Il pippone del venerdì/26. M5S: la fabbrica dell’irrealtà

Il pippone del venerdì/26. M5S: la fabbrica dell’irrealtà

Ora, vi aspettate tutti una lunga tirata riprendendo le argomentazioni di D’Alema, elogiando Montanari che parla di sinistra, bacchettando Pisapia e i pisapini che si sono offesi, applaudendo il presidente Grasso… Sono stato molto tentato, ma ieri l’ineffabile avvocato milanese ha affermato chiaramente che lavora a un soggetto politico non alternativo al Pd, ma sfidante, con questa legge elettorale. Come dire, se cambiate la legge ci alleiamo subito, basta mettersi d’accordo. Per me la partita è chiusa. Parliamo d’altro.

Voglio tornare, dunque, sul carattere profondamente antidemocratico dei Cinque stelle. Ne avevo già ampiamente parlato in questo articolo addirittura nel 2014, devo dire che ne sono sempre più convinto: dovrei cambiare il mio nome in “Cassandro”.

È cronaca di questi giorni la richiesta di rinvio a giudizio per il sindaco di Roma, Virginia Raggi, colpevole, secondo la procura, di falso. Era indagata per due ipotesi di reato: falso e abuso di ufficio. Per la seconda è stata chiesta l’archiviazione. Ora la notizia principale, da giornalista, è che il sindaco della Capitale d’Italia rischia il processo per falso. E, invece, ovunque vedi scene di giubilo. Non degli altri partiti, sia chiaro. Sono proprio i pentastellati a esultare. Dice il capo: “Ora la stampa deve chiedere scusa, la Raggi è stata scagionata”. Sì, viene scagionata per l’abuso di ufficio, un reato nel quale, come ben sanno tutti gli amministratori, è facile incappare, vuol dire semplicemente che si è adottato un atto che non rientrava nei propri poteri. E visto il groviglio di leggi con cui un sindaco si trova a dover combattere quotidianamente può anche capitare. E poi, secondo la procura, la nomina di Marra (sempre di questo galantuomo stiamo parlando) resta illegittima, manca l’elemento del dolo e quindi decade anche il reato. Ma resta in piedi l’accusa di falso. Il procuratore  aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Francesco Dall’Olio le contestano la falsa dichiarazione inviata alla responsabile Anticorruzione del Comune in cui attestava che la scelta di nominare Marra era stata solo sua. Insomma, per farla semplice. Il sindaco della Capitale d’Italia avrebbe mentito all’autorità anticorruzione. Ecco, per i grillini, a partire dal capo, si tratta di un episodio minore. A tal punto che Raggi si aspetta addirittura le scuse della stampa.

Quanto siamo poco anglosassoni. Alcuni eccessi che arrivano talvolta da oltreoceano fanno inorridire. Ma faccio notare che per molto meno sono saltate addirittura candidature alla presidenza degli Stati Uniti. Per una banale menzogna in una storia di corna ha rischiato addirittura l’impeachment un grande presidente come Bill Clinton. Loro non votano un politico che mente esplicitamente e viene scoperto. Come fidarsi? E dunque, se venisse condannata, come fidarsi di un sindaco che mente all’autorità anticorruzione per giustificare la nomina di un galantuomo come Marra?

Se fosse stato un politico di un altro partito, i grillini sarebbero già partiti con la lapidazione. Non alla richiesta di rinvio a giudizio, già dall’avviso di garanzia. Politici come Errani, Del Turco, Penati, gente eletta, votata dal popolo, si sono dimessi e hanno atteso pazientemente il processo. Poi sono stati assolti senza che nessuno gli chiedesse scusa. Loro no, i pentastellati sono diversi. Perché al M5s aderiscono soltanto persone oneste. Per definizione. Non è proprio possibile che un sindaco dei cinque stelle sia un delinquente. Non è previsto dalla loro religione. E dunque se vengono accusati è un complotto. Se la loro amministrazione fa acqua da tutte le parti è sabotaggio o è colpa di chi ha amministrato prima. Questa è la verità indiscutibile.

Gli adepti della setta non ammettono tentennamenti. Secondo il famoso principio uno vale uno, ma Grillo (Casaleggio) decide per tutti, l’unica sentenza che conta non è quella della magistratura ma quella di Grillo stesso. Basta guardare la loro presenza sui social. Compatti come una falange macedone. Tutti in linea. E che non si scomodino paragoni con il centralismo democratico del Pci. In quel partito si discuteva eccome. Una volta assunta una linea, poi, ci si atteneva a quella. Nel M5s no, non esiste discussione, ma solo catena di comando gerarchica. L’autonomia scende man mano fino ad arrivare alla base, ai militanti che sono semplici “megafoni” del vertice. Altro che democrazia e partecipazione.

Affermare questo e dire che a quel popolo bisogna comunque rivolgersi è una contraddizione? Assolutamente no. Anzi, una volta assunta come certezza la pericolosità di una setta che si fa partito politico per la democrazia, diventa un’urgenza assoluta quella del dialogo con gli elettori che, in buona fede, gli hanno dato fiducia. C’è un bel pezzo della sinistra in quei voti. C’è un bel pezzo del nostro popolo che abbiamo costretto noi a rivolgersi altrove e che è stato attratto dal messaggio di Grillo. Dalle critiche alla partitocrazia (come avrebbe detto Pannella), dalla lotta alla casta, dal messaggio contro le multinazionali e per la protezione dell’ambiente. Bisogna sfidare Grillo e i suoi proprio su quel terreno.

Certo, per farlo – e per oggi meglio che la finisco qui – bisognerebbe finirla di parlare di noi e fra noi e dare un messaggio concreto, tornare a parlare del lavoro che non c’è, della scuola, di una società nuova. Se proprio non siamo in grado di farlo, proviamo a copiare Corbyn. Basta google traduttore.

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