Quale centrodestra per quale Italia? Le vie di Berlusconi sembrano infinite

Quale centrodestra per quale Italia? Le vie di Berlusconi sembrano infinite

Il programma e i propositi di Silvio Berlusconi, in vista del 2018, sono chiarissimi: tenersi le mani libere. Conclusasi nel 2011 la sua avventura a Palazzo Chigi, decaduto dal Senato in seguito alla condanna per frode fiscale del 1° agosto 2013 e ormai a suo agio in questa stagione di leader extraparlamentari, all’ex Cavaliere importa assai poco la possibilità di ricandidarsi. Certo, se Strasburgo gli avesse dato il via libera in tal senso il già impetuoso vento che gonfia le sue vele si sarebbe potuto trasformare in uno tsunami elettorale non di molto inferiore alla slavina che si abbattè sul Paese nel maggio del 2001; fatto sta che, anche in caso di mancata sentenza (e la sentenza arriverà solo dopo le elezioni di marzo), Berlusconi sarà comunque il dominus della campagna elettorale e, quel che è peggio, del periodo successivo.

Chi l’avrebbe mai detto nella primavera-estate del 2014, quando Renzi aveva conquistato il 40,8 per cento alle Europee e sembrava destinato a raccogliere l’eredità del suo ispiratore e a durare per un ventennio? Chi l’avrebbe mai detto in questi anni in cui, ancora una volta, molti opinionisti e commentatori lo avevano dato per morto, almeno politicamente, che il nostro eroe sarebbe tornato nuovamente in auge, con ottime probabilità di vedere la coalizione di centrodestra arrivare prima alle Politiche?

A dire il vero, non era poi così assurdo immaginarsi un Berlusconi di nuovo sull’arcione, specie se si considera che gli scricchiolii e i segnali di disgregazione del fronte progressista (o sedicente tale) sono venuti da più parti, fino a condurre al disastro delle Amministrative del 2016 e di quest’anno, con Roma e Torino passate al M5S e alcune roccaforti storiche del centrosinistra espugnate, per la prima volta, dal centrodestra.

Del Pd sono rimasti solo i ricordi e Forza Italia cambia pelle

Del PD ormai sono rimasti solo i ricordi: i bersaniani se ne sono andati, insieme a Grasso e, con ogni probabilità, alla Boldrini, denunciando l’alterità del renzismo rispetto agli ideali, ai valori e alle proposte con cui la coalizione Italia Bene Comune si era presentata agli elettori nell’inverno del 2013.

Anche Forza Italia, a dire il vero, ha cambiato pelle, mostrandosi ad esempio più aperta sul tema dei diritti civili di quanto non lo fosse, per dire, ai tempi in cui sfilava in piazza al Family Day; tuttavia, ciò attiene alla straordinaria abilità camaleontica del suo leader, capace di essere, al contempo, concavo e convesso, europeista e anti-europeista, pro-Merkel e a braccetto con i lepenisti, pro-euro e a favore di una bizzarra doppia circolazione monetaria le cui basi, giuridiche ed economiche, non è dato al momento conoscere.

Berlusconi, pertanto, come spesso è avvenuto in questi due decenni di protagonismo politico, ha davanti a sé un’opzione “win win”: o porsi come punto di riferimento di un centrodestra a guida Tajani, con il duo Salvini-Meloni costretto a seguirlo anche se con non poco scetticismo, o porsi come ago della bilancia di un altro governo di grande coalizione con un PD ridotto ai minimi termini, dunque assai più condizionabile di quanto non lo sia stato nel corso di questa legislatura (il che è tutto dire).

Quanto a Salvini, sta messo piuttosto bene anche lui: sulle politiche migratorie il PD gli è andato a rimorchio, con l’ineffabile Minniti e i suoi discutibili accordi con una Libia non più in mano a Gheddafi ma alla barbarie di bande e tribù contrapposte, quindi ancora più feroci di quanto non lo fosse il non certo mite generale della Jamāhīriyya (la “repubblica delle masse” di ispirazione socialista instaurata da Gheddafi in seguito alla deposizione, con un golpe, di re Idris nell’estate del ’69); sulla flat tax a seguirlo è stato lo stesso Berlusconi, sia pur aumentando la percentuale al 25, essendo il 15 proposto inizialmente dall’uomo in felpa del tutto irrealizzabile; sui temi della sicurezza e del controllo del territorio, infine, lo hanno imitato tutti, a cominciare dal M5S, ergo il nostro ha ben donde di gongolare e di rivendicare la creazione di una nuova egemonia culturale, con buona pace del povero ed incolpevole Gramsci.

Salvini e Meloni alla ricerca di nuovi consensi senza perdere la base storica

Giorgia Meloni, da par suo, si sta togliendo non poche soddisfazioni. Ha fatto eleggere Musumeci in Sicilia, convincendo Berlusconi a preferirlo ad Armao e a non ripetere l’errore commesso nel 2016 a Roma, quando Marchini sottrasse voti preziosi per il ballottaggio proprio alla segretaria di Fratelli d’Italia; ha perso dignitosamente il ballottaggio a Ostia contro la candidata del M5S; ha condotto una ridotta ex missina intorno al 5 per cento, dunque ben al riparo dal rischio di non superare la soglia di sbarramento, e soprattutto ha imposto all’attenzione dell’opinione pubblica l’argomento dei patrioti, avendo gioco facile in ciò dal momento che nessuno, dall’altra parte, ha avuto la saggezza di ricordarle che i patrioti, un tempo, erano i partigiani, i quali dubito che avrebbero mai votato per un partito che espone orgogliosamente la fiamma tricolore nel simbolo.

A Salvini e Meloni, unici politici puri presenti sulla scena, e si vede, va pertanto riconosciuto un duplice merito: il radicamento territoriale e la capacità di conquistare nuovi consensi senza perdere la propria base storica. A Berlusconi, invece, va, come detto, riconosciuta la capacità, non certo comune, di adattarsi a qualunque circostanza, riuscendo a dominare la scena e a guadagnarsi in ogni epoca una sorprendente centralità nel dibattito pubblico.

Dal centrodestra a tre punte con Fini e Casini a quello con due teste d’ariete come Salvini e Meloni: le vie di Arcore sembrano essere infinite, al pari della pazienza di un elettorato cui, però, va anche concessa l’attenuante di aver sperimentato per qualche tempo la copia ma di non averla trovata per nulla migliore dell’originale.

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