Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil. Dalla prima riforma del 1981 dei corpi di Polizia una straordinaria lezione sulla sicurezza, per l’oggi e per il domani

Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil. Dalla prima riforma del 1981 dei corpi di Polizia una straordinaria lezione sulla sicurezza, per l’oggi e per il domani

“Uscire dal proprio ‘particolare’ proiettandosi nel generale diventando uomini pienamente inseriti nel sociale e nel politico combinando la propria azione con quella della collettività in modo armonico. Era il giugno del 1978 quando un gruppo ristretto di tenaci precursori del sindacalismo in Polizia tentava l’approccio ad un nuovo modo di essere con la società. Erano trascorsi ormai circa 10 anni durante i quali, passando anche attraverso l’omicidio di Aldo Moro e della sua scorta, i poliziotti si battevano per affermare il proprio diritto a sentirsi “italiani” al pari degli altri, esercitando quei diritti e quelle libertà fino ad allora negate. Libertà che essi consideravano, non a torto, “la garanzia affinché ciascuno si potesse conquistare nella società e nella storia un posto da protagonista e non da semplice spettatore o cieco esecutore di ordini”.

Il malessere vissuto dai poliziotti dell’epoca non era di natura diversa da quello vissuto nella società civile. Ciononostante la solidarietà manifestata in quel periodo verso i poliziotti fece la differenza. In quel torno di tempo gli appartenenti alle forze di Polizia vissero una grande quanto unica stagione di unità con le altre categorie dei lavoratori, cosa che consentì loro di conquistare spazi notevoli nell’ambito della dignità e nel modo di essere nella società. La riforma varata il 1 Aprile del 1981 attraverso la Legge nr. 121 fu, in questo senso, un’opportunità per coloro che aspiravano ad un reale cambiamento, uomini che miravano ad intervenire con capacità costruttive di intervento e proposta anche ai livelli operativi e di gestione quotidiana delle cose. Vi era, in sostanza, un urgente bisogno di proposta che, con le parole di Riccardo Ambrosini, giovane commissario di P.S., “fosse di grande respiro che, a partire dalla ridefinizione del rapporto Stato-Cittadino, conciliasse garanzie di libertà e di tutela sociale che, in un’ottica di partecipazione e di efficienza, consentisse di dare un quadro forte e stimolante ai problemi umani e professionali degli operatori di Polizia”. Tale era l’identità dei riformatori riguardo ad un Corpo di Polizia che aveva vissuto, finora, con più ombre che luci.

Gli eredi del movimento ambivano, in un paese lacerato dai conflitti, a ritornare ad essere protagonisti unendo le esperienze di coloro che avevano senso e cultura dello Stato. In fin dei conti essi reclamavano, semplicemente, il proprio diritto alla libertà. Tra essi, vi era anche chi, durante la nascita del sindacato, ebbe a condannare il mancato raggiungimento di taluni obiettivi tra i quali l’avvio di una cultura nuova dello Stato ritenuta, da sempre, carente nel Paese. Emerge ed emergerà quasi sempre il tema della separatezza tra forze dell’ordine e il resto della società. Un involucro corporativo entro il quale si manifesta il disagio degli operatori di ieri e di oggi, in una ripetuta mancanza di cornice ideale all’interno della quale muoversi. Individualismo e corporativismo, si sosteneva già allora, “non saranno mai proposta politica. Essi derivano, al contrario, dalla frantumazione di contesti ideali un tempo robusti e capaci di coagulo”.

La crisi della politica e i mutamenti intervenuti nella società come nell’ambito sindacale hanno inevitabilmente ceduto purtroppo il passo a visioni sempre più ristrette e senza prospettive allontanando, sempre più, le dinamiche interne dei corpi di Polizia con la società. Anche la caduta di attenzione nonché di partecipazione reale alla vita sindacale all’interno delle forze dell’ordine ha favorito sciagurate modifiche normative quali l’accorpamento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri sebbene si registri un avanzamento dei diritti sindacali nel mondo militare, misura che, allo stato, sembra non procedere ancora nel modo giusto. L’ambiziosa idea, concepita con l’avvento del sindacato in Polizia, secondo la quale l’esperienza degli operatori poteva, attraverso l’elaborazione e il confronto, incidere con efficaci proposte da addetti ai lavori sui temi della sicurezza, segnava definitivamente il passo in virtù della mancanza di un serio e competente quanto reale interesse verso i delicati temi della sicurezza. Brandire la sicurezza con slogan e proclami da campagna elettorale non è mai stata la soluzione reale a problemi che, ritenuti di natura complessa, non possono venire trattati semplicemente. Sempre attraverso la Legge 121 si aspirava ad aprire un duraturo dialogo con la società civile che incidesse, profondamente, con il tessuto sociale del Paese affinché non si ghettizzasse, mai più, il personale in divisa.

Non solo. Il dibattito dell’epoca era anche incentrato sui temi importanti del nostro Paese e riguardava, spesso, il contrasto alla criminalità organizzata che sarebbe dovuto necessariamente passare anche attraverso l’identificazione dei cittadini nello Stato rafforzandone la compagine sociale. Cosa sia rimasto oggi di un tale dibattito non ci è dato sapere, forse poco o nulla, ci restano però gli echi di concetti oggi tristemente noti rispetto ai quali, già allora, si ragionava, vedasi il passaggio da comportamenti legali a illegali attraverso ampie “fasce grigie” di comportamenti non perseguibili penalmente ma incivili. Non è un caso che le Mafie oggi prediligano, in particolare, tali “sfumature” entro le quali muoversi. Spesso la società moderna tende a privilegiare gli aspetti di maggior risalto come i flussi migratori o la cronaca nera in particolare quando è macabra e ricca di particolari piccanti tralasciando, così, i temi per così dire minori che riguardano la nostra società. Peccato che la realtà quotidiana sia fatta di un numero sempre più elevato di micro problemi che non sono risolvibili sempre e solo con strumenti securitari. Occuparsi in via esclusiva dei macro problemi della società è peraltro un rischio per la democrazia. Come lo è, del resto, convincere i cittadini che l’origine di tutti i loro mali sia dovuta ai flussi migratori.

Non dare risposte sul versante dei problemi quotidiani del cittadino è abdicare ad un dovere primario della società sia che si tratti di sicurezza che di altri importanti diritti o temi quali l’occupazione, le opportunità mancate o l’elevamento della condizione sociale delle fasce più a rischio della società. Cosa sappiamo della realtà del nostro territorio, dove si vive, si abita o si lavora? Un ventre molle di cui si parla a stento ove covano incomprensioni, disagio e malessere. In questo dibattito notiamo l’assenza di molti, troppi interlocutori. Se ne parla ma si resta sempre e comunque agli annunci. In tal senso un contributo che gli operatori di Polizia possono dare al Paese è pertanto quello di dare radici solide alla presenza dello Stato nella società, in particolare ove vi è maggior bisogno. Era praticamente questo il senso che muoveva lo spirito della riforma e dei suoi convinti carbonari. Aiutare la gente facendole provare il gusto per la partecipazione, i vantaggi che dà a tutti la vita in comunità secondo le regole. Questo significa Polizia tra la gente ed è da tali insegnamenti che dobbiamo partire o meglio “ripartire”.

Andare oltre il controllo del territorio vissuto non più come occupazione ma come conoscenza evitando spot elettorali su militari che presidiano luoghi affollati con dispendio di denari puntando su progetti di reinsediamento sul territorio a medio lungo termine. Porre all’ordine del giorno il sostegno alle fasce più deboli della nostra società deve diventare un imperativo e ciò comporterà investire, sempre più, sulla prevenzione in un’ottica di rete e responsabilità che coinvolga tutti gli attori nessuno escluso. Solamente così  recupereremo quello spirito riformatore che, a distanza di quasi 40 anni, ci indica ancora la strada da percorrere come un faro nella quotidiana oscurità fatta di annunci e di mirabolanti promesse sul versante della sicurezza.

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