Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “La nascita delle sardine mi ricorda il biennio ’68-’69 quando i movimenti sorgevano spontaneamente”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “La nascita delle sardine mi ricorda il biennio ’68-’69 quando i movimenti sorgevano spontaneamente”

È nato il movimento delle sardine. Si propone come un argine al centrodestra e non adotta alcun simbolo di partito. Cosa pensa di questa iniziativa?

Quello che mi colpisce è il declino del sistema dei partiti, soprattutto dei partiti che hanno ereditato il patrimonio storico della sinistra e del centrosinistra. Parallelo a questo fenomeno si assiste da tempo a una lettura della società secondo la quale stiamo diventando tutti reazionari o quantomeno disimpegnati. Poi invece esplodono movimenti come appunto quello delle sardine. Ciò significa che nella società c’è una vivacità e una vitalità nel Paese e anche tra i giovani che forse dovrebbe indurre il PD a fare una riflessione più ampia. La nascita delle sardine mi ricorda il biennio ’68-’69 quando i movimenti sorgevano spontaneamente. Per esempio, sul problema della casa e sulle pensioni. Mi sembra che stia riprendendo la voglia di fare politica e di farla in maniera collettiva. Perciò guardo a questo neonato movimento con grande interesse. Dovrebbe sollecitare i partiti a essere meno personalisti, cioè meno orientati sui monologhi del capo. Aggiungo che dovrebbe rappresentare uno stimolo anche per i corpi intermedi, a partire dai sindacati. E faccia caso, proprio mentre le sardine nascevano a Bologna nello stesso momento e nella stessa città il PD teneva una kermesse con decine e decine di interessanti relazioni ma da cui non mi sembra sia uscita una proposta politica concreta se non un compattamento del partito intorno alla figura del suo segretario.

Gli iscritti alla piattaforma Rousseau hanno deciso che alle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria il Movimento 5 Stelle correrà da solo. Come valuta questa scelta?

Per valutarla occorre fare un piccolo esercizio di memoria. E innanzitutto ricordare che il Movimento 5 Stelle nacque come un’organizzazione politica che mandava a quel paese tutti i partiti, senza distinzione alcuna. Come tale ha avuto un successo elettorale straordinario. Poi sono andati al governo e la capacità dimostrata nel chiedere il cambiamento non si è riproposta nella gestione delle cose. Prima sono stati cannibalizzati da Salvini e adesso siamo in presenza di un movimento che in pratica non sa cosa vuole ma lo vuole. Basti pensare alla vicenda dell’ex Ilva. Da osservatore esterno ogni tanto mi sembrano alla ricerca di un lampione al quale appoggiarsi. Intendo dire che i 5 Stelle sono un soggetto politico che non riesce a funzionare. Ha preso i voti ma poi non riesce a conservarli perché non li traduce a sostegno di una proposta sostenibile. Al loro interno c’è chi attribuisce a Di Maio la responsabilità delle recenti batoste elettorali. È una posizione semplicistica. La colpa di una sconfitta difficilmente è al cento per cento attribuibile al leader. Il problema vero consiste nell’inesistenza di una proposta di governo. I 5 Stelle sono una forza di opposizione, peraltro confusa, che mette insieme elementi molto eterogenei, ma poi quando deve fissare priorità e obiettivi entra in crisi. Anche la piattaforma Rousseau è un problema. La scelta di correre da soli alle prossime regionali è stata fatta da poco più di 19mila persone che hanno deciso per i dieci milioni di voti che il movimento di Grillo ha preso nelle politiche del 2018. A parte questo aspetto il fatto che si presentino da soli in Emilia Romagna e in Calabria non influirà più di tanto sull’esito complessivo del voto. Per quanto li riguarda penso che sconteranno il loro mancato radicamento nei territori, come peraltro è accaduto alle ultime elezioni locali. Credo che in Emilia Romagna la partita sarà tra PD e Lega.

Il programma elettorale dei laburisti inglesi, “It’s time for real change”, è fortemente orientato a sinistra. Prevede nazionalizzazioni e il deciso rilancio del Welfare State. A suo giudizio si tratta di una scelta politica in grado di vincere le elezioni?

Non lo so. Di certo so che l’Inghilterra è uno strano paese. Nel 1945 Churchill, che aveva vinto la guerra, perse le elezioni. Le vinsero i laburisti con un programma simile a quello di Corbyn oggi: nazionalizzazioni e Welfare. Allora, all’impero gli elettori inglesi preferirono lo Stato sociale. Tra poche settimane sapremo cosa avranno scelto oggi. Devo dire che guardo con molto interesse a quanto sta avvenendo in Gran Bretagna. Mi sembra che la sbornia del blairismo stia passando davvero e non ho difficoltà a sostenere che Tony Blair fu più conservatore della Thatcher. Mi pare che si stiano rompendo dei meccanismi fino a ieri dati per consolidati e lo stesso sta accadendo in Italia. Le faccio un esempio: nel nostro Paese avverto sempre più il rimpianto per come è stato liquidato il mondo delle partecipazioni statali. In pratica la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia hanno deindustrializzato il Mezzogiorno. Nonostante i rimpianti e le riflessioni critiche non mi pare che oggi in Italia ci siano le condizioni per un programma elettorale come quello di Corbyn. Però ricordare che la sinistra non si dimentica degli ultimi, così come sosteneva Pietro Nenni, è decisivo per cambiare rotta. Corbyn ci sta provando.

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