Boss di Bagheria ordinò al figlio di uccidere la sorella perché fidanzata con un maresciallo dei Carabinieri. Ieri l’arresto con altre 15 persone

Boss di Bagheria ordinò al figlio di uccidere la sorella perché fidanzata con un maresciallo dei Carabinieri. Ieri l’arresto con altre 15 persone
La figlia del boss mafioso di Bagheria, Pino Scaduto, arrestato oggi in un’operazione antimafia, avrebbe avuto una relazione con un maresciallo dei carabinieri e per questo il mafioso avrebbe ordinato al figlio di ucciderla. “Tua sorella si è fatta sbirra”, diceva il boss al figlio. Ma il giovane, 30 anni, temeva di finire in carcere. “Io ho 30 anni e non mi consumo per lui”, diceva ad un amico intercettato dai carabinieri. L’operazione è stata messa a segno da un centinaio di carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, guidati dal colonello Antonio Di Stasio,  con l’ausilio di unità cinofile e di un elicottero del 9° Nucleo di Palermo, che hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Palermo, su richiesta della Procura della Repubblica di Palermo – Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 16 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.
La scorsa notte, Scaduto, capomafia di Bagheria, da sempre vicino ai padrini Riina e Provenzano, è tornato in carcere, dopo sei mesi di libertà. Aveva finito di scontare il suo debito con la giustizia, ma puntava già a riorganizzare Cosa nostra. Inoltre sospettava che fosse stata sua figlia, che aveva conosciuto un carabiniere di cui si era innamorata, a aver favorito la sua cattura. Il boss non avrebbe accettato l’affronto ordinando dal carcere l’uccisione della ragazza per mano del fratello, che però si è rifiutato. Sembra che successivamente potesse essere colpito anche il maresciallo dei carabinieri. Insomma una faida legata a una voglia di ribellione da parte di una giovane, una storia che ricorda quella di Lia Pipitone, uccisa il 23 settembre 1983, per ordine del padre Antonino Pipitone boss dell’Acqua Santa, che sospettava di una relazione extraconiugale, l’uccisione avvenne durante la messa in scena di una rapina.
Nel corso dell’operazione sono state accertate condotte estorsive d a parte di esponenti mafiosi della famiglia di Altavilla Milicia che oltre a selezionare le possibili vittime pensavano successiva riscossione delle somme di denaro, al sostentamento degli affiliati detenuti in carcere. Inoltre gestivano il mercato immobiliare della zona,  imponendo provvigioni superiori a quelle di mercato. Sono state accertate una pluralità di condotte estorsive compiute da esponenti apicali del Mandamento mafioso di Bagheria ai danni di imprenditori locali i quali, operanti nel settore edile e nella fornitura di acqua minerale, sono stati costretti a consegnare ingenti somme di denaro a titolo di “pizzo”, ovvero ad assumere soggetti contigui all’organizzazione mafiosa. Il provvedimento è stato notificato in carcere  Giacinto Di Salvo , capo del Mandamento mafioso di Bagheria dal 2011 fino al maggio 2013, quando venne arrestato nell’ambito dell’indagine denominata “ARGO”.
E’ stato arrestato anche Giovanni Trapani ritenuto fino al 2010 a capo della famiglia mafiosa di Ficarazzi. Colpiti dal provvedimento anche i vertici storici della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia, come  Franco Lombardo, ritenuto a capo della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia tra il 2011 e l’ottobre 2012 e per un breve periodo reggente del Mandamento di Bagheria, nonché Michele Modica, a capo della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia fino al giugno 2014, fino al momento che viene arrestato nell’operazione  “RESET”. Per alcuni degli indagati, già detenuti, il provvedimento è stato notificato presso le Case circondariali di Palermo, Tolmezzo (UD) e Prato.
“Nel contesto delle illustri scarcerazioni, dopo il ritorno in carcere di Giulio Caporrimo, ora è stato il turno di un altro reggente, Pino Scaduto, uscito lo scorso aprile. Entrambi sono emersi alle cronache giudiziarie per aver  tentato, dopo il capo dei capi, Totò Riina, di ricostruire forme alternative di un’organizzazione di vertice di cosa nostra”. Così il comandante provinciale dei Carabinieri di Palermo, Colonnello Antonio Di Stasio. “In particolare, negli anni 2007/2008, Scaduto, insieme a Benedetto Capizzi, era stato il promotore del progetto di ricostituzione della commissione provinciale di Palermo – ricorda -Mentre Caporrimo aveva organizzato, nel 2011, l’incontro di ‘Villa Pensabene’ riunendo tutti i capi mandamento del capoluogo siciliano”. “Ancora una volta, è risultata premiante la sinergia tra la Procura e i Carabinieri e la solerzia degli organi giudicanti.  Una ulteriore conferma che lo Stato c’è”, conclude Di Stasio.
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