Simone Oggionni. Ripartiamo dal ddl Rodotà sui beni comuni, iniziamo la raccolta delle firme

Simone Oggionni. Ripartiamo dal ddl Rodotà sui beni comuni, iniziamo la raccolta delle firme

Dov’è finita la sinistra? Ce lo chiediamo spesso, in un Paese sempre più a destra, in preda agli spasmi nazional-populisti. La verità è che il quadro politico è molto più arretrato di ciò che si muove nella società. Ce lo ha dimostrato qualche settimana fa la piazza sindacale, unita e combattiva, che ha dimostrato che esiste un popolo di lavoratori che può costituire la spina dorsale di un’opposizione al governo, a partire dalle sue politiche economiche e sociali. E ce lo sta dimostrando l’avvio della campagna di raccolta firme per una legge di iniziativa popolare intorno al testo del disegno di legge Rodotà sui “beni comuni” promossa dal “Comitato Rodotà” a cui tutte le forze della sinistra italiana devono aderire.

Di cosa stiamo parlando? Dell’esito del lavoro della Commissione Rodotà, creata nel 2007 dal Ministero della Giustizia, con lo scopo di riconoscere e tutelare giuridicamente – secondo la definizione data dalla stessa Commissione – «quei beni che permettono l’esercizio dei diritti fondamentali nonché il libero sviluppo della persona e vanno governati nell’interesse delle generazioni future». Come sappiamo, quel lavoro produsse un disegno di legge mai discusso dal Parlamento e un referendum, quello per l’acqua pubblica, dal quale sono passati già sette anni. Quel disegno di legge è oggi in Corte di Cassazione: con 50mila firme da raccogliere nei prossimi sei mesi il testo andrebbe in discussione in Parlamento come iniziativa popolare. Se venisse approvata, il governo modificherebbe il codice civile del 1942 nel punto concernente i beni pubblici, attraverso il riconoscimento legislativo dei beni comuni (come l’acqua, la terra, l’aria, i parchi, le foreste) e di quelli sociali (la ricerca, l’istruzione, la salute, il lavoro).

Concretamente ciò trasformerebbe e tutelerebbe giuridicamente il nostro territorio, i beni culturali ma anche le infrastrutture stradali e ferroviarie, i porti, gli aeroporti, gli ospedali, le scuole, gli asili, i ricoveri per anziani, le mense popolari: il concetto di fondo che muove l’operazione referendaria è che esistono beni pubblici e comuni che soltanto nella misura in cui sono messi a disposizione della collettività e sottratti agli interessi privati consentono la reale applicazione dei dettami costituzionali. A questo si affianca un secondo principio, anch’esso costituzionale: che la partecipazione politica, la realizzazione della piena cittadinanza passa anche per un protagonismo popolare più ampio e diretto.

Non può esserci contrapposizione tra elementi di democrazia diretta e gli istituti della democrazia rappresentativa. Non ci può essere – aggiungiamo noi – contraddizione tra la mobilitazione diretta dei cittadini e l’iniziativa politica dei partiti. Anzi: la sinistra ha perso quando ha iniziato a essere percepita come cosa diversa dalla vita di tutti i giorni, dai luoghi del lavoro e della socialità. Una battaglia per i beni comuni e pubblici è esattamente il cuore di una proposta trasformativa di una sinistra all’altezza dei tempi. Ed è il motore di un suo reinsediamento sociale, popolare e civico. In questa direzione si stanno attivando reti, associazioni, volontari, cattolici e laici: quel fronte ampio e democratico che ha dato prova di sé nella battaglia per l’acqua pubblica.

Non è un caso che parallelamente alla raccolta delle firme si costituirà, nella forma di una società cooperativa con quote di un euro a testa, una Società di Mutuo Soccorso Ecologico che intende dare una forma stabile alle lotte per i beni comuni.

Noi ci siamo, senza esitazioni.

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