Mario Michele Pascale. La Slovacchia del miracolo economico va a nuove elezioni. Sullo sfondo la questione delle migrazioni, il complesso mosaico etnico e la questione rom

Mario Michele Pascale. La Slovacchia del miracolo economico va a nuove elezioni. Sullo sfondo la questione delle migrazioni, il complesso mosaico etnico e la questione rom

Un prodotto interno lordo che fa segnare un +4,5%. Non è fantascienza, è la Slovacchia. Fioccano gli investimenti, supportati principalmente dai fondi europei e da una politica di scambi commerciali con la Russia. Forti anche la presenza delle case automobilistiche, in primis la Land Rover, ed una politica di grandi opere pubbliche tra cui spicca la costruzione della tangenziale di Bratislava. La produzione industriale è stimata in crescita, mentre è in risalita l’edilizia, che nel 2016 aveva fatto segnare un -10%. La Slovacchia, in assoluta controtendenza, fa registrare un’età media molto bassa, pari 37 anni. Gran parte della popolazione, il 71,7%, rientra nella fascia di età lavorativamente attiva, quindi tra i 15 e i 65 anni. Ciò vuol dire, visto l’ottimo andamento dell’economia ed il recente aumento dei salari medi, che i consumi delle famiglie trainano il commercio, che vive anch’esso un momento di fulgore.

Angeli e demoni

Va tutto bene in Slovacchia? No. La prima grana sono i migranti. Bratislava, che fa parte del gruppo di Visegrad, si oppone alle ricollocazioni sul suo territorio. A fine 2017 la Slovacchia aveva accettato solo 17 dei 902 richiedenti asilo che le erano stati assegnati. La politica del governo socialdemocratico del presidente Robert Fico, in carica fino a marzo del 2018, era chiara. La Slovacchia avrebbe assicurato ospitalità solo a migranti “che vogliono lavorare in Slovacchia e sono culturalmente vicini agli slovacchi”. Tradotto vuol dire niente africani e niente islamici. Gli stranieri, in Slovacchia, sono una percentuale irrisoria: 7.200 persone su più di cinque milioni di abitanti. Incide, nelle scelte slovacche, anche il mosaico interno, molto complesso da un punto di vista etnico: vi sono slovacchi, 85,8%, ungheresi, 9,7%, rom, 1,7%, ucraini, 1%. La voce “altri” è anch’essa molto composita. Vi sono nel paese cospicue minoranze croate, tedesche, polacche, serbe ed ebraiche. Complessa anche la composizione religiosa: i cattolici sono il 68,9%, i protestanti il 10,8%, i greco-cattolici il 4,1%. Resistono stoicamente, come eredità del comunismo, un nutrito gruppo di atei altri pari al 13% della popolazione.

Gli slovacchi non sopportano la minoranza ungherese e sono da questi ricambiati. La storia dei contrasti tra le due etnie è antica. Si è sopita nella fase di ingresso del paese nell’Unione europea, dove i magiari intravedevano la possibilità di bypassare Bratislava attraverso l’Unione, ma si è ri acuita subito dopo. Oggi parlare ungherese in pubblico, ad esempio, può costare una multa fino a 5000 euro. Budapest, alleata di Bratislava sul fronte europeo, mentre fa il diavolo a quattro per la minoranza magiara in Transilvania, si gira tranquillamente dall’altra parte quando si parla dei diritti degli ungheresi in Slovacchia. Gli slovacchi tendono a schiacciare tutte le minoranze, ma vige, nel paese, la teoria dello “specchietto retrovisore”, per cui ogni minoranza discriminata se la prende con quella più piccola. Gli ultimi degli ultimi sono i rom.

La questione rom

Gli eccessi della polizia nei confronti dei rom sono all’ordine del giorno. Marzo 2017: quattro rom che avevano denunciato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia nel villaggio di Vrbnica nell’aprile 2015, hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale. Nel mese di dicembre il dipartimento del servizio di controllo e ispezione della polizia aveva perseguito colui che era a capo delle operazioni di polizia, ma non aveva chiamato a rispondere i singoli agenti che avevano preso parte all’azione. Maggio 2017: è stato diffuso un video, girato il 16 aprile, in cui alcuni alcuni poliziotti manganellano, senza motivo, i residenti gitani del villaggio di Zborov. Questi, come si può evincere dalle immagini, non sembravano opporre resistenza né compiere atti violenti. A maggio, il capo della polizia ha ammesso che l’operazione era “discutibile”. Settembre 2017: il centro europeo per i diritti dei rom ha avviato una causa civile contro il ministero dell’interno per la violazione della legge antidiscriminazione, per aver posto sotto stretta sorveglianza, senza fondato motivo, molti insediamenti rom. Nel 2015 dalla Commissione europea aveva aperto una procedura di infrazione contro la Slovacchia per la sistematica discriminazione e segregazione dei bambini rom nelle scuole. La Slovacchia ha avviato una serie di riforme strutturali del sistema scolastico che, però,  non sono state in grado di risolvere il problema della sistematica presenza di alunni rom in scuole e classi speciali per bambini con disabilità lievi che diventavano, nei fatti, una sorta di ghetto per indesiderati, mescolando pregiudizio etnico a pregiudizio contro i disabili. A ciò va aggiunto il fatto che la decisione di applicare o meno la categoria di “svantaggio sociale”, era affidata agli psicologi e non agli assistenti sociali. La questione rom diventava una faccenda di salute mentale. Tristemente famoso il caso della scuola elementare di via Hollého, nella città di Žilina, che praticava la segregazione su base etnica. Alla chiusura del plesso gli alunni di etnia rom sono stati trasferiti in varie altre scuole, dove si sono registrate proteste da parte di genitori di alunni “gagè”.

Quanto è cattivo lo zio Vladimir. Ma con lui si fanno buoni affari…

Il Gruppo di Visegrad nacque nel 1991 con l’obiettivo di costruire un’alleanza, funzionale alle necessità della Nato, di allestire un cordone sanitario intorno alla Russia. L’accordo politico militare regge, quello economico meno. Con Vladimir Putin la Slovacchia fa buoni affari. Le esportazioni slovacche verso Mosca sono arrivate a 585 milioni di euro nel 2016, mentre l’import dalla Russia era pari a 2,33 miliardi di euro. L’opinione pubblica del paese è l’unica tra quelle dell’alleanza ad avere preferenza per i russi rispetto agli americani (33% contro 22%). In questo la Slovacchia differisce, culturalmente e per memoria storica, dai vicini cechi, che hanno subito la repressione della primavera di Praga. La Slovacchia all’epoca era meno mittel europea di oggi e molto più allineata con Mosca.  Da notare il fatto che Bratislava dipende quasi integralmente dalle fonti energetiche e dalle materie prime russe: un acuirsi delle tensioni danneggerebbe gravemente la produzione industriale oltre che la qualità della vita dei cittadini.

L’omicidio di Ján Kuciak

Robert Fico è stato primo ministro dal 2006 al 2010 e dal 2012 al 2018. E’ espressione del partito Smer – Direzione democrazia, iscritto all’internazionale socialista ed afferente al gruppo dei Socialisti e Democratici europei. Cosa molto peculiare viste le posizioni in materia di diritti umani e l’acceso nazionalismo che poco ha a che vedere con l’internazionalismo socialista. Robert Fico si dimette dopo le proteste di piazza successive all’assassinio del giornalista Ján Kuciak e della sua compagna, Martina Kušnírová, avvenuto tra il 22 ed il 25 febbraio 2018. Prima del suo assassinio Kuciak  stava indagando su di una serie di casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea. Nelle sue ricerche comparivano i nomi del premier Fico, del Ministro dell’Interno Robert Kaliňák e quello delle Finanze Ján Pociatek. Il giornalista ipotizzava, inoltre, rapporti molto stretti tra la nomenklatura di Bratislava e la n’drangheta calabrese. Le dimissioni di Fico non sono state granchè serene. L’ex premier ha gridato ad un complotto internazionale a suo danno ordito dal presidente Andrej Kiska e dal magnate ungherese Georg Soros. Fico ha lasciato il governo nelle mani del suo delfino, Petr Pellegrini, già ministro della cultura.

La Slovacchia alle urne

Sabato 16 marzo la Slovacchia andrà al voto per le presidenziali. Un candidato deve ricevere oltre il 50% dei voti per essere eletto al primo turno. Se nessuno ottiene la maggioranza, i due che hanno ottenuto più voti andranno al ballottaggio. Il presidente in carica della Slovacchia, Andrej Kiska, ha detto che non correrà per la rielezione. Quindici i candidati in lizza. I favoriti sono due: la liberal socialista Zuzana Čaputová, del partito Slovacchia progressista e un sodale dell’ex premier Fico, anch’egli dello Smer – direzione democrazia, Maroš Šefčovič. Šefčovič è vice presidente della commissione europea con delega all’unione energetica. Inutile dire che queste elezioni rappresentano uno snodo cruciale per il paese. Robert Fico, con tutte le sue ombre, era comunque riuscito a tenere insieme un puzzle di difficile gestione, in cui le tensioni etniche erano tenute sotto controllo dallo sviluppo economico e dal conseguente miglioramento del tenore di vita degli slovacchi. Dirottando l’attenzione sui migranti africani e siriani, che, di fatto, non hanno mai messo piede nel paese, nonché lasciando correre sulla discriminazione dei Rom, Fico è riuscito a deviare le energie negative dove non avrebbero minacciato l’integrità nazionale.

E’ lecito immaginare che la corruzione sia funzionale allo sviluppo economico, avvenuto molto velocemente, e che ha visto crescere una classe sociale fatta di nuovi ricchi dal passato discutibile. La sfida su cui si dovrà cimentare la politica slovacca sarà quella di tenere insieme una nazione percorsa da fremiti nazionalisti ed esposta al rischio di una balcanizzazione. Senza dimenticare che il boom economico è reso possibile dai massicci investimenti dell’Europa e che l’Unione è il terminale di gran parte delle esportazioni commerciali slovacche. Fuori dall’Unione europea, o nell’Unione, ma con un ridimensionamento dei fondi europei a disposizione, la Slovacchia direbbe addio alla sua stagione d’oro.

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