Ma i nostri giovani sono antifascisti?

Ma i nostri giovani sono antifascisti?

Nei tristi giorni dello scempio di Varsavia, con una distorsione della memoria storica che va al di là della mistificazione e della barbarie e si ricollega direttamente al giustificazionismo di crimini per i quali non può esistere alcuna giustificazione, è lecito domandarsi come la pensino i nostri giovani in proposito. A furia di sostenere che non esistano più destra e sinistra e che non abbia più alcun senso parlare di fascismo nel 2018, infatti, stiamo clamorosamente sottovalutando i rigurgiti di questo male assoluto che, purtroppo, come sosteneva saggiamente Gobetti, non costituisce una parentesi, come erroneamente sostenuto da Croce, bensì l’autobiografia di una Nazione relativamente giovane, fragile, molto divisa al proprio interno e mai pienamente autonoma, trattandosi comunque di un Paese dapprima povero e poi inscritto in un quadro internazionale ben preciso. Una Nazione a rischio, dunque, con un sistema politico ormai destrutturato e in cui le pulsioni xenofobe e razziste sono all’ordine del giorno e l’insicurezza economica e di prospettive è una realtà per milioni di persone, a cominciare proprio dai più giovani.

Il vero problema dell’Italia, pertanto, non è il fascismo nel senso lepenista del termine: alle nostre latitudini, grazie a Dio, al momento non c’è una formazione dichiaratamente fascista, o comunque riconducibile a quella tradizione, in grado di superare quota 30; tuttavia, non possiamo sottovalutare le pulsioni pericolosissime che stanno squassando la nostra società. Nell’incertezza, nella paura per il futuro, nel senso di sconfitta generalizzato che attanaglia questa Italia triste e sfiduciata, il minimalismo di quanti si rifiutano di vedere la gravità di tanti piccoli episodi emblematici è il peggior nemico della nostra democrazia. Non a caso, sosteneva Montanelli, che in gioventù era stato fascista, che la flebile democrazia dell’Italia liberale non era stata assassinata da Mussolini bensì si era suicidata da sola a causa della propria incapacità di gestire la fase post-bellica che seguì la carneficina del Primo conflitto mondiale e poi era stata seppellita, a ciglio asciutto, dalle squadracce in camicia nera e dal personaggio più abile nello sfruttare il malcontento che si respirava, anche allora, un po’ ovunque.

Anche la crisi contemporanea dei partiti e della politica è figlia di una guerra, benché non sia stato sparato un solo colpo di cannone o di mortaio, non ci siano state trincee e nessun diciottenne sia stato chiamato a morire lungo le rive del Carso o sulle vette dell’Adamello. Una guerra anonima, quindi, ma non per questo meno pervasiva e straziante; una guerra che ci ha tolto certezze, possibilità e persino sogni e fiducia in noi stessi. Da qui l’incedere di soggetti politici che fino a dici anni fa sarebbero stati derubricati, non a torto, a fenomeni di folklore. Da qui la necessità, per la sinistra, di tornare a radicarsi nelle scuole e nelle università, se vorrà avere un futuro e ricostruire una base non solo politica ed elettorale ma anche culturale e propositiva.

Una cosa è certa: dopo il 4 marzo il quadro politico sarà completamente scomposto e, probabilmente, ricomposto secondo schemi che oggi possiamo sforzarci di immaginare ma che potrebbero essere anche radicalmente diversi da ciò che alcuni pronosticano, altri auspicano e altri ancora deprecano. L’unico aspetto inquietante è l’eterno fascismo italiano che rimarrà, e forse crescerà, nei prossimi mesi e anni. Al che abbiamo il dovere, come comunità democratica, nel giornalismo, nella politica e in ogni ambito della società, di contrastarlo e di prendere le adeguate contromisure.

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