Iran. 38 anni di carcere e 148 frustate per Nasrin Sotoudeh, avvocatessa per i diritti umani. Accusa: “Non portava il velo”

Iran. 38 anni di carcere e 148 frustate per Nasrin Sotoudeh, avvocatessa per i diritti umani. Accusa: “Non portava il velo”

Una condanna che da Amnesty International è stata definita “tra le più severe degli ultimi anni” quella inflitta all’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, ancora una volta al centro del mirino degli organi di giustizia iraniani che stavolta l’hanno condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate.

Tra le motivazioni più lampanti che hanno portato al tragico epilogo: “collusione contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro lo Stato”, “istigazione alla corruzione e alla prostituzione” e “apparizione in pubblico senza hijab”, accuse scaturite dall’atto, praticato di recente dall’avvocatessa, di togliersi il velo in pubblico accompagnato da critiche nei confronti del nuovo codice penale che consente soltanto ad un ristretto numero di avvocati di rappresentare imputati di crimini contro la sicurezza nazionale. Di norma, in Iran le colpevoli vengono sottoposte al pagamento di una multa in contanti o recluse per un periodo che va da 10 giorni a due mesi. Una pena esemplare, invece, questa volta.

La nota di Amnesty prosegue in tono di denuncia: “Sconvolgente e vergognosa avvenuta dopo l’ennesimo processo irregolare. È la pena più severa inflitta, negli ultimi anni, a un difensore dei diritti umani in Iran.  Le norme vigenti in Iran sull’obbligo del velo violano chiaramente i diritti alla libertà di espressione e di religione e il diritto alla riservatezza”.

La Sotoudeh, da più di vent’anni in prima fila nel battersi per i diritti umani ma soprattutto per quelli femminili, è stata già in passato arrestata o trattenuta dalle forze dell’ordine per l’essersi schierata dalla parte delle giovani generazioni di donne alla ricerca di una propria indipendenza all’interno di un Paese, come l’Iran, che non garantisce libertà di scelta, di azione e di movimento: “una donna deve seguire un preciso codice etico; non può uscire dalla città da sola; non può parlare con un uomo che non sia il padre, il fratello, il marito in pubblico; ha l’obbligo di indossare il velo a partire dai sette anni”, sono solo alcune delle leggi dell’uomo a cui le donne sono sottoposte, di cui fa rapporto anche Amnesty International.

L’ultimo episodio di condanna nei confronti dell’avvocatessa iraniana risale a luglio scorso, quando la Sotoudeh venne portata in carcere per aver sostenuto tra dicembre 2017 e gennaio 2018 le manifestazioni pacifiche de “Le ragazze di Enghelab Street“, donne contrarie ad indossare il velo in pubblico, scese in strada per opporsi agli obblighi imposti dalla vigente legge della Repubblica Islamica. Di mezzo anche il marito della Sotoudeh, Reza Khandan, picchiato più volte e maltrattato soltanto per aver richiesto alle autorità notizie della moglie in carcere.

Suona come una sorta di pubblica ammenda, dunque, questo nuovo ed eclatante arresto ai danni di Nasrin Sotoudeh: una donna, prima ancora che legale giuridico, che diviene il capro espiatorio di un sistema in rivolta.

“Trovo la sentenza iraniana nei confronti di Nasrin un vero e proprio insulto al genere umano, in particolare a quello femminile – ha affermato la giornalista Tiziana Ciavardini de Il Fatto Quotidiano – Si parla di 148 frustate, che porterebbero alla morte certa del condannato e che solo a nominarle fanno rabbrividire qualunque essere umano dotato di una sana coscienza. La coscienza che invece Nasrin ha dimostrato di avere non lasciando mai il suo Paese o la sua famiglia, ma restando accanto alle persone che lei pensava di poter aiutare con il suo lavoro di avvocato”.

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