produttività italiana è agli ultimi posti nella classifica Ue. Non c’è decreto Poletti o Jobs act che tengano, se non nel senso di contribuire al peggioramento della situazione.

Le grandi imprese a suo tempo privatizzate sono in crisi e a rischio di dismissione. Emblematico, ma non unico, il caso dell’ex Ilva di Taranto, ove il contrasto tra due diritti costituzionali quali il lavoro e la salute imporrebbe allo Stato di tornare a fare l’imprenditore, visto il disastro di affidarsi a privati che, indipendentemente, dalla loro nazionalità di provenienza, hanno a cuore solo profitti da realizzarsi nel tempo più breve e sono succubi dei capricci del mercato.

Le piccole imprese, un tempo vanto del nostro paese, tranne eccezioni sempre più rare non reggono il confronto del mercato mondiale o seguono la sorte negativa delle grandi, comprese quelle estere, cui sono legate nella catena della produzione e della formazione del valore. L’euro c’entra ben poco, poiché come si è già visto agli inizi degli anni novanta, le svalutazioni competitive non capovolgono la situazione. Pesa invece, e in modo determinante, il mancato salto tecnologico degli anni di  fine secolo.

“I dati Istat sono incredibili – afferma Andrea Garnero, economista dell’Ocse – eppure non conquistano l’agenda della politica”. Infatti nella legge di bilancio attualmente in discussione in Parlamento non vi è traccia di una vera politica industriale che non sia il ripetersi di sgravi e la retorica attorno al progetto di Industria 4.0, un progetto nato in Germania nel 2011, che avrebbe dovuto mantenere quel paese in una posizione di eccellenza in campo mondiale grazie al primato tecnologico ridando fiato al sistema partecipativo-corporativo esistente in quel paese, ma non nel nostro. Ma la Germania è di fatto in recessione e questo si ripercuote in modo moltiplicato sulle macroregioni industriali legate al suo sistema produttivo, come è evidente nell’automotive e non solo. “Il problema è strutturale, il Paese è arrivato alla crisi del 2007 già in ritardo di crescita” dice Francesco Saraceno, ora economista alla Luiss e a Science Po a Parigi, nipote del famoso Pasquale Saraceno che tanta parte ebbe nella storia della rinascita economica del nostro paese nel periodo postbellico. E aggiunge che l’Italia si è fermata “proprio quando era necessario cambiare direzione al Paese, uscire dal modello vincente degli anni ’50 e ’60, costruirne un altro, agganciare le autostrade digitali”.

Il carattere strutturale della crisi è evidenziato anche dalla sorte delle regioni più industrializzate e più interagenti con l’economia europea, come il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna. Le ultime tre, come è noto e non a caso sono protagoniste di intese con il governo per ottenere quella autonomia differenziata che avrebbe come esito quello di separare la “parte ricca” dal rimanente del paese, per collegarla alle zone forti dell’Europa secondo una logica macroregionale. Ma la realtà dipinge un altro quadro. A preoccupare la Lombardia sono soprattutto quei settori che segnano dall’inizio dell’anno variazioni in senso negativo, ovvero abbigliamento (-2,2%), tessile (-1,4%), mezzi di trasporto (-1,1%), non compensati dai leggeri aumenti in altre branche  produttive. Anche in distretti legati al made in Italy, del bresciano, del varesino, del bergamasco, della Brianza sono in evidente sofferenza. Provincie come Brescia, secondo cluster dell’automotive, risentono fortemente della crisi europea e internazionale del settore. In Piemonte la produzione industriale è in calo da cinque mesi in modo continuativo. Ed è la regione che più sta pagando per la crisi tedesca.Infatti sul fronte delle esportazioni il Piemonte è addirittura in controtendenza rispetto all’Italia nel suo complesso, segnando il 2,5% in meno rispetto al 2018. In Emilia la cosa più preoccupante è il rallentamento proprio dei settori tecnologici di dell’eccellenza meccanica e meccatronica. L’esportazione di macchine è arretrata del 2,4% e l’elettronica del 2,2%. Il mitico nord est non se la passa meglio. Bankitalia ci racconta che “l’indicatore che misura la dinamica di fondo dell’economia veneta, si è mantenuto positivo, portandosi tuttavia sui valori minimi  degli ultimi quattro anni.” Insomma la situazione è più che grave e gli stessi imprenditori sono assai scontenti della politica degli ultimi governi, compreso ovviamente quello attuale. Carlo Bonomi presidente dell’Assolombarda riassume così la situazione:  “Siamo tornati a crescita zero e le frenate di Pil ed export si sono purtroppo estese a tutta la fascia del Nord manifatturiero. Se per la domanda estera scontiamo l’effetto della guerra sui dazi, i motivi che ci hanno portato a essere gli ultimi per crescita in Europa sono dovuti all’assenza di una politica industriale del Paese”.

I sindacati si sono mobilitati in modo unitario, come nella manifestazione del 10 dicembre in Piazza Santi Apostoli a Roma, dove hanno preso la parola, oltre ai segretari di Cgil, Cisl e Uil, lavoratrici e lavoratori delle principali aziende in crisi. Significa che l’unità sindacale è stata ritrovata? Sarebbe un eccesso di ottimismo affermarlo. Come è stato rilevato a un anno di distanza dalla manifestazione unitaria di Piazza San Giovanni, certamente riuscita quanto a presenza di popolo, sulla è sortito dal punto di vista delle decisioni su una politica industriale. Nello stesso tempo proprio l’altro giorno era evidente la distanza fra una segretaria nazionale della Cisl che rimproverava il Conte due di non avere messo in atto il decreto sblocca cantieri del Conte uno, che la Cgil aveva giustamente nominato “sblocca porcate”. In altre parole quando si entra nel merito si vede che distanza fra le centrali sindacali sono ancora troppo ampie.

Nello stesso tempo Maurizio Landini ha lanciato l’idea di una grande alleanza per il lavoro, con Confindustria e governo per frenare la desertificazione industriale.  Il premier Conte si è subito dimostrato disponibile. Ma, vista l’attuale legge di bilancio, quella del Presidente del Consiglio pare più una mossa tattica che di sostanza. Il problema di fondo è infatti quello di affidare allo Stato un ruolo di imprenditore e non di croce rossa e farlo in modo innovativo rispetto al passato. Una sfida alta, ma proprio per questo irta di pericoli. Sarebbe un fallimento e una nuova terribile delusione se questa venisse declinata come la riedizione di pratiche concertative che nel passato non hanno certo lasciato buon ricordo di sé. Per evitarlo bisogna fare pesare il conflitto del mondo del lavoro e nella società, in tutte le sue forme e articolazioni, praticando quella coalizione sociale che la Fiom aveva lanciato tempo addietro, ma di cui poi non si sono viste tracce concrete.

Eppure le recenti lotte di settori precari, come quelli dipendenti dal capitalismo delle piattaforme, gli scioperi mondiali femministe, lo stesso sussulto democratico rappresentato dalle “sardine”, mostrano che la strada per una coalizione a livello sociale che abbia la dimensione e la forza per cambiare le cose, non è sbarrata. Anzi spiragli si sono aperti e andrebbero percorsi in fretta per allargarli prima che si richiudano e per (ri)costruire una politica baricentrata sul sociale e non prigioniera delle alchimie di palazzo. Tanto più che non è solo contro la desertificazione industriale che bisognerebbe muoversi, ma per una conversione ecologica dell’economia che leghi assieme i temi del lavoro, dell’ambiente e della salute.

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