Cgil e Fondazione Di Vittorio presentano il report: “Ingorgo generazionale?”. Solo tra i giovani peggiorano tutti gli indicatori del lavoro

Cgil e Fondazione Di Vittorio presentano il report:  “Ingorgo generazionale?”. Solo tra i giovani peggiorano tutti gli indicatori del lavoro

Un tappo che non permette ai più giovani di inserirsi nel mercato del lavoro italiano e che fa schizzare verso l’alto l’età media degli occupati. A registrare questa preoccupante tendenza, “dovuta solo in parte all’invecchiamento della popolazione”, è la Fondazione Di Vittorio, in un report significativamente intitolato “Ingorgo generazionale?”. Negli ultimi dieci anni in Italia si è fortemente ridotto il numero dei giovani con età compresa tra 15 e 34 anni (-1 milione 374 mila); si è ridimensionato il peso dalla fascia intermedia 35-49 anni (-653 mila) ed è fortemente cresciuto quello della classe 50-64 anni (+1 milione 946 mila). L’invecchiamento della popolazione trova riscontro nell’invecchiamento dell’occupazione, ma con andamenti diversi per fasce di età su occupazione, disoccupazione e inattività. Quantitativamente, gli occupati nel 2° trimestre 2018 superano il massimo raggiunto nel 2° trimestre 2008 (+168 mila), ma il numero di ore lavorate è ancora considerevolmente più basso (-4,6%) equivalente a quasi un milione di “unità di lavoro” in meno. Il Tempo Determinato da 2,3 milioni è arrivato a superare quota 3 milioni nel 2018; in termini percentuali si è passati dal 13,5% al 17% del lavoro dipendente. Il part-time involontario è raddoppiato, passando da circa 1,4 a 2,8 milioni. Si tratta quindi di un’occupazione qualitativamente più frammentata e instabile rispetto a prima della crisi. L’invecchiamento anagrafico spiega, però solo in parte, la modifica nella composizione per età del mercato del lavoro italiano: infatti, tra i giovani (15-34 anni) la riduzione dell’occupazione giovanile va ben oltre il calo degli occupati nel decennio (-1 milione 863 mila) e sorpassa di quasi 500 mila unità quello della popolazione (con il tasso di occupazione che si riduce del -9,3%).

Nonostante il calo demografico, la consistente emigrazione di giovani spesso con titoli di studio elevati e la minore propensione al lavoro (l’inattività cresce solo tra i giovani), l’aumento di quasi 330 mila persone della disoccupazione giovanile vale percentualmente il doppio degli aumenti che si registrano nelle altre classi di età. Solo tra i giovani – dunque – tutte le grandezze del mercato del lavoro peggiorano: meno occupati, più disoccupati, più inattivi, cambiando profondamente a loro sfavore la gerarchia nel mercato del lavoro, con particolare criticità nel Mezzogiorno. È ragionevole collegare questi dati principalmente agli interventi legislativi (Legge Fornero) che hanno spostato ulteriormente in avanti l’età del pensionamento, ma è anche evidente che l’attuale modello di sviluppo non propone lavoro in qualità e quantità adeguate. Sbloccare quindi la possibilità di pensionamento è giusto e necessario, ma di per sé non è sufficiente a garantire un aumento di pari entità del lavoro tra i più giovani, né un miglioramento della sua qualità. Ad esempio, chi dovrebbe andare in pensione è generalmente a tempo indeterminato: con che tipo di occupazione sarà sostituito? Solo uno sviluppo di qualità può far lavorare di più e meglio i giovani.

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