MontePaschi salvataggio al via. Megale (Fisac Cgil): esuberi su base volontaria e senza drammi sociali. I lavoratori, un valore aggiunto, pagano un prezzo alto alla mala gestione degli Istituti. Banche venete, denaro pubblico regalato a Intesa San Paolo. Il fallimento della Linea Renzi-Padoan

MontePaschi salvataggio al via. Megale (Fisac Cgil):  esuberi su base volontaria e senza drammi sociali. I lavoratori, un valore aggiunto, pagano un prezzo alto alla mala gestione degli Istituti. Banche venete, denaro pubblico regalato a Intesa San Paolo. Il fallimento della Linea Renzi-Padoan

Lavoro duro per i sindacati dei lavoratori delle banche. Il “salvataggio” di Monte dei Paschi di Siena arriva a conclusione con il via libera dato dalla Commissione Ue agli aiuti di  Stato che interviene con 5,4 miliardi e la messa a punto del nuovo piano industriale 2017-2021, mentre il decreto del governo  per mettere in sicurezza Veneto Banca e Popolare Vicenza prevede l’acquisizione dei due istituti da parte di Intesa San Paolo, al costo simbolico di un euro. Certo saranno utilizzati gli strumenti, il Fondo di sostegno al reddito che sarà attivato sia per quanto riguarda gli “esuberi” previsti dal piano industriale di Monte dei Paschi illustrato ieri mattina ai sindacati, dove si parla di una riduzione di circa 5.500 unità, sia per quelli ancora da definire delle due banche venete, dove sono circa 4.000 lavoratori che se ne dovranno andare.

Migliaia di dipendenti a  carico del Fondo di solidarietà. Ma il lavoro non è solo salario

Lavoro duro, dicevamo. Chi ha fatto sindacato in modo diretto o come cronista di vicende che riguardano crisi aziendali, sa bene quanto sia difficile prendere decisioni che incidono sulla vita di migliaia di famiglie. Il posto di lavoro non è solo il salario, lo stipendio. È qualcosa di più, riguarda la vita della persona, la dignità, sentirti utile alla comunità. Il lavoro, lo dice la Costituzione, è un diritto che nessuno dovrebbe toglierti. Per le organizzazioni sindacali del settore del credito è un momento molto difficile. Il salvataggio di Monte Paschi, quello ancora da definire delle due Banche venete, in crisi per cause che non possono essere addebitate ai lavoratori, ma a chi ha amministrato gli Istituti, senza quei controlli che sarebbero stati necessari, “usando” le banche per operazioni che niente hanno a che vedere con lo “scopo” per cui operano gli istituti di credito.

Pagano anche i risparmiatori vittime di pratiche truffaldine, il connubio con la mala politica

Non è un caso che, talora, i gestori di queste banche finiscono nelle aule dei tribunali. E insieme ai lavoratori spesso paga chi ha investito i risparmi,  e rimane vittima, come dice Federconsumatori, di “pratiche truffaldine”. Istituti di credito, ricordiamo le vicende di Banca Etruria, che dovrebbero operare a livello territoriale, venendo incontro alle piccole imprese. Quando entrano in crisi e, come si dice, i registri finiscono in tribunale, si scopre che il credito è stato concesso a “clienti” che niente avevano a che vedere con l’economia del territorio, personaggi del mondo dell’edilizia, dell’editoria fasulla e no, clientela politica, speculatori i quali doveva essere noto che non avrebbero mai rimborsato i prestiti.

È questo lo squallido panorama in cui si trovano ad operare i sindacati. Monte Paschi e Banche venete vivono le loro vicende in parallelo da almeno tre anni, anche se con tempi sfalsati. Hanno un denominatore in comune: la politica del credito praticata nel nostro Paese, il ruolo della Banca d’Italia, i controlli, la commistione fra “interessi” economici e la politica dalle mani sporche. Mentre per quanto riguarda Monte Paschi la trattativa con i sindacati può partire, avendo avuto l’ok dalla Ue, per le due Banche venete il decreto del governo è in Parlamento. Sono stati presentati qualcosa come settecento emendamenti. Anche dall’interno del Pd arrivano forti critiche. Michele Emiliano, il presidente della Regione Puglia, minoranza nel partito di Renzi Matteo dichiara, addirittura, che “il decreto non è votabile”. Non  solo: ancora “balla” la quota di intervento che peserà sul bilancio dello Stato, denaro pubblico, dei contribuenti: si parla addirittura, fatti tutti i conti, di circa 15 miliardi.

Per la Banca senese è arrivato il via libera della Commissione Ue alla ricapitalizzazione

Per quanto riguarda la banca senese si attendeva il via libera da parte della Commissione europea. È arrivato. “Finalmente – dice Agostino Megale – è stato raggiunto l’accordo con la Commissione europea per Monte Paschi di Siena che consente di dare il via alla ricapitalizzazione precauzionale pubblica e di farlo sulla base di un piano industriale che, pur presentando esuberi, consente di gestirli con il Fondo di sostegno esclusivamente su base volontaria senza drammi sociali”. Sottolinea che il risultato raggiunto “è frutto del lavoro e della tenuta unitaria di tutto il sindacato ma anche della coerenza dimostrata dalla banca senese e dal ministro Padoan. Ma – sottolinea – nella consapevolezza che non dovrà mai venire meno il fatto che in questi lunghi anni di crisi e difficoltà il vero valore aggiunto sono stati i lavoratori che  hanno saputo gestire un rapporto non semplice con la clientela. Adesso è il tempo per accompagnare il risanamento e il rilancio del gruppo comprese le verifiche periodiche con Bruxelles sui risultati da un coinvolgimento pieno, informato e trasparente delle nostre rappresentanze aziendali”.

Confronto fra i sindacati e l’amministratore delegato di Mps. Il rispetto delle norme contrattuali

Il confronto fra i segretari generali dei sindacati e l’amministratore delegato della Banca, Marco Morelli, è partito poche ore dopo l’ok della Ue. Si è svolto a Milano ad un’ora insolita, le 7,30 del mattino.  A conclusione una nota scarna dei sindacati. “Per quanto riguarda i contenuti del Piano di specifico interesse per i lavoratori – precisa il comunicato – il Progetto prevede nel periodo 2017-2021 circa 4800 adesioni al Fondo di Sostegno al Reddito (di cui 600 già usciti al primo maggio di quest’anno), 750 risorse legate alle uscite naturali ed al turnover, e circa 450 uscite relative alle filiali estere. Sono previste, inoltre, circa 500 assunzioni, derivanti in gran parte dall’applicazione delle norme del CIA e da previsioni di Legge. Il Sindacato – si legge – ha esplicitamente richiesto che la gestione degli esuberi avvenga in maniera esclusiva attraverso l’utilizzo del Fondo di Sostegno al Reddito su base volontaria”. L’Amministratore Delegato ha inoltre precisato che il Piano di Ristrutturazione non prevede processi di esternalizzazione del personale, come più volte richiesto dal sindacato. Per quanto riguarda le filiali, è stato convalidato il progetto di chiusura delle unità operative, le quali passeranno dalle attuali 1860 circa a 1400 in arco di Piano. Il confronto proseguirà giovedì, alle ore 13, con le Delegazioni Sindacali di Gruppo. I sindacati ribadiscono che “ogni progetto derivante dall’applicazione del Piano Industriale sarà oggetto di apposita e specifica procedura negoziale, come previsto dal contratto nazionale di lavoro”. Dicono che si tratta di una cosa “ovvia”, ma è sempre meglio mettere le mani avanti.

Veneto Banca e Popolare Vicenza. Il Parlamento potrà dire la sua? Per il ministro no

Per quanto riguarda le due banche venete arrivano notizie dalla Fisac. A Roma si è svolta la riunione congiunta tra Fisac nazionale, le delegazioni dei lavoratori del Gruppo Intesa San Paolo e degli ex gruppi Veneto Banca e Popolare Vicenza. L’attesa è per l’esito della discussione in Parlamento del decreto. Intesa San Paolo, a più riprese, ha fatto sapere che le condizioni per rilevare le due Banche sono quelle già votate dal Consiglio di amministrazione. Non possono essere cambiate, altrimenti salta l’accordo.  Dal momento che l’acquisto delle due Venete richiede un investimento pubblico, una garanzia di fatto, che si aggira sui quindici miliardi, il Parlamento potrà dire la sua? Oppure il decreto del governo è un vero e proprio diktat, come sembra ritenere il ministro Padoan quando afferma di avere “la massima fiducia sul fatto che il Parlamento si renda conto dell’importanza del decreto sulle Banche Venete”. E per quanto riguarda il dissenso di Emiliano va giù per le spicce, sulle orme del segretario del Pd che non sopporta chi non la pensa come lui. “Scarsa conoscenza delle regole e dei fatti”, borbotta il ministro. Emiliano non l’ha presa proprio bene.

Tre anni per dare soluzione al problema della Banca senese. Lo stato deterrà il 70%

Il problema, dovrebbe saperlo anche Padoan, è come la prende la Commissione Ue.  Non è un caso che per definire le modalità del salvataggio del Monte ci sono voluti tre anni, con “limature” del Piano di volta in volta indicate dai Commissari di Bruxelles. La ricapitalizzazione è stata a lungo contrattata. Banca centrale europea, leggi Mario Draghi aveva stimato un fabbisogno di 8,8 miliardi,  con un intervento dello Stato di 3,9 miliardi con l’aumento di capitale e  1,5 miliardi per  riacquistare le azioni. Non si conoscono ancora i dettagli, lo Stato dovrebbe investire al massimo 5,4 miliardi di euro, più di quanto prevedeva Draghi, acquisendo quote del capitale pari al 70%. Il 28% resterebbe nelle mani degli ex titolari di bond autorizzati, gli azionisti attuali dovrebbero mantenere il 2%. Lo Stato interviene ma acquisisce il 70% delle azioni. Gli azionisti e i creditori subordinati dovrebbero intervenire con  circa 4 miliardi, fino a 1,5 miliardi saranno utilizzati per risarcire le vittime di vendite scorrette. Infine una clausola: le retribuzioni dei dirigenti non potranno superare di 10 volte gli stipendi dei dipendenti.

Intesa San Paolo si prenderà la parte buona dei due Istituti veneti

Sarà utile ricordare al ministro che Intesa San Paolo si prenderà la “parte buona” delle due banche al costo di 1 euro e lascerà allo Stato la parte cattiva, la bad bank. Non solo, il piano di salvataggio lascia a terra gli azionisti truffati a cui sono stati piazzati prodotti senza le necessarie informazioni e spesso sotto il ricatto per poter ottenere mutui e prestiti. Rimarranno, invece, in possesso di titoli ed azioni dal valore pari alla carta straccia. “Se non si darà risposta a questi cittadini – afferma Federconsumatori – il decreto rischia di produrre un nuovo, grave, colpo alla credibilità del sistema finanziario e, più in generale, al sistema del risparmio nel nostro Paese, già minato dagli innumerevoli casi di risparmio tradito che hanno caratterizzato le cronache recenti”. E chiama in causa Governo, Parlamento, Fondo Interbancario “perché definiscano misure di ristoro per i risparmiatori. Sono loro le vittime di un sistema di vigilanza disattento ed assente, perciò non possono pagare il prezzo delle deficienze del sistema e di pratiche truffaldine”.