Paolo Ciofi. Il Pci romano. Chiarezza di prospettive e concretezza di realizzazioni sulla via democratica al socialismo. (Terza ed ultima parte)

Paolo Ciofi. Il Pci romano. Chiarezza di prospettive e concretezza di realizzazioni sulla via democratica al socialismo. (Terza ed ultima parte)

Il risultato di maggior rilievo a livello regionale, che segnò una svolta, ritengo sia stato l’impianto degli ospedali pubblici in concomitanza con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978. Allora, nella capitale di uno Stato sovrano, oltre a qualche clinica privata, esistevano solo gli ospedali del Vaticano, che riuscimmo a trasferire alla Regione senza traumi e rotture, contenendo e controllando l’opposizione della Democrazia cristiana, e gli interessi economici non trascurabili ad essa legati. A mia memoria, un capolavoro politico.

L’esperienza di quegli anni veniva dimostrando che nella lotta per avanzare sulla via democratica al socialismo, possibile solo tenendo insieme chiarezza di prospettiva e concretezza di realizzazioni, la questione del governo di Roma e del suo rinnovamento investiva due temi di fondo: quello della riforma dello Stato e quello del cambiamento del modello di sviluppo. In altri termini il problema era: quale futuro per una grande metropoli, che al tempo stesso è capitale della Repubblica democratica?

Era infatti sempre più evidente che il ciclo indotto dalla funzione di capitale per effetto del dominio del mercato (concentrazione burocratica-immigrazione massiccia – speculazione edilizia – rendita parassitaria), unitamente alla mancata soluzione della questione meridionale, produceva conseguenze perverse. Da un lato, la devastazione della città, che alimentando l’abusivismo e consumando il territorio restringeva le basi produttive. Dall’altro, il carico sull’intero Paese di costi aggiuntivi, perché i servizi forniti dalla capitale risultavano tutt’altro che tempestivi ed efficienti.

Berlinguer: la democrazia fattore costitutivo del socialismo. L’austerità, progetto di trasformazione della società

Proprio nel 77 Enrico Berlinguer proponeva nuove indicazioni di teoria e di lotta politica, che toccavano da vicino, nella cultura e nella pratica, noi comunisti romani. La democrazia intesa non più solo come via al socialismo, bensì come valore universale, ossia come fattore costitutivo del socialismo. E l’austerità. Che non era la predicazione pauperista di un «frate zoccolante»(così apostrofavano Berlinguer) ma un progetto di trasformazione della società. Il mezzo – chiariva il segretario del Pci agli intellettuali riuniti al teatro Eliseo –per «porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo». Dunque, di fronte al consumismo e all’egoismo esasperati che distruggono la Terra, anche «un’occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo».

Parole che ancora oggi suonano bene alle orecchie. Ma che oggi rimangono un flatus vocis appeso in aria, poiché non disponiamo degli strumenti politici e culturali adatti allo scopo. Di un partito -usiamola questa parola – capace di far avanzare concretamente, con il cervello e con le gambe di milioni di donne e di uomini, una necessità storica incombente. Allora noi lottammo per mantenere aperta la prospettiva del cambiamento e avanzare su quella via. Discutemmo anche molto su come adeguare lo strumento partito ai compiti e alle esigenze del momento.

In particolare, nel 13° congresso della Federazione, che si svolse ai primi di aprile del 77, affrontammo – anche in conseguenza della presenza delle Regioni – i temi della riforma dello Stato e di un nuovo modello di sviluppo. Preso atto che la ristrettezza della base produttiva non consentiva di assorbire la forza lavoro soprattutto femminile e giovanile, e che il vecchio Stato burocratico e accentratore era entrato in una in fase di stallo e di crisi, indicavamo un progetto alternativo per Roma capitale di un nuovo Stato e di una nuova società, fondato su due assi portanti: da una parte, il decentramento delle funzioni statali e amministrative, e la partecipazione democratica; dall’altra, la promozione della cultura e della scienza a sostegno dello sviluppo delle forze produttive, dei settori innovativi e d’avanguardia.

Un indirizzo che precisammo meglio in seguito, quando sollevammo in Parlamento la questione di Roma capitale. Prima, con una mozione presentata alla Camera a firma Enrico Berlinguer. Poi, dopo la sua morte, con una proposta di legge firmata da me, dal presidente del gruppo comunista Renato Zangheri e da tutti i deputati eletti a Roma e nel Lazio. I due testi li trovate nel mio libro già citato. Adesso, ormai a conclusione di questa esposizione, non voglio invadere il campo dei relatori dei prossimi incontri.

Il contenuto della mozione su Roma Capitale, cervello politico e istituzionale del Paese

Ma credo, mi sia consentito, in quanto estensore di quei documenti, di illustrarne brevemente il contenuto, in particolare della mozione Berlinguer. L’obiettivo era di dare vita a una capitale che in quanto cervello politico e istituzionale del Paese operasse in organica connessione con lo sviluppo della cultura e della scienza, allorché la rivoluzione elettronica già in atto annunciava cambiamenti profondi nel modo di produrre e di comunicare, di vivere e di pensare. E quindi di realizzare in una tra le maggiori metropoli europee, aperta verso l’Africa e il Sud del mondo, una riforma degli apparati dello Stato imperniata su criteri di decentramento e trasparenza, democratizzazione, moralizzazione ed efficacia, in modo da consentire una penetrante partecipazione dei cittadini.

Al riguardo le proposte in sintesi erano queste:

-allestimento nel centro storico, salvaguardandone rigorosamente l’ambiente monumentale e il patrimonio economico-sociale, di uno spazio per le istituzioni elettive (dal Parlamento in giù), aperto agli incontri e allo scambio di relazioni con i cittadini;

-trasferimento dei ministeri nel Sistema direzionale orientale (Sdo);

-informatizzazione di tutta la pubblica amministrazione, centrale e periferica;

-contemporanea qualificazione permanente degli addetti, anche istituendo un’alta scuola di studi.

         In merito alla centralità della cultura e della scienza come forza produttiva diretta, e al ruolo internazionale di Roma capitale, le proposte riguardavano:

-la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale accumulato mediante una diffusa innovazione scientifica e tecnologica;

-il potenziamento e il coordinamento delle università pubbliche e dei centri di ricerca:

-l’impianto di un rilevante polo della comunicazione fondato su scienza e ricerca combinando insieme cinema, televisione e rete informatica;

-il coordinamento di tutte le competenze pubbliche, in particolare delle Partecipazioni statali, e quindi anche delle banche, per la realizzazione e l’ammodernamento delle infrastrutture di portata strategica, come le telecomunicazioni, la viabilità di sistema, i trasporti ferroviari, marittimi e aerei.

         Si trattava di un’impostazione che rompeva un vecchio assetto clientelare e di potere messo in piedi dalla Dc, e puntando sullo sviluppo di avanzate forze produttive contrastava la tendenza alla disoccupazione e alla disgregazione del tessuto urbano; e quindi alla diffusione della rendita e delle borgate. Un equilibrato tessuto urbano non si ha senza adeguate fonti di lavoro.

Berlinguer era stato molto chiaro: l’intervento pubblico per le funzioni della capitale dello Stato aveva solo una motivazione di interesse nazionale ed escludeva ogni forma di clientelismo, corporativismo o localismo. Quindi niente leggi speciali e interventi a pioggia, considerando Roma non la longa manus di un potere autoritario centrale, ma la capofila di un sistema di autonomie. Un contesto che consentiva di affrontare in modo corretto e trasparente anche la controversa questione dei finanziamenti.

         Riflettendo ora su quella fase posso dire che dopo l’efficace azione di risanamento delle borgate, e il miglioramento delle condizioni di vita della parte più povera della città, facemmo fatica a disegnare con chiarezza il futuro di Roma e a praticare una linea conseguente. Il collegamento organico che lega Roma come metropoli alle sue funzioni di capitale lo cogliemmo con un certo ritardo.

Difficoltà che negli anni 80 venivano anche dal mutato clima culturale e politico, che risentiva della pesante offensiva liberista guidata da Thatcher e Reagan. Cominciava la stagione della «Milano da bere» (e in seguito della Roma da mangiare), con il ministro De Michelis che proponeva di spostare la capitale nella sua città Venezia. E Craxi che considerava Roma poco più di un salotto dell’«azienda Italia», dove si agitava secondo lui gente sfaticata e sprecona.

Resta il fatto che il nostro partito, a livello nazionale, subito dopo la grande avanzata del 75-76 che lo aveva portato ad essere forza di governo in gran parte del territorio nazionale avendo conquistato numerose regioni e grandi città, non riuscì a coordinare in una visione unitaria l’attività degli enti locali. E a porre quindi con forza la questione decisiva della riforma dello Stato e della pubblica amministrazione, di cui il ruolo della capitale è componente organica per rinnovare l’unità della nazione. Emblematico è stato il caso dell’Emilia Romagna, il cui presidente compagno Guido Fanti, invece di farsi parte attiva di una generale riforma, fu l’inventore della Lega del Po insieme al presidente democristiano della Lombardia. Un atto anticipatore. Da cui poi che nel tempo sono nati figli degeneri e mostruosi.

I problemi del partito a Roma al dibattito della conferenza cittadina, ottobre 1978

I problemi del partito a Roma, chiamato a misurarsi in una collocazione nuova sul duplice fronte della società e delle istituzioni, li esaminammo nella conferenza cittadina del 21 ottobre 78. Nella relazione osservavo che governare non è solo azione amministrativa ma anche capacità di padroneggiare i processi reali. E ciò implica una lotta nella società e nelle istituzioni, nonché sul fronte culturale e ideale. La situazione richiedeva una iniziativa capillare, una larga e diffusa campagna contro la violenza e per l’esercizio dei diritti costituzionali. Anche perché eravamo in presenza di un comportamento, oltre che inadeguato, spesso ambiguo e furbesco di taluni corpi dello Stato, rivolto a frenare la mobilitazione democratica e a mettere in difficoltà i comunisti.

Si trattava di decentrare decisamente l’attività del partito, facendo sempre più della sezione il pilastro dell’iniziativa politica e sociale, puntando su relazioni interattive con l’opinione pubblica ed elevando complessivamente il livello politico e culturale di quadri e militanti. Dovevamo superare a mio parere un rapporto con l’esterno talora troppo propagandistico e pedagogico. Ciò comportava non un semplice aggiornamento, ma un cambiamento dell’assetto del partito spostando i quadri dirigenti dal centro verso la base e verso la periferia. Andava in questa direzione la costituzione dei comitati politici circoscrizionali come espressione delle sezioni, per elevarne la capacità politica e unificarne le esperienze e le lotte.

 Una visione sbagliata. Il partito conquistato il governo si identificava con esso

Tuttavia già allora erano presenti una visione e una pratica che consideravo sbagliate e contrastavo. Secondo cui il partito, una volta conquistato il governo, di fatto si identifica con esso, e ne diventa il braccio propagandistico e operativo. Una scelta limitata e rischiosa che produce ricadute negative, perché in tal modo il partito si allontana dalla realtà sociale. Di conseguenza, attenuandosi e disperdendosi le capacità di dare espressione ai bisogni emergenti dal profondo della società sempre in movimento, perde la sua funzione di soggetto del cambiamento. E la stessa attività di governo tende a ridursi a semplice gestione dell’esistente. Un rischio ancora maggiore quando, come nel caso di Roma, la giunta comunale è formata da un’ampia coalizione di partiti diversi sulla base di un programma concordato.

Essenziale il rapporto con le masse, una bussola per orientare il cammino

Essenziale è il rapporto con le masse, sosteneva Berlinguer. Una scelta di campo, che è una bussola per orientare il cammino. Senza di che non si possono contrastare le forze dominanti del mercato. Il contrario di quanto predicava Giuliano Amato, secondo il quale l’unico modo per evitare la disgregazione della società consisteva proprio nell’adeguarsi alle tendenze del mercato. Un orientamento peraltro coerente con la visione socialdemocratica, che da tempo subordinava il partito ai gruppi parlamentari e agli organi elettivi, fino a conformarlo, nella pratica liberista di Blair in Gran Bretagna e di Schröder in Germania, sugli interessi dominanti del capitale.

L’esperienza condotta a Roma in quegli anni mi conferma in questa conclusione: un cambiamento reale è possibile, nella città come in Europa e nel Paese,a due condizioni. Che vi sia un progetto coerente di trasformazione della società; e che sia in campo un partito in grado di lottare su tutti i terreni per l’attuazione di tale progetto. Rappresentando e organizzando tutti coloro, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, che sono sfruttati nelle più diverse forme del lavoro manuale e intellettuale. Insomma, tutte le vittime, in una forma o nell’altra, dello sfruttamento capitalistico e del parassitismo della rendita.

Oggi, se queste due condizioni non si creano, il rischio che corriamo è di trascinarci in una crisi sociale della metropoli senza sbocchi, e in una crisi ambientale che mette in forse l’esistenza stessa del pianeta. Non è catastrofismo. È guardare in faccia la realtà: riappropriandoci della nostra storia e imparando dai nostri stessi errori. Senza retorica, e senza dipingere un futuro farlocco, che in realtà è un ritorno al passato. Mi riferisco, per restare in tema, al tanto decantato «modello Roma», che aveva lasciato in eredità, secondo il giudizio di Rutelli quando si ricandidò senza successo per succedere a Veltroni, «una città devastata e ridotta allo stremo».

Non si cambia il modello di sviluppo con i cosiddetti grandi eventi che generano profitti per chi organizza il business, ma lasciano la città in uno stato di abbandono e di declino nelle mani della speculazione e della rendita finanziaria e immobiliare.

 Non si cambia il volto di Roma senza affrontare i problemi del lavoro, dei salari, dei servizi sociali e civili.In un condizione in cui cresce la povertà, la disgregazione sociale aumenta, e si diffonde la criminalità mafiosa e camorrista. Non possiamo dimenticare che dopo il Giubileo del 2000, con Veltroni sindaco e Morassut assessore all’urbanistica, viene approvato quello che Nicolini definì «il peggiore piano regolatore nella storia di Roma».

Oggi piantare nuove radici non è facile. Ma bisogna provarci

La scelta decisiva, allora, è stabilire da che parte stai. Se stai dalla parte della rendita e del profitto gli errori non li puoi correggere. E nessun reale cambiamento è possibile. Semplicemente perché, stando da quella parte, hai tagliato le tue radici e sei diventato un amministratore al servizio dei padroni di Roma. Questa è la realtà di cui occorre prendere definitivamente atto. E da cui muovere e lavorare per un nuovo inizio. Berlinguer si pronunciò in modo brusco e sferzante: «Tagliare le proprie radici nella speranza di rifiorire meglio sarebbe il gesto inutile di un idiota». Non commento, ognuno commenti con la propria coscienza. Molto tempo da allora è passato e oggi piantare nuove radici non è facile. Ma questo è il tema. E a piantare nuove radici bisogna provarci.

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