Paolo Ciofi: “Marx e il capitale come rapporto sociale”. L’introduzione al convegno sul bicentenario della nascita del grande filosofo

Paolo Ciofi: “Marx e il capitale come rapporto sociale”. L’introduzione al convegno sul bicentenario della nascita del grande filosofo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo L’introduzione di Paolo Ciofi alla giornata di studio in occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx, svoltasi il 18 ottobre 2018 presso l’Università Roma Tre Dipartimento di Scienze della formazione, e promossa da Cesme, Futura Umanità, Proteo Fare Sapere.

Marx e il capitale come rapporto sociale

Ogni qual volta il capitalismo entra in crisi – e ciò si verifica sempre più frequentemente, fino a diventare uno stato permanente – Carlo Marx, dato per morto e sepolto, regolarmente ricompare e oggi il suo spettro aleggia di nuovo in Europa e nel mondo. Al punto tale che Time, settimanale americano con svariati milioni di lettori, è arrivato a scrivere che «Marx aveva ragione». E l’Economist, caposcuola britannico del pensiero liberale, ha affermato di recente che «la principale ragione per cui Marx continua a suscitare interesse è che le sue idee sono più pertinenti oggi di quanto non lo siano state negli ultimi decenni».

Tuttavia, una reticenza permane proprio sulla questione di fondo, ossia sulla natura del capitale. Giacché, scoprendo l’arcano del capitale, vengono in chiaro le ragioni delle sue crisi e le condizioni del suo superamento. Due aspetti inscindibili che hanno fatto di Marx uno dei pensatori più potenti e al tempo stesso un rivoluzionario instancabile, che concretamente lottava per trasformare la realtà: un esempio di coerenza, di alta moralità. La personificazione dell’unità tra teoria e prassi.

Una «immane raccolta di merci», osserva il pensatore e rivoluzioanrio di Treviri, caratterizza la società dominata dal capitale. Ma cos’è il capitale? Non semplicemente una somma di denaro, che a conclusione della produzione e della circolazione della merce, o dell’impiego nella finanza, si trasforma in una somma maggiore di quella investita; e che ci appare nelle più svariate forme di capitale industriale, bancario, fisso, costante, variabile e così via. Fino al capitale cosiddetto umano, in cui nel nostro tempo, ridotti a cose, si identificano gli esseri umani che producono ricchezza.

Che cos’è allora il capitale? Una cosa? Un’entità materiale o immateriale? Un insieme di macchinari e di materie prime? Di conoscenze scientifiche e tecnologiche? È un algoritmo? Un accumulo di mezzi finanziari ben nascosti nei paradisi fiscali? «Il capitale – risponde Marx –  non è una cosa, bensì un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente ad una determinata formazione storica». Ed «è costituito – sono sue parole – dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte della società» con lo scopo di ottenere un profitto. Mentre un’altra parte della società, che comprende di gran lunga la maggioranza, «è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione», ossia delle proprie soggettive capacità fisiche e intellettuali che chiamiamo forza-lavoro, venduta al mercato in cambio dei mezzi per vivere.

 Quindi, secondo Marx, lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà caratterizza il capitale come rapporto sociale. Una contrapposizione tra classi sociali oggettiva, su cui s’innalza l’intero edificio della economia, della società e dello Stato, della cultura e della politica.

Non ci sono, in tale visione, presunte leggi economiche che alla stregua di quelle naturali renderebbero immodificabile lo stato delle cose presente. Risalendo dalle merci e dunque dal rapporto tra cose, e da impersonali entità numeriche e quantitative, Marx porta alla luce le relazioni tra gli esseri umani, che proprio in quanto tali hanno un inizio e una fine. E perciò si possono cambiare edificando una civiltà più avanzata in cui si ridefiniscano i principi di libertà e di uguaglianza. Emerge così la possibilità di un processo rivoluzionario che rovesci l’ordine costituito, e in pari tempo un filo rosso che lega l’intero percorso di una vita, e che potremmo chiamare l’umanesimo integrale di Carlo Marx.

Il capitale, sempre mutevole e proteiforme, nel corso della sua storia e del suo movimento senza fine non ha mai rinunciato allo sfruttamento del lavoro, a sua volta mai uguale a se stesso. Se lo avesse fatto, avrebbe decretato la sua morte. Con l’ascesa della borghesia – è scritto nel Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels – «si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di concetti antichi e venerandi». «All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale». E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale.

Un processo che ha coinvolto miliardi di esseri umani, liberando e diffondendo ovunque nel mondo la forza-lavoro, ovvero la merce indispensabile per ottenere i profitti. Una merce speciale, di certo non scomparsa nella fase del capitalismo digitale finanziarizzato e anzi oggi massimamente diffusa, il cui uso in cambio di un salario genera per chi la compra un valore superiore al suo costo: un plusvalore determinato dal lavoro non pagato, che misura il grado di sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori, ed è alla base del profitto e dell’accumulazione dei capitali.

Per «forza-lavoro o capacità di lavoro – chiarisce Marx – intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali (sottolineo intellettuali) che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente di un uomo (e di una donna, diremmo noi oggi), e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d’uso di qualsiasi genere». E poiché il suo valore è determinato dai mezzi di sussistenza necessari a conservare e riprodurre «l’individuo che lavora nella sua normale vita», ne deriva che il «valore della forza-lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico e morale». Una visione che conferma l’umanesimo integrale di Marx.

Il concetto di classe lavoratrice si riferisce quindi non all’applicazione tecnica della forza-lavoro in un determinato procedimento produttivo, ma al fatto che miliardi di individui, tutti diversi tra loro come persone e indipendentemente dal lavoro che svolgono, hanno una caratteristica comune: quella di vendere l’insieme delle proprie capacità fisiche e intellettuali in cambio dei mezzi per vivere. D’altra parte, se l’universalità del lavoro si esprime nella concreta attività e nella vita di ogni persona, ciò significa – nella visione marxiana – che la liberazione della classe oppressa non può risolversi nella soppressione della libertà dei singoli. E infatti per lui il comunismo è una condizione sociale nella quale «il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti».

Nella condizione sociale del capitalismo, invece, la separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro fa sì che mentre si realizzano nel mercato le merci che incorporano un plusvalore, si riproduce in pari tempo il rapporto di proprietà. Di modo che, annota Marx, dal momento che il processo produttivo crea non solo il prodotto per il consumatore ma anche il consumatore per il prodotto, la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.

Ma, osserva ancora Marx, «il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (…) altrettanto quanto il lavoro». Per questo motivo, il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, al fine di ottenere un profitto, deve poter disporre del lavoro e della natura, che vengono coinvolti insieme in un unico meccanismo di sfruttamento.

Diversamente – precisa il nostro interlocutore – «dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo». I beneficiari dei frutti della terra, infatti, sono soltanto «i suoi usufruttuari – conclude – e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive».

Ancora di recente è stato osservato che, essendo «l’incremento indefinito del profitto privato» lo scopo dell’agire capitalistico, ne deriva «inevitabilmente» che il capitalismo «distrugge la terra, la sua ‘base naturale’». Ma già lo stesso Marx, in un’altra epoca storica, aveva notato che il capitale, a un certo grado della sua crescita, mette a rischio le condizioni stesse della riproduzione di se medesimo: «la grande industria e l’agricoltura gestita industrialmente» – scrive – concorrono congiuntamente a dilapidare, da un lato, «la forza-lavoro, e quindi la forza naturale dell’uomo», dall’altro, «la forza naturale della terra».

Qeusto sistema, che sfrutta congiuntamente gli esseri umani e la natura, incalza Marx, è segnato da una insuperabile contraddizione. Infatti, per alzare i profitti, il capitale ha bisogno di contenere i salari, ma i bassi salari comprimono il potere d’acquisto riducendo la domanda, e quindi impediscono la realizzazione dei profitti. Si direbbe che il capitale è vittima delle sue stesse macchinazioni. In questo sistema piuttosto primitivo non vengono riconosciuti i bisogni reali, bensì solo quelli solvibili, espressi in tangibile domanda pagante, l’unica valida per incamerare un profitto. Emerge così in modo clamoroso il paradosso del capitale, per cui, in presenza di crisi da sovrapproduzione per difetto di domanda pagante, si assiste in pari tempo al diffondersi della povertà a causa di bisogni reali insoddisfatti.

 «Gli economisti che pretendono di spiegare le periodiche contrazioni di industria e commercio con la speculazione – annota l’autore del Capitale – assomigliano a quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre la vera causa di tutte le malattie». La crisi», precisa, «scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione». Perciò agli occhi dell’osservatore superficiale la speculazione appare come causa della crisi.

Nelle mani del capitalista che punta al massimo profitto le innovazioni scientifiche e tecnologiche servono per intensificare il lavoro, ridurre il numero degli addetti, contenere il monte salari. Di conseguenza, secondo Marx, la diminuzione della quota degli investimenti destinati alla forza-lavoro generatrice del plusvalore, rispetto a quella investita in strumenti tecnici, produce tendenzialmente la caduta del saggio del profitto. Nel lungo termine non diminuisce la quantità dei profitti, bensì il livello di remunerazione del capitale rispetto all’ammontare complessivo degli investimenti.

Contro tale tendenza vengono poste in atto le più diverse contromisure, ma il segnale è chiaro: il sistema in sé perde efficienza e ha bisogno di potenti correttivi. E questi vengono dispiegati non solo nel campo dell’economia, ma anche nell’organizzazione della società e dello Stato, in quella che Marx chiama la sovrastruttura, comprendente le istituzioni culturali e politiche attraverso le quali la classe dominante esercita la funzione dell’egemonia, del comando e della violenza, fino alle guerre per la spartizione del mondo. È la storia del capitalismo.

La borghesia – troviamo scritto nel Manifesto – «non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Dal che si dovrebbe dedurre che per analizzare le incessanti mutazioni del capitale c’è bisogno di un pensiero critico dinamico, in divenire, aperto alle continue innovazioni della scienza e della tecnica, in grado di decodificare la società capitalistica in continuo movimento. Il contrario delle varie ortodossie che hanno imbalsamato il pensiero dirompente di Carlo Marx in un catalogo senza vita di formule e formulette. Non a caso Marx dichiarava di non essere marxista.

A un certo grado dello sviluppo del sistema – ci dice Max – si determina una condizione nella quale «i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato (…) così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomigliano allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate». In altri termini, i rapporti di proprietà capitalistici si dimostrano troppo angusti per contenere la debordante potenza delle forze produttive. La proprietà sociale dei mezzi di produzione bussa alle porte.

Il punto di massima tensione si raggiunge nella fase in cui è la scienza stessa a configurarsi come forza produttiva e motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di manipolazione e comunicazione. In questa fase il lavoro non scompare, ma assume caratteristiche sempre più qualificate, di ricerca e di controllo. Osserva Marx che quando «l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» c’è bisogno di una classe lavoratrice «superiore» con un grado sempre più elevato di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità. In questa fase – sottolinea il Moro di Treviri – «la specializzazione cessa», e «la tendenza verso lo sviluppo integrale dell’individuo comincia a farsi sentire».

Tuttavia il passaggio a una civiltà superiore, in cui il rapporto organico tra lavoro e sapere non sia continuamente spezzato dalla dittatura del capitale, avviene non in modo automatico, per spontanea evoluzione. È noto che Marx non intendeva apparecchiare pietanze per le osterie del futuro, intendendo con ciò che non era nelle sue corde una visione utopica della nuova società. Come era a lui del tutto estranea l’idea schematica e primitiva che il passaggio rivoluzionario a una società superiore possa avvenire seguendo un modello unico, ovunque e indipendentemente dalle condizioni storiche concrete.

Ma al di là di come e per quali vie si possa compiere il rivoluzionamento dell’economia, della società e dello Stato, per Marx resta fermo il principio che la classe lavoratrice debba comunque organizzarsi in partito politico, perché – sono sue parole – «ogni lotta di classe è lotta politica». Senza «organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico», – aggiunge – coloro i quali vivono del proprio lavoro restano nella condizione di una massa dispersa e impotente.

Dunque, perché la classe degli sfruttati si costituisca come tale ha bisogno di riconoscersi come tale, conquistando coscienza di sé e della propria funzione storica. E ciò non si ottiene senza l’organizzazione in partito politico, e senza la visione della politica come strumento di lotta per la liberazione – cito testualmente – della «enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggioranza».

In conclusione possiamo dire che non vi è nel pensiero di Marx alcun determinismo. Sono gli esseri umani il fattore decisivo. Questo ci insegna Carlo Marx. Ma proprio perciò, una volta portato alla luce il meccanismo di funzionamento del capitale, non basta – come egli ci avverte – interpretare diversamente il mondo. Occorre agire per trasformarlo.

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