Svimez. Presentato a Roma il Rapporto 2019, “Il Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle diseguaglianze”

Svimez. Presentato a Roma il Rapporto 2019, “Il Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle diseguaglianze”

I nuovi temi dell’antica questione meridionale impongono un cambio di prospettiva nell’analisi della stagnazione italiana. Nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anziché valorizzare le sue interdipendenze con il Centro-Nord. Il progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negative per l’intero Paese. I dati rivelano: il pronunciato processo di convergenza sperimentato dall’Europa dell’Est, l’allontanamento dei paesi dell’Europa del Sud, Italia inclusa, dai livelli medi di tenore di vita europei; la crescita tendenziale del reddito pro capite nell’Europa del Nord. E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez sull’Economia e la Società del Mezzogiorno, dal titolo “Il Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle diseguaglianze”, presentato alla Camera alla presenza del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Dal rapporto emerge che il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa, alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per PIL molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dalle asimmetrie nei regimi fiscali, nel costo del lavoro, e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività. La stagnazione è aggravata da dinamiche demografiche avverse che riguardano tutto il Paese e segnatamente il Mezzogiorno.

Le dinamiche demografiche avverse attraversano tutto il Paese ma si manifestano in maniera più drammatica nel Mezzogiorno

Se non si invertirà la rotta in maniera netta, entro il 2065 la popolazione in età da lavoro diminuirà del 15% nel Centro-Nord (-3,9 milioni) e del 40% nel Mezzogiorno (-5,2 milioni di persone). Uno scenario “insostenibile” fotografato dal rapporto Svimez 2019. “Entro i prossimi 50 anni il Paese si troverà con una popolazione molto più piccola e decisamente invecchiata, in particolare il Mezzogiorno è destinato a un lento e pesante declino demografico”. Un declino demografico che aggrava la stagnazione e riguarda “tutto il Paese e segnatamente il Mezzogiorno”. Secondo il Rapporto Svimez 2019, “per effetto della rottura dell’equilibrio demografico – bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione – il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso”. Il Mezzogiorno continua a perdere giovani fino a 14 anni (-1.046 mila) e popolazione attiva in età da lavoro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo delle nascite e la continua perdita migratoria. Sono alcuni dei dati registrati dal Rapporto SVIMEZ, presentato oggi alla Camera. La nuova migrazione riguarda molti laureati, e più in generale giovani, con elevati livelli di istruzione, molti dei quali non tornano più. Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati. Un’alternativa all’ emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone (10,3% del totale). Di questi 57 mila si muovono sempre all’interno del Sud, mentre 179 mila vanno verso il Centro-Nord e l’estero.

Il Prodotto interno lordo del 2018 al Sud è cresciuto di +0,6 per cento, rispetto a +1 per cento del 2017

Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2 per cento), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0,7 per cento, recuperando e superando i livelli pre-crisi, sottolinea la Svimez in occasione della presentazione del Rapporto 2019. “Debole il contributo dei consumi privati delle famiglie con quelli alimentari che calano del -0,5 per cento”, spiega l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, “in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione. Ma soprattutto la spesa per consumi finali della Pubblica amministrazione ha segnato -0,6 per cento nel 2018. Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1 per cento nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5 per cento del Centro-Nord). In particolare, crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3 per cento), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1 per cento contro +4,8 per cento del Centro-Nord). Alla ripresa degli investimenti privati fa da contraltare il crollo degli investimenti pubblici: nel 2018 – stima la Svimez – la spesa in conto capitale è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord e’ salita da 22,2 a 24,3 miliardi”.

L’impatto del Reddito di cittadinanza sul mercato è nullo

Il reddito di cittadinanza è utile “ma la povertà non si combatte solo con un contributo monetario, occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza. Peraltro l’impatto del RdC sul mercato del lavoro è nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro”.

Nel Rapporto si ricorda che da “diversi anni la Svimez ha proposto l’introduzione anche nel nostro Paese di una politica universale di contrasto al disagio e all’esclusione sociale, per questo va accolta con favore la scelta del Primo Governo Conte di porre al centro della manovra di bilancio 2019 una misura di contrasto alla povertà, il Reddito di Cittadinanza”. Anche se la Svimez sottolinea “che la povertà non si combatte solo con un contributo monetario e che identificare la misura come una politica per il Mezzogiorno è scorretto perché si basa sulla dannosa semplificazione che vorrebbe dividere il Paese nei due blocchi contrapposti e indipendenti di un Nord-produttivo e un Sud-assistito. Il Reddito di cittadinanza, si sostiene, “è una misura ‘nazionale’ di contrasto alla povertà, le politiche per il Mezzogiorno, soprattutto dopo la crisi, dovrebbero passare attraverso una ridefinizione delle politiche di welfare e sul tema dei ‘diritti di cittadinanza’”.

L’Italia punti su bioeconomia e investa sul Green New Deal

E’ l’invito contenuto nel Rapporto SVIMEZ 2019 presentato alla Camera. “La bioeconomia – si legge – rappresenta il 10,1% in termini di produzione e il 7,7% in termini di occupati sul totale dell’economia. La bioeconomia meridionale si può valutare tra i 50 e i 60 miliardi di euro, equivalenti a un peso tra il 15% e il 18% di quello nazionale. Nel Mezzogiorno è significativa la crescita delle fonti energetiche rinnovabili. Il Rapporto sottolinea che tra i vari settori dell’economia circolare presenti al Sud, particolare rilievo assume la chimica verde. Dal Mezzogiorno parte una forte domanda di brevetti nel settore della bioeconomia. Le imprese del biotech sono cresciute moltissimo nelle aree meridionali, +61,1%, rispetto a +34,5% su scala nazionale”.

Il commento di Gianna Fracassi, vicesegretaria generale Cgil: “contrastare divari territoriali e le disuguaglianze”

“Nuova battuta d’arresto dell’economia meridionale in un quadro di stagnazione nazionale. Le preoccupanti spaccature socio-economiche tra Nord e Sud, ma anche tra aree interne e resto del Paese vanno saldate attraverso il rilancio degli investimenti pubblici affrontando le sfide della transizione ecologica e dell’innovazione digitale” scrive in una nota la vicesegretaria generale della Cgil Gianna Fracassi. In particolare la dirigente sindacale evidenzia alcuni nodi contenuti nel rapporto: “si diffonde il lavoro povero, soprattutto tra giovani e donne, diminuiscono i servizi, peggiorano i dati sull’abbandono scolastico, mentre il fenomeno delle migrazioni sanitarie è costante. Ciò rende chiaro- spiega- come sia prioritario garantire i livelli essenziali delle prestazioni, invece di continuare a parlare di regionalismo differenziato. Permane poi un divario infrastrutturale e dei servizi di mobilità, una limitazione del diritto per i cittadini meridionali a muoversi, e un grande freno allo sviluppo dei territori. Il rilancio infrastrutturale e in generale degli investimenti può realizzarsi- sottolinea Fracassi- solo attraverso un intervento deciso e urgente sulla capacità amministrativa della PA e sulla governance delle politiche pubbliche impoverite di personale e competenze da dieci anni di blocco del turnover, soprattutto al Sud. Per questo occorre un piano straordinario di assunzioni qualificate accompagnato da investimenti maggiori sulla formazione”. Inoltre, prosegue la vicesegretaria generale della Cgil, “il nostro Paese non ha una vera politica industriale, come dimostra il moltiplicarsi delle crisi, mentre la frammentazione dei soggetti e degli strumenti genera spesso sovrapposizioni e inefficacia. Chiediamo che venga istituita un’Agenzia per lo Sviluppo, un nuovo soggetto unico che governi le politiche di sviluppo industriale e coordini gli altri attori. L’unica prospettiva reale di crescita per il Mezzogiorno e l’Italia intera è tornare ad investire. Per farlo l’iniziativa privata non è sufficiente, occorre- conclude- rilanciare l’intervento pubblico orientando gli investimenti anzitutto al rafforzamento delle reti sociali di cittadinanza, scuola e sanità”.

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